IL MIO NOME È OH DAE-SU
Un uomo ubriaco si trova ad una stazione di polizia. Un amico lo recupera per portarlo a casa, dove lo attende la figlia amatissima che festeggia il compleanno proprio quel giorno. Le telefonano da una cabina telefonica per anticipare gli auguri e scusarsi del ritardo, ma uno dei due si volta e non trova più l’altro. Un ombrello si sposta lasciando la visione di una “X” ed una freccia di vernice rossa su cui è rovesciato un pacchetto contenente un paio di ali bianche, ad interrompere l’ordine composto dell’asfalto. Si iniziano a notare i primi contrasti simbolici.
Un uomo viene rinchiuso in una camera per quindici anni senza sapere perché. Le sue resistenze sono inutili. Le sue ribellioni trovano sfogo solo su stesso, con il martirio della sua carne ed in quei pugni dati contro le pareti che si rivestono della sua sofferenza sanguinolenta. La televisione è il suo orologio, il suo calendario, la sua chiesa, la sua amante, il suo maestro, il suo sole e vi si lega morbosamente per tutti quegli anni al fine di tenersi psicologicamente in vita ma “la televisione non insegna le parolacce”.


Formiche, formiche, e ancora formiche che emergono da sotto la pelle per riempire la solitudine sotto forma di allucinazioni sensoriali. Lui scrive, ripercorre la sua memoria, frazione dopo frazione, per tracciare un elenco di persone che hanno attraversato la sua vita e che potevano odiarlo a tal punto da costruire una prigione così crudele. Tenta di togliersi la vita quando scopre da un notiziario che sua moglie è stata brutalmente assassinata e che i sospetti ricadono su di lui.
Qualcuno lo osserva, lo spia, lo nutre, lo tranquillizza artificialmente e lo addormenta con il gas. Ogni anno è scandito da un tatuaggio impresso sul dorso della mano con le molle del letto.
Lui, novello conte di Montecristo, scava granello dopo granello affinché possa trovare un giorno una via di fuga. Allena il suo fisico e sogna ossessivamente il momento in cui rivedrà la luce del sole, finché una donna entra nella sua stanza e lo ipnotizza: è l’ora della libertà; è l’ora della vendetta.
Ma chi è Oh Dae-su e perché è stato in quella camera per quindici anni?
“Sapere che sarebbe stato per quindici anni, avrebbe reso le cose più sopportabili?”

Il film di Park arriva in Italia dopo aver esser diventato un piccolo caso all’estero. Suggestioni
visive dalla Corea del Sud nei primi mesi del 2005 che hanno visto sfilare sugli schermi cinematografici esperimenti come “Natural City” (2003, che vede come protagonista lo stesso Yu Ji-tae) di Min Byung-chun, “Resurrection of the Little Match Girl” (2002) di Jang Sun-woo e “Sword in the moon” (2003) di Kim Eui-suk, sull’onda degli eroi della spada, fino al film più atteso. Tarantino quando consegnò il premio a Cannes rivelò che avrebbe voluto girare lui questo film.
“
Oldboy” si pone come episodio di mezzo di una trilogia iniziata con l’agghiacciante “Sympathy for Mr. Vengeance” (2002) e con un terzo capitolo in “
Sympathy for Lady Vengeance” (2005). Il tema della vendetta è il filo conduttore di tutti e tre i film che, per il resto, sono completamente slegati l’uno dall’altro per storie e caratterizzazione dei personaggi. La scelta qui di un ritmo concitato annunciato già a partire dai titoli di testa si rivela essere rivoluzionario rispetto al precedente capitolo. Nel terzo sarà ancora diverso.
Park si dimostra molto attento alla cura dei dialoghi, alle citazioni ed i suoi film riescono ad aver presa anche all’estero. La sua produzione fino a questo momento si è dimostrata complessa, ma raffinata e tecnicamente efficace.
In “OldBoy”, Park mette in scena la storia di una vendetta incrociata in escalation tra la suggestività onirica della prima parte e l’intensità drammatica della seconda.
Non ci sono debolezze, non ci sono pause, né schizofrenie registiche; si viene trascinati in una danza vorticosa di ampio respiro che promette una sorpresa ad ogni cambio scena. Picchi altissimi di atrocità vendicativa, scanditi da un calendario che avanza inesorabile dopo quindici anni di attesa claustrofobica.
Uno scatto dietro l’altro guida Dae-su, moderno giustiziere dell’alba del giorno dopo, che vede distrutta la sua vita senza conoscerne il motivo.
