Pasolini Pier Paolo

Salò o le 120 giornate di Sodoma

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Pasolini Pier Paolo
Disgustoso! Un film sospeso tra la nausea e il vomito. Questo prima di tutto, perché la trama, la vicenda che ci mostra Pasolini, sembra proprio esser stata concepita per danneggiare la digestione degli spettatori. Siamo nell’Italia del 44-45, nei pressi di Salò, lì dove si concluse l’esperienza fascista. Sulla falsariga del romanzo del Marchese de Sade, Le centoventi giornate di Sodoma, il regista friulano (mai così indegno di quella bella e orgogliosa terra che per metà respira e si estende anche dentro di me), traspone le vicende sado-pornografiche del romanzo stesso nella cornice d’una villa che ospita una quarantina tra ragazzi e ragazze pronti ad essere umiliati e macellati.
 
Quattro “signori” che dovrebbero rappresentare, nell’idea del regista, i quattro poteri borghesi - il Duca (Paolo Bonacelli), il Monsignore (Giorgio Cataldi), il Presidente della corte d’Appello (Umberto P.Quintavalle), il Presidente Durcet (potere economico, Aldo Valletti) -, schiavizzano e costringono ai loro macabri giochi sessuali la malcapitata gioventù di quei luoghi. Comincia così una serie imprecisata di riti aberranti e stomachevoli, scanditi e alimentati dalla narrazione di alcune attempate “troie” compiacenti, che si prodigano per rendere più assurdo, insensato e vomitevole il soggiorno dei signori e della disgraziata umanità oggetto del loro interminabile “festino”. Fino ad un epilogo che, in linea con la narrazione, e coerente col disgusto che pervade ogni sequenza della pellicola, dà il colpo di grazia al malcapitato spettatore. 
 
 
In assoluto e di gran lunga il peggior film del poeta e regista friulano, e tra i peggiori (se non il peggiore) lungometraggi con pretese di critica socio-esistenziale, questa schifezza, di cui m’incazzo solo a pronunciare il nome, non avrebbe dovuto mai venire alla luce. Per tanti motivi: per il buon gusto in primis, per l’inutilità, perché un uomo di diversa sensibilità quale ha dimostrato essere nel tempo Pier Paolo Pasolini non avrebbe dovuto macchiare così la sua brillante carriera. Poi, e qui mi incazzo ancora di più, infangare così l’idea di giovani - i ragazzi della R.S.I. - che in spregio al rischio della vita e ad una sconfitta certa, non hanno esitato a donare loro stessi ad una causa che, per quanto molti possono ritener sbagliata, nei loro intenti volle essere un ultimo richiamo ad un’idea e ad una Patria che stava morendo, è,  quantomeno, inutile e gratuito. I protagonisti del film sono, più che gli attori (comunque viscidi e schifosi al punto giusto), la merda - si, ne vedrete tanta: reale, che sgorga a fiumi, e che viene mangiata a volte con gusto e altre con disgusto -, la bava, i corpi nudi e martoriati, ed il sangue che li adorna. Clamoroso e sconcertante è il fatto che tanti valorosi professionisti di cinema, quali il fotografo Tonino Delli Colli, il regista Pupi Avati (co-sceneggiatore), lo scenografo Dante Ferretti e il grande compositore Ennio Morricone, si siano prestati a tale volgarità e scempio. In siffatta cornice, i giudizi tecnico-artistici sono impossibili da formulare, perché è impresa ardua e improduttiva venire a capo, e quindi scindere qualcosa o qualcuno, di questo stomachevole prodotto cinematografico. E voglio essere chiaro, il mio non è un giudizio morale - odio la morale - e bacchettone sull’abbondanza di nudità e penetrazioni per ogni buco e per ogni dove (qui c’è proprio di tutto, ancorché qualche volta solo intuito, per fortuna), ma quando ti arrostiscono un organo maschile sessuale in primo piano, mentre al contempo cavano un occhio o fanno uno scalpo, è difficile non giudicare ciò che si vede come spazzatura ripugnante.  
 
