REDENZIONE
Park chiude la partita della trilogia della vendetta muovendo sulla scacchiera la regina, la donna, quale potente simbolo di speranza. L’abbrutimento dell’uomo, ad opera di un tragico destino, protagonista dei due capitoli, si trasforma in una visione tutta al femminile. E non di una donna qualsiasi, ma una madre. È questa la chiave di lettura della nuova prospettiva, quella che mancava nei precedenti schizzi dalla violenza rosso sangue. Gli uomini qui hanno un rilievo quasi nullo, anche quell’oggetto di vendetta che ha una valenza ideologica, ma a cui la regia affida una dimensione da riquadro finale che si scorge appena. Da questo punto di vista è un peccato, perché quell’uomo è stato Dae-su in Oldboy ed avrebbe meritato maggior spazio in una dialettica cinematografica con la donna, ma alla fine non era questa l’intenzione del regista. E lo si comprende da subito, da quelle immagini iniziali di un bianco accecante su cui si tracciano solchi di sangue. A differenza dei primi capitoli, Sympathy for Lady Vengeance necessita di una metabolizzazione prima di riuscire a comprendere che si pone esattamente allo stesso livello degli altri due in quanto ad eleganza e sinuosità dei movimenti, prima di capire che il suo è un messaggio di speranza nella redenzione umana, prima di comprendere che è partecipe della complessa visionarietà di Park. Il suo difetto, se vogliamo considerarlo tale, è quello di aver una minor presa della pancia dello spettatore. È più lento, misurato ed allo stesso tempo più tortuoso nella sua espressione, più ricco di simboli e di tasselli che devono perfettamente allinearsi prima di scoprire la verità delle cose, ma alla fine arriva travolgendoci con i suoi interrogativi. Il confine tra bene e male viene ribaltato, come nel primo film della trilogia, e la vendetta è percepita quasi come necessaria, naturale, grottesca.
Geum-ja è una ragazzina che si rivolge al professor Baek in un momento di sconforto nella sua vita. È incinta ed il suo ragazzo è troppo giovane per assumersi le dovute responsabilità. Approfittando della sua debolezza, il signor Baek ne diventa l’amante. È un personaggio anomalo Baek. È un assassino, un mostro che sceglie i bambini delle scuole che frequenta, mai qualcuno della sua classe, per non destare sospetti. Si nutre degli istanti finali dell’innocenza e ne colleziona le immagini, in stile snuff movies.Geum-ja viene coinvolta sotto ricatto. Finisce in carcere al posto di Baek, e vi resta per 13 anni. In quel posto, in mezzo ad una moltitudine di donne dalla variegata sfaccettatura esistenziale, seguita a vista da un prete cattolico, diventa l’angelo dal viso che irraggia bontà, simbolo stesso della pienezza della redenzione. È un falso. La sua vendetta è iniziata già dal momento in cui ha varcato le porte del carcere. Quelle donne che aiuta in mille modi le saranno riconoscenti una volta fuori. E lei reclamerà da ognuna di loro il piatto caldo della gratitudine. Può gettare la maschera solo una volta libera, 13 anni dopo, e lo fa davanti a quel prete che le offre un piatto di tofu bianco latte, il colore della purezza, iniziando un percorso tortuoso e lineare allo stesso tempo per tornare a lui, quello che ha dato inizio a tutto il suo dramma."Perché metti quell'ombretto rosso?""Per sembrare meno buona"