Dopo anni di ravioli fritti, si orienta su qualcosa di “vivo” per il primo pasto da uomo libero ed è così che lo si vede affondare i suoi denti su un polipo in movimento che espande sulle sue labbra i suoi viscidi tentacoli prima di essere risucchiato del tutto. Scena agghiacciante, ma non è l’unica. Quell’animale è il simbolo dell’anima virulenta del suo nemico fantasma che lo ha ridotto ad una bestia. Il suo desiderio è quello di ridurlo a pezzetti e masticarlo fino a farne scomparire le tracce sulla terra, ma la scelta è duplice: la vendetta o la ricerca della verità.
La decisione gliela offre lo stesso burattinaio, Woo-jin, che, seminando marchi di fabbrica come fazzoletti e pacchi regalo con la medesima stampa, si svela per alimentare il fuoco che scorre nelle vene di Dae-su.
La mostruosa macchina della vendetta è sempre in movimento ed ha ancora molte carte da svelare; carte che renderanno l’animo di Dae-su ancor più piccolo di fronte alla potenza del destino e, al contrario, la sua violenza ancor più distruttiva.
La condizione di abbrutimento in cui è vittima e carnefice allo stesso tempo è vivacizzata dall’impietosità con cui attua il suo piano, una volta fuori da quella camera-prigione.
“Quindici anni di allenamento immaginario possono essere d’aiuto nella vita reale”

I toni drammatici sono acuiti da una colonna sonora spettacolare nella sua incisività, tra scelte originali e classiche come l’Inverno di Vivaldi che accompagna l’estrazione dei denti di uno dei carcerieri e che torna quando è Dae-su oggetto della stessa azione. Indimenticabile è il risultato. Le immagini alternano momenti di calma a quelli di estrema vivacità espressiva, tra i toni forti, caldi che circondano la figura di Dae-su (su cui domina il rosso) e quelli freddi di Woo-jin (in particolar modo il viola del cappello, dei fazzoletti e dei pacchi regali) stemperati da quel verde dell’acqua del suo appartamento.
La violenza è motivo trascinante della scena ma viene plasmata da una crudeltà senza forzature che risulta addirittura comprensibile. Ed è questo che spiazza lo spettatore, trovandosi coinvolto emotivamente in una sintesi equilibrata di vendetta su piani paralleli, in cui è difficile, se non impossibile, distinguere il bene dal male, il colpevole da chi non lo è, il carnefice dalla vittima. In “
Sympathy for Mr. Vengeance” questa caratteristica è ancora più netta proprio per la storia particolare che Park ha messo in scena nel primo capitolo. In “OldBoy” il mezzo apparentemente risulta sproporzionato rispetto al risultato, ma se si approccia agli eventi con lo sguardo di Woo-jin, il cui onore è stato distrutto insieme a quello dell’oggetto del suo amore, si comprende che non possono esserci limiti nella crudeltà. È tutta una società ad esserne coinvolta, dopo il boom economico di cui Woo-jin stesso è protagonista ma che non può dimenticare i valori della tradizione.
Entrare nei meccanismi psichici di Dae-su è estremamente facile, ma la sceneggiatura permette di attutire anche la contrapposizione con la vendetta pianificata del suo nemico. Nell’estremizzare la finzione cinematografica, Park non risparmia momenti poetici per sdrammatizzare quella che diverrebbe altrimenti una carneficina nella lunga ed estenuante tortura psicologica che prosegue oltre i quindici anni di prigionia. Le tecniche di ripresa scelgono di spostare dalle inquadrature le immagini più crudeli prima che il film visivamente si trasformi in un horror. Lo stesso avviene ma in misura minore nel primo capitolo della trilogia. Nel precedente film era la storia che rendeva impossibile l’attenzione ossessiva sui particolari.
Il controllo totale della vita di Dae-su mette il suo carnefice in condizione di sentirne la mancanza quando riesce a svincolarsi per una frazione di tempo. Ma la vendetta dell’uno si presta all’istintività animale da consumarsi istantaneamente, quella dell’altro è più lenta, ragionata, composta e, per questo, inattaccabile. Questo contrasto si evidenzia non solo dai colori scelti dalla scenografia, ma anche dalle movenze dell’uno e dell’altro, dalla loro espressione e dall’incipit dei loro ricordi (Woo-jin in posa yoga, Dae-su concitato).
Il carnefice si pone con un volto angelico davanti a Oh Dae-su che, invece, rivela le sofferenze degli anni. Poco importa se in questi momenti si notano delle discrepanze nella sceneggiatura riflesse da un’età anagrafica improbabile. Sciocchezze che spariscono di fronte all’uso strumentale di certi aspetti che appaiono, a volte, apparentemente fuori posto.
