Old Boy è un capolavoro del tratto ontologico del tabù. È contemporaneo. Si tratta della gradinata lenta e visionaria di un individuo naturalmente bonario e gigionesco, che ha una vita, come lui la definisce, mediocre, con una figlia piccola e una moglie invisibile per la storia, fin nella tana della disperazione e del peccaminoso, dell’amore che è abominazione. Si ubriaca perché è spensierato, perché è umano. Viene rapito e imprigionato, farà ritorno alla vita dopo quindici anni di angoscia e disfemia rantolante.
Ha un anima, quest’uomo, che non suscita la pietà del suo misterioso aguzzino. Cosa fa di una persona una segreta di catalizzante vendetta? Il segreto della sua colpa, forse, oppure il senso dissacrante dell’impotenza davanti all’ingiustizia totale. È liminale con la pazzia la sete di verità, che non stordisce ma affila gli artigli del rapace sulla preda ancora da scovare, costringe a darsi tutto per la missione di riequilibrio delle energie emotive, che non possono sopportarsi impari. Il nostro vendicatore verrà liberato dopo quindici anni, scavato in volto e gloriosamente messo di castigo, contatterà il dolore del passato e restituirà una trama a questo: l’unico vincitore sarà l’oblio.
Questa pellicola di Park Chan-Wook fulmina gli occhi. Non insisterò sulle straordinarie doti tecniche, sul linguaggio dei volti e dei segni sui corpi, sui sorrisi del delirio sofferente. Non vedo la discutibilità, il prodotto formale eccellente viene superato dai contenuti, che sono straordinari e quanto mai audaci e fuori dal coro.
Parallelismi imprescindibili con i classici: l’Orestea di Eschilo, per esempio. Si uccide perché si deve, ogni omicidio richiama reciprocità, il fato è nel non desistere degli Dei, delle Regole degli Dei. Così come Clitennestra uccide il marito Agamennone, vendicando il sacrificio della figlia ad opera dello stesso, così Oreste, suo figlio, sarà strumento di bilanciamento diventando carnefice della madre uxoricida. Il tabù dell’omicidio consanguineo, il tabù dell’incesto dell’Edipo. C’è grecità in Old Boy, c’è estetica dell’impossibilità etica che si fa eroismo plumbeo, perché non si è vittime che delle proprie azioni, e viceversa.
Pur sapendo di essere peggio di una bestia, si deve avere il diritto di vivere, di sopravvivere al proprio destino avvilente, perché nessuno ha il diritto di giudicare; chi giudica denuncia, ed è in colpa, e deve pagare anche dopo anni di una vita nuova diversa, lontano dalla scuola di gioventù e dalle leggerezze dell’ego fonti palustri di tragedia.
Il nostro vendicatore capirà che la rabbia è meno forte dell’amore, che la pietà è assai diversa dalla necessità e che non vi è sole che possa scaldare la notte più irretita, se la rete è la morte dell’amore incestuoso e, si direbbe, turpe, di tutta una vita.
Sono tante le sequenze lussureggianti del film, estesa la forza della recitazione e della suspence. Colpiscono gli interni dove si svolgono le vicende, coloratissimi e schiaffanti; la delicatezza murata dalla lividezza della determinazione ogni tanto affiora, spicca ma sempre troppo tardi, senza scampo per lo scosceso contrirsi. Si respira ma il cuore non batte, si muore dentro e ci si sacrifica al dettato quando è tempo, senza esiti arbitrari.
Il finale è tra i più controversi degli ultimi anni, il lieto fine è la beffa alla morale e al giusto, alla consuetudine e al decoro. Un amore balordo che può esistere solo nelle menti disseminate di nuove gemme, dimenticato ieri, raccomandato a un sorriso ferroso e corrotto il domani, perché senza peccare certo amore si disperde nelle pieghe prevedibili della giustizia, e la giustizia non capisce il furore di certa vita.
Per chi ha un’anima avvezza ai conflitti e alla consegna delle armi davanti all’assoluto, anche incompreso, per chi ha paura dell’abominio ma non si astiene dal vagliarlo. Grande film.
Regia: Park Chan-Wook
Produzione: Sud Corea - Az./Thriller
Durata: 119′
Interpreti principali: Choi Min-Sik, Yoo Ji-Tae, Gang Hye-Jung, Chi Dae-Han, Oh Dal-Su, Lee Seung-Shin, Oh Gwang-Rok, Lee Dae-Yun
Sceneggiatura: Hwang Jo-Yun - Lim Joon-Hyung - Park Chan-Wook
Fotografia: Chung-Hoo
Scenografia: Oo Seong-Hee
Montaggio: Kim Sang-Bum
Costumi: Ho Sang-Kyung
Effetti Speciali: Ee Jung-Soo
Musiche: Cho Young-Wuk - Shim Hyun-Jung - Lee Je-Soo
PARK CHAN-WOOK in LANKELOT
Commenti
Il ritorno dell'ARPA!
(inserito l'archivio dei pezzi su Park!)
E lo sapevo che avevo dimenticato qualcosa, ho perso la mano direi...
Il pezzo è molto chiaro ed estremamente ben fatto, i tag tutti indovinati, la passione è intatta (e io devo ammettere che conosco Park solo grazie a voi, ma prima o poi dovrò rimediare, ne parlate regolarmente bene...)
Questo della trilogia è da vedere il prima possibile, vedrai che sorpresona.
é un film interessante, non il capolavoro che decrivi, Gianluigi. Ma non entro nel merito dei gusti personali. Della trilogia è si il migliore, su ciò concordo. Sugli attori meno, e nemmeno troppo sulla regia, che a volte straborda, per il mio gusto personale. Nel complesso è un'opera da vedere, certamente. Su questo non discuto. Ad ogni modo, il pezzo è chiaro e ben scritto. Bentornato Arpa!
Un film straordinario. Forte, passionale, conflittuale, ambiguo, con momenti di straordinaria delicatezza nonostante un tema così immorale. Di una profondità semiotica davvero interessante, per non parlare del puro piacere visivo e nella costruzione composita e articolata di ogni singola inquadratura. Grande esperienza cinematografica. Direi unica. La sequenza del suicidio/addio sul ponte è di un lirismo che fa male.
a quando Epic sulla trilogia?
Minchia epic, se dici così non posso non vederlo.
8> eh... quanta prescia :)
9> Patrick, ha una sola pecca. Il protagonista uccide un polpo a morsi. Ecco io in quel momento avrei punito il regista piuttosto aspramente. Per il resto direi che il film trasuda intelligenza. E direi che non è cosa di poco conto.