 
Io non so cosa attraversasse l’ultimo Pasolini, certo è che qualcosa lo inquietava e di brutto. Non si spiega altrimenti tale insensato delirio. Se voleva essere una critica di costume contro la società borghese, egli indubbiamente sbagliò tempi, modi e luoghi della rappresentazione. Se voleva usare la metafora della mercificazione dei corpi, poteva scegliere un soggetto più sottile ed insinuante, certamente avrebbe avuto più impatto e avrebbe colpito maggiormente l’opinione pubblica come pur in passato aveva saputo fare. Al contrario, l’unico effetto che può aver ottenuto questo film è quello di aver avvicinato pervertiti, sesso dipendenti d’ogni genere e tipo, sadomasochisti e affini. E mi rifiuto di credere che, come alcuni detrattori del poeta hanno affermato, fosse una degenerazione ideal-sessuale prossima al nichilismo più bieco e assoluto del Pasolini stesso. Peccato che egli sia morto senza fare altri film, pertanto risposte certe non ne avremo mai. E siccome amo parte dell’opera di questo originale e sensibile poeta-cineasta, voglio ricordarlo per i suoi Scritti corsari , le sue Lettere luterane - questi si, testi antiborghesi e antagonisti -, per Mamma Roma (nella più grande prova della meravigliosa Anna Magnani), per il suo bellissimo Vangelo in immagini, e per questi suoi splendidi versi che, almeno per pochi istanti, oscureranno questo orrore comunque recensito:
 
La porta s’apre / quando la pioggia / marcisce la sera. / Allora un raggio / rompe dai nuvoli / Tu nuda, o Vergine, / specchi nell’umido / il viso azzurro.
Pier Paolo Pasolini, Janua Coeli in L’usignolo della chiesa cattolica.
 
Regia: Pier Paolo Pasolini. Soggetto e sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini, Sergio Citti. Interpreti principali: Paolo Bonacelli, Umberto P. Quintavalle, Aldo Valletti, Giorgio Cataldi, Elsa De Giorgi, Caterina Boratto, Hélène Surgère. Direttore della fotografia: Tonino Delli Colli. Montaggio: Nino Baragli, Enzo Ocone. Costumi: Danilo Donati. Scenografia: Dante Ferretti. Consulenza musicale: Ennio Morricone. Produzione: Alberto Grimaldi. Origine: Italia, 1975. Durata: 112 minuti.
 
 
 
PASOLINI in LANKELOT:
 
 
Léon, luglio 2005. Originariamente apparso su Lankelot.com
ISBN/EAN: 
8031179707478

Commenti

"Quattro ?signori? che dovrebbero rappresentare, nell?idea del regista, i quattro poteri borghesi" beh, non è idea di Pasolini, ma di De Sade.

"Poi, e qui mi incazzo ancora di più, infangare così l’idea di giovani - i ragazzi della R.S.I. - che in spregio al rischio della vita e ad una sconfitta certa, non hanno esitato a donare loro stessi ad una causa che, per quanto molti possono ritener sbagliata, nei loro intenti volle essere un ultimo richiamo ad un’idea e ad una Patria che stava morendo, è, quantomeno, inutile e gratuito". Non sarà questo l'unico reale motivo per cui non ti è piaciuto il film? E questo ti basta ad odiarlo così visceralmente?

Non so, non vedo nessun radicale cambiamento del percorso pasoliniano. Qui ha senz'altro calcato la mano, ma la rabbia contro certi poteri l'ha sempre manifestata senza peli sulla lingua. Vedi poesia "Ad un papa". Ovvio che il film non è per tutti, nessun film di Pasolini lo è. Lo spettatore si può disgustare del film come del libro, sta alla sensibilità del fruitore a non fermarsi alle sole immagini. Con tutti i filmacci horror che girano, sai che scandalo per una lingua di gomma tagliata (male). Per la merda, chi vuol esser lieto sia del doman non c'è certezza. Certo non è film da proiettare nelle scuole elementari.

Scusa Federico, permettimi un'altra precisazione per chi non ha visto il film " traspone le vicende sado-pornografiche del romanzo stesso nella cornice d?una villa che ospita..." il porno come saprai comprende la penetrazione visibile sullo schermo. Qui non ce n'è. C'è in Von Trier, in Kubrick, in Waters ma in "Salò" no.

