I silenzi, l’isolamento e il senso di sgretolamento dell’individuo che nutrivano e sostenevano “Taxi Driver” rinnovati e tradotti nel nuovo film di Jafar Panahi, regista iraniano indipendente, classe 1960. Film censurato in patria, dove è proibita anche la visione privata della pellicola: la rigida censura del regime non ha approvato un richiamo codificato alla rivoluzione del 1957, contenuta in un dialogo (argomento: le sigarette).
L’idea nasce da un fatto di cronaca avvenuto a Teheran, raccontato da Kiarostami, soggettista e sceneggiatore del film, all’amico Panahi. Rapina in gioielleria termina in tragedia: il ladro, rimasto bloccato all’interno del negozio, uccide il proprietario e quindi si suicida. Questo, sic et simpliciter, il nucleo “reale” della storia di Hossein (Hussain Emadeddin), ex soldato, cittadino anomico d'un Iran in crisi d'identità: l'uomo malato, si cura col cortisone, disfacendosi fino all'irriconoscibilità; la nazione, corrotta e degenerata, soffre le ultime prevaricazioni del regime, conscia d'esser prossima a un ritorno alle origini: l'Iran dipinto da Panahi e raccontato da Kiarostami somiglia all'oligarchica Persia che giuravamo sepolta.
Hossein ha memoria della realtà quotidiana pre-rivoluzionaria, ma non trova le parole per parlarne: non è decisamente propenso a esternare i propri pensieri, in generale, sospeso come appare in un sorriso venato d’amarezza e in uno sguardo costantemente torvo e spento. Non guida un taxi come Travis Bickle: guida uno scalcinato motorino, trasportando pizze da una parte all’altra della metropoli. Visita case alto-borghesi: scorge e ascolta, e infine interagisce, frammentariamente ed episodicamente, con un’esistenza che gli è stata negata.
Teheran è una capitale moderna, soffocata dall’asfalto e dai grattacieli: fanno capolino i primi simboli dell’occupazione mercantile occidentale (le inevitabili Nike ai piedi della povera gente prigioniera degli status symbol, le Mentos nel taschino, le magliette griffate, e via dicendo; senza trascurare le abitazioni arredate con grotteschi orpelli kitsch e iper-tecnologizzate, tanto che ci si domanda quale sia la differenza tra un interno di Tokyo, uno di New York e uno di Teheran)
Hossein è corroso da una sofferenza impronunciabile: l’intelligenza e la sensibilità del regista hanno saputo esprimerla esasperando i silenzi, soffermandosi sulle strade vuote, sulle case dei borghesi che incontriamo, dagli spaziosi saloni e dagli ampli corridoi; infine tornando a insistere sui primi piani dell’attore, segnato da un deterioramento e da un degrado interiore che non si possono non percepire. Hossein è un personaggio che non ha speranze, né appigli più: la fidanzata (Azita Rayeji), avvolta nello chador, sembra angosciata costantemente soltanto dall’apparenza. E allora si rivolge al futuro marito soltanto per domandare se ha commesso un errore a mostrare il viso a un estraneo, o per suggerirgli d’affittare gioielli per il matrimonio, per evitare brutte figure con amici e conoscenti.
Non si concede un solo istante al sentimento: la relazione tra Hossein e la sua compagna sembra una fatalità, una “necessità” e una prassi; ghiaccia il sangue dello spettatore occidentale testimoniare l’esistenza d’una figura femminile tanto prigioniera d’una cultura retrograda e – in questo frangente - aberrante. Le donne di Teheran devono essere liberate dal giogo sessista delle menzogne del loro regime. La speranza di chi scrive è che siano gli intellettuali e i cittadini iraniani, e non le “democrazie” armate occidentali, a impedire il procrastinarsi d’una barbarie del genere.
L’amico di Hossein è un ragazzo semplice e grezzo, Alì (Kamyar Sheissi): suo collega di consegne, fratello della promessa sposa. È un ladruncolo, costretto dalla povertà della sua cultura e dalle difficoltà economiche ad armeggiare e arrabattarsi come può, in attesa d’un cambiamento che, per quel che viene narrato, non sembra prevedibile.
