ALIENI
Un ragazzo dai capelli verdi viene licenziato per esubero del personale. Si chiama Ryu ed è sordomuto. Attende la disponibilità di un rene per la sorella. Lui non può donare. Un medico gli dice che la lista d’attesa è lunga, per cui è costretto a mettersi nelle mani dei trafficanti di organi: i soldi non bastano, ma può aggiungervi qualcosa di strettamente personale. Paga e si ritrova, il mattino successivo, completamente nudo sul freddo cemento di un palazzo di periferia. Una vistosa ferita si nota sul fianco. Non ha più il suo rene; i trafficanti sono scomparsi anche con gli ultimi soldi che aveva. Nessuno lo soccorre per strada mentre tenta di tornare a casa in autostop. La beffa più crudele è che riceverà poco dopo la notizia della disponibilità di un rene per il trapianto, ma lui non ha più i soldi necessari per l’operazione. La sua ragazza lo convince a tentare il rapimento di un bambino per estorcere il denaro ai genitori. Non gli faranno del male, tutt’altro. I bambini delle famiglie ricche sono soli, non hanno mai nessuno con cui giocare. E loro, invece, gli riempiranno la vita, restituendo alla famiglia un bambino felice. La scelta cade sulla figlia del presidente della società per cui lavorava il ragazzo.
Inizia così il gioco gioioso tra l’infanzia e gli adulti che non hanno appigli nella società, finché la sorella malata, scoperta la verità, si suicida per non esser più di peso a nessuno. Il ragazzo la porta in riva ad un lago dove sognava di esser seppellita, nella pace silenziosa della natura.
Le cose, tuttavia, si rovesciano. Un fatale incidente provoca la morte della bambina, scatenando una spirale di morte che sgomenta. La vendetta non conosce pietà.

In uno strazio corale che si perde nell’abisso dell’animo umano, il film scuote la coscienza, destabilizzando e martellando nella crescente ansia che tutto possa conoscere finalmente la parola fine.
Park Chan-wook inizia, dopo una serie di fortunate prove, la trilogia della vendetta che comprende “Oldboy” e “Sympaty for Lady Vengeance”. E lo fa, da subito, senza tregua.
L’immaginazione non serve, quando il cuore palpita, istante dopo istante, di fronte alla sofferenza dell’uomo che non ha parola per esprimere, per urlare, per appellarsi a chi, a cosa, se non al destino, al tragico, fatale destino che lo vuole alieno in un mondo oscuro. Non ci sono mezze misure in questa prova superlativa che mantiene ancorato alla realtà il dramma esistenziale di una serie di personaggi tormentati dalla sfortuna, bilanciando alla perfezione la drammaticità della vendetta e la pietà compassionevole che trasuda dalle scene. La linea di demarcazione tra l’essere buono o cattivo sarà tracciata dagli eventi, perché si resta attoniti di fronte allo strazio allucinato di un padre che perde la ragione della sua vita; e, allo stesso modo, si resta impressionati dal dolore muto del giovane che conserva intatta, nel colore dei capelli, la purezza della speranza.
Non ci sono sfumature neppure quando sfila sulla scena insanguinata la triste schiera di personaggi collaterali: la fidanzata anarchica ed il suo gruppo terrorista fantasma da un lato, i trafficanti d’organi dall’altro. Non ci sono pause per lo spettatore, che si trova impotente di fronte ad una sceneggiatura che, magistralmente, non dà tregua al dolore.
Si assiste così ad una lineare quanto spietata circolarità della vendetta in una struttura tipicamente orientale.
Seppur in piena autonomia di stile e di ispirazione, troviamo tracce di una visione più vicina alla Kim Ki-duk che alla Park Chan-wook di “Oldboy”.