La vendetta di “Oldboy” non nasce nel presente, né agli inizi della prigionia, ma risale ad un tempo lontano che Oh Dae-su aveva dimenticato e di cui non era responsabile fino in fondo.“Un sasso o un granello di sabbia possono affondare nello stesso modo”, gli dice il carnefice e si rende conto che nella vita una parola detta, anche la più banale, può cambiare il destino delle persone in modo irrimediabile. Un segreto, un pettegolezzo o la verità va sempre taciuta, tenuta nascosta, quale che sia la fonte, i propri occhi o un pettegolezzo. Ecco la morale desolante del film. Dae-su aveva visto ciò che non avrebbe dovuto vedere nella sua giovinezza; non era entrato ancora nel meccanismo ragionato delle conseguenze e aveva rivelato la sua visione al suo più caro amico prima di trasferirsi con la promessa di non parlare con nessuno. Non aveva preso coscienza di quell’onda anomala (evidenziata dall’accostamento di lui ad una fotografia nell’appartamento di Woo-jin) che provocherà nella vita altrui. Le sue parole erano volate via con il vento e dopo anni si era trovato prigioniero di una mente che non aveva dimenticato il male di una lingua che aveva parlato troppo.
Responsabile inconsapevole del suo destino, si trova servito su un piatto rovente una vendetta la cui perversione non ha confronti. Una volta distrutto l’oggetto del suo fanatismo, a Woo-jin non resta che compiere anche il suo di destino. I ruoli si ribaltano, proprio dopo aver raggiunto l’apice della sofferenza.


Scovare una pecca nella strabiliante interpretazione di Choi Min-sik (“
Shiri”, 1999, “Failan”, 2001, “
Ebbro di donne e di pittura”, 2002
), è praticamente impossibile; indimenticabile il suo personaggio carismatico e le sfumature espressive del suo animo sottolineate da inquadrature sapienti e addirittura inquietanti del suo volto (tre scene su tutte: quando in camera sente la notizia della morte della moglie, quando scopre che la figlia è ancora viva e si gira rinviando il contatto con lei a dopo la vendetta o quando si umilia in ginocchio davanti a Woo-jin). Stupisce nei quindici anni di prigionia, quando il suo volto si riempie di rughe visivamente impresse nel quadro appeso alle pareti come fosse “
Il ritratto di Dorian Gray” di
Oscar Wilde prestato, per un momento, alla scena; sbalordisce la passione vendicativa che traspare in tutta la sua calma quando inizia la caccia; strazia il cuore quando scopre la verità e si umilia, ancora una volta davanti al suo carnefice, chiedendogli pietà per quel dolore che vorrebbe risparmiare ad altri innocenti.
Difficile dimenticare le scene, a partire dal dramma dell’isolamento, per proseguire con la furia nel corridoio in cui si avventa sugli uomini pagati da Woo-jin con un martello in mano; un animale ferito che si rialza ogni volta perché temprato da un odio inarrestabile. Difficile dimenticare il film in se stesso, nonostante non risparmia momenti disturbanti.
Dopo essersi riempiti gli occhi di immagini pregne di onore e dolore, passione ed incesto, ricordi e vendette si finisce per essere toccati in fondo al cuore dalla poetica finale che ci regala istanti di serenità e di romanticismo, attraverso un abbraccio nel presente ed una fotografia scattata prima della morte nel passato, ultimi segni d’amore dopo la tragedia.
“Ridi ed il mondo riderà con te, piangi e piangerai da solo”
Regia: Chan-wook Park.
Soggetto: liberamente tratto dall’omonimo manga giapponese di Garon Tsujiya e Nobuaki Minegishi, 1997.
Sceneggiatura: Jo-Yun Hwang, Chun-hyeong Lim, Chan-wook Park.
Fotografia: Chung-hoon Chung.
Montaggio: Sang-beom Kim.
Interpreti principali: Min-sik Choi (Dae-su Oh), Ji-tae Yu (Lee Woo-jin Lee), Hye-jeong Kang (Mi-do).
Musica originale: Yeong-wook Jo – Seung-hyun Choi – Ji-soo Lee.
Distribuzione: ShowEast, Cineclick Asia, Lucky Red.
Produzione: ShowEast, Egg Films.
Origine: Corea del Sud, 2003.
Durata: 119 minuti.
Titolo originale: “Oldeuboi”, “Old Boy”, vincitore a Cannes del Grand Prix, 2004.
Originariamente apparsa su Lankelot.com
Commenti
Un sasso o un granello di sabbia possono affondare nello stesso modo?
"?Oldboy? si pone come episodio di mezzo di una trilogia iniziata con l?agghiacciante ?Sympathy for Mr. Vengeance? (2002) e con un terzo capitolo in ?Sympathy for Lady Vengeance? (2005). Il tema della vendetta è il filo conduttore di tutti e tre i film che, per il resto, sono completamente slegati l?uno dall?altro per storie e caratterizzazione dei personaggi. La scelta qui di un ritmo concitato annunciato già a partire dai titoli di testa si rivela essere rivoluzionario rispetto al precedente capitolo. Nel terzo sarà ancora diverso."
