Aspettative e preconcetti non pagano certo il biglietto al cinema – e questo è una fortuna viste le esose tariffe che vengono richieste dai multisala – ma ben sappiamo che essi ci fanno compagnia ogni qual volta desideriamo dedicarci alla fruizione della settima arte, immaginando trama, taglio e quant’altro della pellicola di cui abbiamo avuto l’occasione di visionare il trailer. Se poi il film è tratto dal più famoso romanzo di Oscar Wilde, Il Ritratto di Dorian Gray, la nostra amica “Aspettativa” e il suo compagno “Preconcetto” cominciano ad acquisire quasi una loro consistenza, stringendoci sulla poltrona del cinema come se avessimo avuto la malaugurata idea di accomodarci proprio tra Platinette ed il Gabibbo.
Mi accingo a riassumere la trama della pellicola, più per dovere di cronaca che per una reale utilità, confidando che tutti i lettori abbiano almeno sentito parlare del personaggio di Dorian Gray e di colui che lo ha creato. Colgo l'occasione per invitare chi è ignorante in materia a cospargersi il capo di cenere ed a provvedere all'istante a procurarsi una copia del romanzo in questione; vero e proprio capolavoro di stile, opera magna della letteratura inglese, manifesto del dandismo e, in qualche modo, visionaria e fantastica biografia di Wilde stesso.

Dorian ha tutto ciò che conta nella vita: bellezza e giovinezza, oltre che una ricchezza pecuniaria che, si sa, non guasta mai. La Victorian Age è l’epoca in cui tutto è lecito, o almeno così sembrerebbe, a patto che il piacere venga abilmente celato e dissimulato, ricercato negli squallidi sobborghi dove la povertà stride ed entra in ossimoro con lo splendore di una nuova età dell’oro per l’alta società londinese, di cui il giovane Gray fa parte. Charmant più che bello, Dorian è sulla bocca di tutti, ma la vita è effimera ed in un battito di ciglia già volge al tramonto. Ma può un Dandy, sperimentatore decadente del piacere, attenersi alle dure leggi che regolano il mondo?
Se, per un artifizio che ha il retrogusto di un patto Faustiano, fosse possibile incatenare la propria anima ai pigmenti di un dipinto, fare sì che siano i colori di questo a sbiadire e scolorire, deperire e morire, lasciando il vostro corpo sempre giovane e avvenente, accettereste il fardello di svendere la vostra anima per divenire un essere ibrido, immortale? Dorian non ha dubbi e così ha inizio la sua pena, la sua sperimentazione della vita, la sua discesa nell’Erebo ed il suo tentativo di risalita. Ma come già Orfeo aveva ben compreso quando, dopo mille peripezie, si era voltato per guardare la sua Euridice, vedendola scomparire per sempre, Dorian Gray scoprirà a proprie spese che non vi è modo di sfuggire al Destino.

Parker si concede, a ben vedere, più di “qualche licenza”, sottolineando un lato macabro, splatter ed horror della storia che nel libro di Wilde non esiste o, se presente, deve essere ricercato minuziosamente con il celeberrimo lanternino. Un vero peccato, in definitiva, poiché il risultato al termine dell'equazione regala agli spettatori un film certamente piacevole da vedere, ma che rimane mutilo di tutta la bellezza del romanzo, facendo emergere un Dorian Gray scontato e quasi melenso, una pantomima del personaggio d'inchiostro che il genio inglese ha consegnato alla letteratura. In sunto: un ragazzo omonimo e contemporaneo al Dorian che tutti noi conosciamo, privo però della magia che rende vivi ed immortali gli Eroi.
In qualche modo ciò che rimane di questa pellicola è un senso di vigliaccheria, come se la paura di far rivivere sullo schermo il vero e conturbante genio di Wilde fosse palpabile in ogni sequenza, in cui l'aspettativa – quella di cui si parlava in incipit – ti divora senza sosta, non lasciandoti mai sazio, come accade con i pop-corn. Nel complesso, come dicevo, il film non risulta in alcun modo manchevole, almeno per chi ama le storielle macabre, ma ha quel piccolo neo che a me personalmente ha infastidito dall'inizio alla fine: non era un film su Dorian Gray.
E' inutile stare tanto a girarci attorno, è come quando a Natale una bambina attende con ansia l'arrivo di Barbie Magia delle Feste e poi quando scarta il regalo si ritrova un set di trucchi di quelli che fanno venire i bubboni sulla pelle. Non è che il regalo non sia apprezzato eh, s'intenda, nessuno riuscirà a togliere di mano la strabiliante trousse alla giovine prima che la sua pelle non sia simile a quella di un lebbroso... però quegli stramaledetti trucchi non sono Barbie Magia delle Feste... e questo è un dato di fatto incontrovertibile!
Tornando al film e lasciandoci alle spalle i paragoni tra il dandy e Barbie, su cui comunque potrebbero essere scritti interi saggi... Buone le interpretazioni degli attori principali, con un Ben Barnes che risulta assai azzeccato nei panni del giovane Gray, grazie al suo sguardo magnetico - che intriga e seduce con la sua vacuità – ed il fascino a dir poco British.
Veramente una delizia la fotografia, che mi ha lasciato di sale: basti ricordare – tra tutte le immagini – quella del cadavere di Sibyl Vane, attrice che sul palco interpretava Ofelia, e che, proprio in omaggio al personaggio di Shakespeare, ci viene presentata con una luce ed una posa che non può non rimandare immediatamente alla famosissima Ofelia immortalata da Millais.

In conclusione: film godibile ma dal titolo completamente sbagliato... pensare che sarebbero bastati un salto all'anagrafe per il bel protagonista ed un altro paio di scene di sangue per rendere il tutto un “quasi-horror” non pretenzioso capace ritagliarsi un suo pubblico senza far rivoltare nella tomba il genio di Oscar Wilde.
Andrea Betti – 02 dicembre 2009
Regia: Oliver Parker
Soggetto: tratto da “The Picture of Dorian Gray” di Oscar Wilde
Sceneggiatura: Toby Finlay
Direttore della fotografia: Roger Pratt
Montaggio: Guy Bensley
Interpreti principali: Ben Barnes, Colin Firth
Musica originale: Charlie Mole
Produzione: Ealing Studios, Fragile Films
Origine: Regno Unito, 2009.
Durata: 112 minuti
Titolo originale: “Dorian Gray”.
Commenti
Neo Andrea Betti!
qualcuno aveva visto, invece, "Wilde", qualche anno fa? Che ne pensate?
2. dalla regia mi dicono "mostruoso"...
non esistono grandi film sui letterati, a quanto pare. Soltanto buone traduzioni cinematografiche dei loro romanzi. Strano fenomeno..
Spesso sono dei mestieranti che traducono in film dei grandi libri, e i risultati sono opere commerciali stiracchiate. Ma altri film di Parker da Wilde non sono male come "Il marito ideale" e "L'importanza di chiamarsi Ernest"
non sapevo:)
Per questo, nonostante il bel pezzo di Andrea, son curioso di vedere il film :)
Hammer, scusa l'OT, ma perché non provi a studiare "Am Sarazenturm", 1956 ("Terra sarda", Il Maestrale 1999) di Junger? Sarebbe un contributo fondamentale per lo speciale EJ
Sì, c'ho pensato ma non mi prenoto perché so di essere inaffidabile. forse, dai :)
sarebbe anche una buona occasione per studiare le edizioni maestrale, che mi sembrano decisamente meritevoli, a occhio e croce;)
ci dirai.
chiudo l'ot:)