C’è l’acqua del lago dove una bambina annega senza che nessuna possa udirne le urla (“perché non mi hai insegnato mai a nuotare, papà? ”); c’è un ragazzo sordomuto, girato di spalle, che posa una pietra dopo l’altra sul corpo della sorella tanto amata; ci sono le fotografie della gioia, ci sono i colori ed i disegni che imprimono sulla carta la potenza visiva della scena e restituiscono un respiro poetico al dramma; c’è la violenza efferata su chi non ha mostrato pietà (i trafficanti di droga, oltre che esser protagonisti del furto dei soldi, sono soliti seviziare le persone prima dei trapianti illegali); c’è un padre che vende tutto ciò che possiede per trovare i colpevoli della morte della figlia; c’è un padre che infligge torture infinite alla fidanzata del ragazzo, ma la copre con un telo per non vedere e non far vedere; c’è un padre che in tutto questo riesce a portare in ospedale un bambino morente, facendolo curare a sue spese; però è ancora lui che colpisce il ragazzo dai capelli verdi non prima di avergli chiesto scusa perché è un bravo ragazzo, ma la vendetta deve andare avanti fino alla fine. Ed infine c’è un gruppo di terroristi che emerge dall’ombra per chiudere il cerchio.

Park realizza un’opera immensa seguita da uno straordinario “Oldboy”, riuscendo a mantenere coerenza e stile da un lato, innovando dall’altro.
“Sympathy for Mr. Vengeance” è un film complesso, con prove attoriali straordinarie, che ha il pregio della purezza d’intenti. Si possono proporre accostamenti solo per evidenziare le differenze e l’autonomia perfetta dei due film.
“Oldboy” è una feroce danza di morte con vendetta incrociata in cui il mezzo risulta sproporzionato alle colpe, ma non alle conseguenze. “Sympathy for Mr V.” è un delirio alienante di disumanità del destino.
“Oldboy” ha un ritmo che non lascia tregua, sottolineato da una colonna sonora estremamente significativa e complementare. Il tema dominante è il valzer che rievoca quella danza altalenante che vede la coppia Dae-su/Woo-jin alternarsi sulla scena, dando le spalle allo spettatore a turno.
In “Sympathy” è un crescendo di toni che presenta il dramma sin da subito, con quel rene asportato con estrema crudeltà, e quel dottore che non dà speranze al ragazzo, senza mostrare la minima compassione. È freddo nell’enunciare la lunghezza dei tempi d’attesa allo stesso modo con cui la donna che svolge le funzioni di chirurgo osserva scene agghiaccianti che si compiono sotto il suo sguardo criminale.
I silenzi riempiono i vuoti lasciati consapevolmente da una colonna sonora pressoché inesistente, con i toni stridenti di brani sperimentali che accentuano il senso di alienazione data dalla visione. I gesti, le movenze, gli sguardi vacui del giovane ragazzo che ha perso la sorella in una lotta contro il tempo e contro la crudeltà umana, si concretizzano nella meccanicità della vendetta di un padre che recupera l’anima solo nei momenti finali, costringendo altri e costringendo se stesso all’ineluttabilità del destino.
Difficile accettare quella violenza su creature che sono state carnefici inconsapevoli. È l’innocenza ad esser violata, vampirizzata da un destino disumano e, parallelamente, dalla società nella sua totalità.
Su tutto aleggia il senso di una più elevata tragedia collettiva, data da quei contrasti sociali che non risparmiano la miseria più aberrante e la ricchezza più sfrenata, senza vie di mezzo. Ed è così che assistiamo ad un tentato suicidio da parte di uno degli operai licenziati che si sventra di fronte all’auto lussuosa del presidente della società mentre vediamo l’orrore crescente che travolge il ragazzo. E poi conosciamo il poliziotto che accoglie sul luogo dell’incidente il padre della bambina chiedendo alla moglie di ringraziare il cielo per il fatto di esser poveri e non dover assistere al sequestro dei loro figli.
Il tocco gentile del ragazzo rivolto al capo dei trafficanti d’organi, il disegno di un mondo ideale incontaminato, in cui rifugiarsi con la sorella, non basta a salvarlo dallo sgomento di una vita che non risparmia nessuno.