Park, sceglie il flashback incastrato nel presente per rivelare il passato della donna, il suo incontro con Baek, la simulazione dell’omicidio davanti alla polizia, l’inquisizione dei giornalisti, la disperazione dei parenti della vittima, i suoi incontri in carcere, le sofferenze delle compagne alleviate dalla sua angelica compassione, scardinando poco a poco tutte le certezze su una Geum-ja carnefice. E poi di nuovo rimescola le carte, con quel coro che l’accoglie una volta uscita dal carcere e che rimane spiazzato davanti alla dura reazione della donna.Il film si rivela, quindi, un ritmo alternato in ascensione che lascia al finale il compito di decifrare tutti quei movimenti, quelle scelte strategiche, quell’impianto paradossale che porterà alla vendetta. Le citazioni si sprecano, ma sono inutili, il film vive da solo senza paragoni. La colonna sonora supporta, allevia, esalta, ma non rapisce né stride nel confronto. Gli ambienti, come il ritmo, si alternano: i colori pastello circondano Geum-ja lasciando spazio ai contorni forti, cupi delle ambientazioni della vendetta, per poi annullarsi nella neve che tutto purifica, come nel sogno della donna e come in quella realtà che accoglie un abbraccio.L’occhio alla regia si sposta, lasciando tutto all’immaginazione, sempre meno prolifica. Non c’è grande immaginazione da sviluppare perché, rispetto agli altri capitoli della trilogia, porta in scena sempre meno visioni dirette del male, privilegiando il fissarsi sulla duplicità reattiva dei suoi protagonisti, la lucidità di Geum-ja da un lato e l’ambivalenza sofferta dei parenti delle vittime dall’altro.Da questo punto di vista, non attaccando e non lasciando vedere, è anche il più profondo dei tre.Lei è fredda nell’attuare i suoi piani, nel percorrere il vicolo cieco che porta alla vendetta, ma sa anche sciogliere il cuore davanti ad una visione di madre che ritrova ciò che pensava perduto, davanti alle visioni dei parenti delle vittime innocenti, madri, padri, nonne, sorelle che hanno una storia da raccontare, una storia di disperazione e di annullamento totale. L’onda anomala che ha travolta Dae-su torna per travolgere gli innocenti. Lei si fa giustiziera per loro più che per se stessa. E lo trova Baek, lo sequestra, portando alla luce le immagini innocenti macchiate dalla violenza di cui si è nutrito, impadronendosi per sempre del respiro di piccole creature indifese. Geum-ja ha rinunciato alla sua vita anche se proprio quel destino crudele, su cui Park ha infierito fino a questo momento, le restituirà calde lacrime di commozione, una nuova visione della speranza.No, questa volta non è stato il destino impietoso a mietere vittime. È la mano dell’uomo ad agire. Il motivo è ancor più atroce. La mente non è deviata. Ed è la mano di una madre che restituirà loro il respiro innocente.Regia: Chan-wook Park. Sceneggiatura: Chan-wook Park, Seo-kyeong Jeong. Fotografia: Chung-hoon Chung. Montaggio: Sang-beom Kim. Interpreti principali: Yeong-ae Lee (Geum-ja), Min-sik Choi (Mr Baek). Musica originale: Seung-hyun Choi. Distribuzione: CJ Entertainment. Produzione:Young-wuk Cho. Origine: Corea del Sud, 2005. Durata: 112 minuti. Titolo originale: “Chinjeolhan geumjassi”, “Lady vendetta”, Leoncino d’oro - Venezia, 2005.Movida, 27 aprile 2009.PARK in LANKELOT
Park Chan-Wook - Mr. Vendetta (Sympathy for Mr. Vengeance) di monnalisa
Park Chan-Wook - Old Boy di monnalisa
Park Chan-Wook - Old boy di paolo-castronovo
Park Chan-Wook - Old Boy di arpaeolia
Park Chan-wook - Oldboy di movida
Park Chan-wook - Sympathy for Mr. Vengeance di movida

Commenti
tema forte anche in questo.
Devo dire che quando lo vidi la prima volta non ne ero entusiasta. Dopo ho cambiato idea. Certamente le mie preferenze vanno ai primi due capitoli, ma qui non so...
Va visto più volte, concordo.
(magistrale. come sempre)
3.prrrr
2. eh già...abituati all'impatto devastante di Park,questo si deve necessariamente assimilare, ma lo ritengo all'altezza...chissà che accadrà con il remake americano, si dice anche di Oldboy ...bleahhh
L'ho appena visto, non lo conoscevo e sono rimasto a bocca aperta. Il tema del senso di colpa mi aggrada assai.
e la protagonista è bellissima. affascinante.