> Ottima contestualizzazione;)
"Difficile dimenticare le scene, a partire dal dramma dell?isolamento, per proseguire con la furia nel corridoio in cui si avventa sugli uomini pagati da Woo-jin con un martello in mano; un animale ferito che si rialza ogni volta perché temprato da un odio inarrestabile. Difficile dimenticare il film in se stesso, nonostante non risparmia momenti disturbanti.
Dopo essersi riempiti gli occhi di immagini pregne di onore e dolore, passione ed incesto, ricordi e vendette si finisce per essere toccati in fondo al cuore dalla poetica finale che ci regala istanti di serenità e di romanticismo, attraverso un abbraccio nel presente ed una fotografia scattata prima della morte nel passato, ultimi segni d?amore dopo la tragedia."
> Stavolta, prima di aggiungere qualcosa - meglio, di commentare qualcosa - attendo i commenti di Luca Hammer. Che mi ha regalato il dvd perché era abbastanza in fissa:)
grazie per il recupero, movi. gran pezzo:)
"Formiche, formiche, e ancora formiche che emergono da sotto la pelle per riempire la solitudine sotto forma di allucinazioni sensoriali"
sequenza ripresa in modo altrettanto efficace in una puntata di "Dr House" (che di citazioni filmiche colte fa la propria bandiera)
"Entrare nei meccanismi psichici di Dae-su è estremamente facile, ma la sceneggiatura permette di attutire anche la contrapposizione con la vendetta pianificata del suo nemico"
A me è parso che la trama (almeno la prima mezzora) sia il topos classico di molta bassa letteratura pulp o pseudo tale. Poi però comicia il vero e personale "Old boy", ed è un mondo nuovo da osservare - specie infatti il motivo del misterioso nemico.
"Responsabile inconsapevole del suo destino, si trova servito su un piatto rovente una vendetta la cui perversione non ha confronti. Una volta distrutto l?oggetto del suo fanatismo, a Woo-jin non resta che compiere anche il suo di destino. I ruoli si ribaltano, proprio dopo aver raggiunto l?apice della sofferenza"
E il destino è di un'immoralità spaventosa: diventare l'amato della propria figlia. Anche solo per questa tematica, è un film rivoluzionario.
3. Franchi, ammettilo: quando hai saputo che nel film non c'era Milingo hai detto che non l'avresti guardato.
7,3. Gli è che senza di lui non mi va bene niente.
4. Interessante questa cosa. Non guardo dr House,non sopporto serial sulla medicina...ho provato, ma a metà credo della seconda puntata ero già svenuta... :)
5 e 6. sì un mondo nuovo, anche se la storia è più giapponese (il manga). Lì non hanno una percezione alta del confine tra ciò che è morale e ciò che non lo è. Ho trovato illuminazione nel libro della Nothomb, Né di Eva né di Adamo: lei frequenta il cinema ed è basita dalla reazione giapponese al cinema pulp-horror etc. (reazione pressoché nulla), ma a fronte della visione de Le relazioni pericolose il lui della situazione non fa che piangere (?). Il cinema coreano è più riconoscibile nel primo capitolo, ma anche nel terzo.
7. Ma alla fine Franco non ha espresso il suo pensiero...da quanto deduco non t'è piaciuto. Dai esprimiti...è apprezzabile una considerazione negativa, non l'ho mica fatto io il film... :)
9, 4: Dr House... io sono contro tutti i telefilm, quelli amercani poi non ne parliamo. Ma House è un'eccezione, credo perché l'attore principale è inglese ed è della tradizione dei Monty Python, quindi il livello è alto già in partenza. Per le trame sulla medicina (e io sono ipocondriaco) è vero sono sono deboli, noiose e a volte ignobili - non sarebbe un telefilm sennò - e vanno viste come sfondo, come noioso intrattenimento per il pubblico televisivo (e non è un complimento). Del resto hanno un trama gialla, solo per questo vanno ignorate :))
Però per essere un telefilm ha molte soluzioni prettamente cinematografiche, alcune con una fabula altamente complessa (ed io sono molto snob sull'argomento). Ed è una miniera di metalinguismo, citazioni colte, letterarie ma soprattutto cinematografiche, per lo più comicità classica.
Tutto ciò che parte dai Monty Python inevitabilmente conserva dell'intelligenza e dei riferimenti ci sono persino nella Nothomb!
9, 7. Franco ha apprezzato il film, ma a modo suo. L'ho visto fare delle piroette in terrazzo.