I due fattorini hanno un’ossessione: essere accettati nel negozio d’un vecchio gioielliere elegante e snob (Shahram Vaziri), emblema della vecchia e aristocratica Persia che sta tornando. Rifiutati quando si presentano nei loro abiti d’ogni giorno, accettati con diffidenza quando si mascherano da borghesi, individuano una soluzione estrema: rapinarlo.
Il film è narrato a partire dalla conclusione, rispettando un cliché narrativo del cinema occidentale: non si rivela nulla, conosciamo il tragico esito della parabola di Hossein sin dalle prime battute. Si va a giocare, dunque, sull’analisi della psicologia, e dell’ambiente del personaggio: un vinto, un cittadino vittima dell’anomia, e della transizione tra un regime fanatico a un regime aristocratico.
Già Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia nel 2000 con “Il cerchio”, Panahi regala agli spettatori di tutto il mondo una nuova e coraggiosa interpretazione della società del suo Paese: che, cieco all’arte e all’autocritica, ha già decretato la damnatiomemoriae del film.
Regia: Jafar Panahi. Soggetto e Sceneggiatura: Abbas Kiarostami. Direttore della fotografia: Hossain Jafarian. Montaggio: Masoud Behnam. Interpreti principali: Hussain Emadeddin, Azita Rayeji, Shahram Vaziri, Kamyar Sheissi. Musica originale: Peyman Yazdanian. Produzione: Jafar Panahi. Origine: Iran, 2003. Durata: 97 minuti. Titolo originale: “Talare sorkh”. Articoli e recensioni: TrovaCinema / iCine
Gianfranco Franchi, Lankelot, giugno 2004
Commenti
Persia, e non Iran. Questo ribadisco.
"Il cerchio" non mi piacque per nulla (lo andai a vedere il giorno dopo che vinse il leone d'oro). Questo non l'ho visto, eppure la trama sembra intrigante.
Questo ha diversa dignità.
Hai poi avuto occasione di recuperarlo, Federi'?
[panahi] repubblica riferisce
[panahi] repubblica riferisce del suo arresto
TEHERAN - E' stato arrestato ieri sera insieme alla figlia e a 15 ospiti invitati nella sua residenza di Teheran. Il regista iraniano Jafar Panahi, una delle voci più critiche dell'opposizione al presidente Ahmadinejad, è stato prelevato con la moglie, la figlia e altre 15 persone (tra cui anche attori e registi), da agenti dei servizi di sicurezza iraniani. L'uomo, autore di "Il Cerchio" e "Oro rosso", due film denuncia sull'Iran, è stato sequestrato dopo aver richiesto alle autorità un visto di uscita per partecipare, il mese prossimo, a una conferenza sul cinema iraniano a Berlino. Dopo aver negato il permesso, le autorità di Teheran, lo hanno prelevato dalla sua abitazione confiscando anche il computer personale e altro materiale.
Panahi ha 49 anni e nel 2006 aveva ricevuto l'Orso d'argento al Festival di Berlino per il film "Offside", la storia di alcune ragazze iraniane costrette a travestirsi da uomini per poter andare a vedere una partita della nazionale di calcio. Nel 2000 poi, il regista aveva vinto il Leone d'oro al festival di Venezia grazie al film "Il Cerchio", la storia di otto donne. La denuncia dell'arresto è arrivata dal figlio, Panah, che ha lanciato l'allarme sul sito web dell'opposizione "Rahesabz". Al momento il fermo non ha ricevuto alcuna conferma ufficiale da parte dei servizi di sicurezza iraniani. L'unica notizia certa è che "Panahi è stato portato via in una località sconosciuta".
Il 30 luglio dell'anno scorso Panahi, la moglie e la figlia erano già stati arrestati mentre prendevano parte alla commemorazione di Neda Aqa-Soltan, la giovane uccisa dai Pasdaran in una manifestazione dell'Onda verde a Teheran e diventata, con la sua morte, il simbolo della violenta repressione del regime. Poche ore dopo l'arresto i tre erano subito stati rilasciati. Al regista però era stato impedito di lasciare il Paese: non si sarebbe quindi potuto recare ai festival cinematografici di Mumbai, in ottobre, e di Berlino, nel febbraio scorso.
fonte. REPUBBLICA
[Panahi] Da
[Panahi] Da Repubblica:
http://www.repubblica.it/esteri/2010/12/20/news/panahi_condannato-104315...