Park realizza così l’armonia naturale tra la compassione e la vendetta atroce. Ed è per questo che si ha la tentazione di chiudere gli occhi così spesso tanto è il dolore che trasuda, al di là dell’efferatezza delle azioni.
Il regista spesso evita la presa diretta del dolore, lasciando alla distanza o al celato il compito di spiegare il resto. Visivamente la scelta si concretizza nel telo che copre il corpo della ragazza soggetta ad elettroshock, mentre il carnefice siede a terra e mangia in una ciotola; poi nota le foto della figlia sorridente e continua la sua opera sino alla fine. Comprende che si trova davanti ad atipici criminali, ma non può fare a meno di portare a termine la sua vendetta. Le atrocità compiute sulla coppia hanno la medesima intensità di quelle che il ragazzo compie sulla banda di trafficanti. E la compassione cresce a dismisura nei confronti di quel ragazzo ferito che scopre la sorte della sua ragazza e le accarezza la mano di nascosto, mentre la portano via.
Regia: Chan-wook Park.
Sceneggiatura: Moo-young Lee, Jong-yong Lee, Chan-wook Park.
Fotografia:Byeong-il Kim.
Montaggio:Sang-beom Kim.
Scenografia:Jung-wha Choe.
Interpreti principali: Kang-ho Song (Dong-jin), Ha-kyun Shin (Ryu), Du-na Bae (Yeong-mi), Ji-eun Lim (sorella di Ryu), Dae-yeon Lee (Choe), Bo-bae Han (Yu-sun) Ha-kyun Shin Du-na Bae Ji-eun Lim (sorella di Ryu), Dae-yeon Lee (Choe), Bo-bae Han (Yu-sun).
Musica originale:Hyeon-jin Bae.
Distribuzione:CJ Entertainment.
Produzione:Studio Box .
Origine: Corea del Sud, 2002.
Durata: 121 minuti.
Titolo originale: “Boksuneun Naui geot”.
Originariamente apparsa su Lankelot.com


Commenti
"L?immaginazione non serve, quando il cuore palpita, istante dopo istante, di fronte alla sofferenza dell?uomo che non ha parola per esprimere, per urlare, per appellarsi a chi, a cosa, se non al destino, al tragico, fatale destino che lo vuole alieno in un mondo oscuro"
prima parte della trilogia.
Per me però il migliore rimane OldBoy...
(arrivo stanotte:). Qualche anno dopo posso finalmente commentare la trilogia: ho i dvd - danke Hammer - e in memoria tenevo i tuoi pezzi;) )
L'ho visto un po' di anni fa. Dopo aver visto "Old Boy" che, in ogni caso, mi è sembrato più avvincente e più sottile. Mi manca "Lady Vendetta": dovrei rimediare!
Mi sono nutrita della colonna sonora di Oldboy per mesi. Il film mi aveva esaltata (e quando scrivo esaltata, intendo dire che ero ossessionata da Oldboy). Avevo già una buona opinione del regista che conoscevo per il suo precedente JSA, tuttavia, ritengo Oldboy più vicino ai gusti (e ritmi) occidentali, nonostante l'impronta coreana molto forte di un soggetto giapponese. Sympathy for Mr., invece, lo ritengo più territorializzato, più autoctono. Dirò di più, Sympaty for Lady all'inizio non m'era piaciuto, ma una sua seconda visione a distanza di tempo me lo ha fatto completamente rivalutare. In definitiva, a mio personalissimo giudizio, è una trilogia che seppur nell'autonomia di ogni singolo frammento, si rivela composta da tre grandi film che io amo in egual misura.
allora siamo a un passo dai nuovi pezzi della trilogia, giusto? ;)
daje movi!
scusate ,dove potrei vederli questi film?
Salve Francesco, al fondo della recensione trovi due link al dvd in vendita su Ibs e Libreriauniversitaria.
Saluti.