Ammetto che la cornice può aver influenzato, ma il film, a mio personale parere, è una schifezza comunque: insensato. si nota che l'ultimo Pasolini è angosciatissimo, e ho sempre avuto l'impressione che abbia sfogato tante frustrazioni in questo film. E lo dico da amante del poeta-cineasta che, delusissimo dall'ultima sua opera, se ne chiede il senso. Non trovando risposta certa. Il porno, seppur dici che non si vede, si intravede eccome. E poi, come dico nella recensioni, si è talmente disgustati da non distinguer facilmente tra tanto schifo. Questo è ciò che penso. Ma considero quest'opera pasoliniana figlia della confusione, pertanto, non ritengo infici tutto ciò che di bello aveva fatto in precedenza. In sostanza, a conti fatti, rimango grato all'uomo e all'artista.

Concordo con Léon.
Salò ha lasciato molti amanti di Pasolini inevitabilmente sconcertati.

Parlami dell'insensato, dai. A me il senso salta dritto in faccia, ma magari è figlio della troppa stima verso il regista, può essere. Parli di confusione, ma è tutto così schematizzato e geometrico che davvero non afferro. Il porno suggeristo si chiama erotismo, per quanto meccanico possa essere. Ma qui non vedo né l'uno né l'altro. Una sodomia con la sola inquadratura del volto non ha niente di scabroso. Anche Bergman lo fa in "Fanny e Alexander". Solo che qui ha senso: è simbolico: con l'atto sodmitico si allude alla violenza intellettuale. Sarò un visionario? Dimmi cosa trovi di insensato. Parlaci di una sequenza che trovi inutile, dai.

é tutto un delirio, a mio avviso. A partire dalla cornice scelta da Pasolini, improbabile. E soprattutto, insensata. Come il film, ribadisco. Che senso ha trasportare le vicende del divin marchese a Salò, in un momento cruciale per le sorti patrie. Ti informo se non lo sai, ma ti giuro che non voglio polemizzare, che la maggior parte dei ragazzi che andarono in Repubblica avevano 16-17 anni e sogni e ideali. Pensavano alla Patria più che al Fascismo. L'offesa di Pasolini è grave, e preclude qualsiasi ragionamento in merito ai significati simbolici dell'opera. Io non li colgo proprio partendo da questa premessa. In ogni caso, pur trasportando altrove la vicenda, c'è fin troppo compiacimento sui corpi nudi e mutilati: il tutto ha un che di ossessivo e di malato. Insomma, nonostante le tue acute riflessioni sulla struttura (con riferimento ai numeri), non riesco a trovare il perscorso intimo del poeta. Non ne trovo proprio il senso. Sul porno, è questione di lana caprina, intendevo dire che gli elementi visivi mescolati erano al limite della sopportazione. Ed io sono abituato a vedere tutto.

ho visto il film, con un certo fastidio, e senza indugiare troppo ad andare avanti (sacrilegio forse, ma anche uso consapevole del lettore dvd). Ma sinceramente non l'ho trovato così orrendo, né così oltraggioso. Solo stancante, un po' fastidioso. Fra l'altro non si discosta molto da alcuni fatti di cronaca.

Non c'è pornografia e neppure erotismo: pura e semplice umiliazione (che del De Sade è solo un aspetto). La penetrazione quando c'è è punitiva, e credo pensasse all'omosessualità, cioè a come gli etero vedono generalmente l'omosessualità.

Forse è l'ambientazione che lascia a desiderare, anche perché trovo stupidino criticare con tanta apparente ferocia eventi di trentanni prima. Questo è forse l'unico grosso errore a mio parere: non c'era bisogno di tirare in ballo anche Salò. Il film avrebbe avuto senso (e forse anche maggiore coerenza) a prescindere dall'adattamento.

Non so, il valore di patria mi è così estraneo che mi è difficile giustificare il proteggerla con le armi. Comunque. Non credo che l'intento di Pasolini sia sputare su l'individualità di quei ragazzi, quanto per meri scopi simbolici. Io non sono abitutato a vedere tutto, "Pink Flamingos" mi fa tappare gli occhi in più sequenze, ma con "Salò" non ho avuto questa reazione. Non so io come so che una scena è finta riesco a vederla, ma appena in tv mi appare un morto reale mi viene il conato... mah! L'unica critica che mi verrebbe da fare al film è questa: lo svolgimento del tema e le sua divisione in capitoli, sa più di saggio che di film. Lo vedrei meglio come cortometraggio, più sintetico magari però più giustificatamente frazionato.

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