IRAN
Condannato il regista Panahi
Sei anni di carcere e film vietati
Sentenza durissima contro il cineasta Leone d'Oro per "Il cerchio", sostenitore di Moussavi. Oltre a scontare la detenzione, per 20 anni non potrà girare, scrivere sceneggiature, uscire dal paese, rilasciare interviste. Il suo legale annuncia appello. Articolo 21: "Il cinema torni a mobilitarsi per lui"
TEHERAN - La 26ma sezione del Tribunale Islamico di Teheran ha condannato il cineasta iraniano Jafar Panahi, 49 anni, a sei anni di prigione, con l'interdizione a realizzare film o lasciare il Paese almeno per i prossimi venti anni. Lo annuncia il suo avvocato, la signora Farideh Gheirat.
Più in dettaglio, il cineasta è stato condannato a cinque anni di reclusione per aver fatto parte di un'organizzazione illegale "a scopo di sovvertire lo Stato" e a un altro anno per "attività di propaganda lesive dell'immagine della Repubblica Islamica". A questo si aggiungano i 20 anni di interdizione a "dirigere film di ogni tipo, di scrivere sceneggiature, di concedere interviste alla stampa nazionale e internazionale", nonché il divieto di "recarsi all'estero se non per motivi di salute o pellegrinaggio alla Mecca dietro una cauzione da stabilire". In pratica, Jafar Panahi è stato condannato a un isolamento totale, personale e culturale. Una sentenza severissima, contro cui l'avvocato Gheirat fa sapere che presenterà ricorso in appello.
Jafar Panahi, aperto sostenitore di Mir Hossein Moussavi nella campagna presidenziale dello scorso anno, era da tempo nel mirino del regime iraniano. Un'autentica escalation repressiva. L'estate scorsa Jafar era stato fermato dopo aver partecipato alla commemorazione di Neda Agha Soltan, la giovane uccisa durante la contestazione delle elezioni di giugno, che avevano decretato il secondo mandato presidenziale di Ahmadinejad. In febbraio gli era stato vietato di lasciare il Paese per partecipare alla Berlinale. A marzo era stato di nuovo arrestato 1e poi rilasciato su cauzione 2. Non gli era quindi stato concesso di recarsi al Festival di Cannes dove era atteso in giuria.
Perché? L'etichetta è sempre la stessa: "intellettuale scomodo", di cui il mondo del cinema occidentale si era accorto sin dal primo lungometraggio di Panahi, "Il palloncino bianco", del 1995. Due anni dopo Panahi vince il Pardo d'Oro al festival di Locarno con il film "Lo Specchio", apologo sulla difficile condizione femminile in Iran. Tema che si ripropone in "Il Cerchio", Leone d'Oro al Festival di Venezia del 2000 e che Panahi affronta anche nella vita reale dell'Iran, schierandosi apertamente a difesa di Sakineh 3 e contro la pena di morte. Nel 2003, a Cannes, Jafar Panahi riceve il premio nella sezione 'Un certain regard' con il film "L'Oro rosso", pellicola 'noir' la cui diffusione è stata proibita in Iran.
Immediata la reazione di Articolo21, che attraverso il portavoce Giuseppe Giulietti chiede al mondo del cinema "che si è già mobilitato in favore del regista iraniano Jafar Panahi" di riprendre l'iniziativa per "chiedere che la sentenza sia revocata". Sul sito di Articolo21 duro commento del giornalista iraniano Ahmad Rafat. "Una sentenza, che lascia senza parole e che non necessita di alcun commento - scrive Rafat -. Se confermata, la carriera cinematografica di Jafar Panahi (...) si è conclusa". "Questa sentenza - aggiunge il giornalista - non ha il solo scopo di punire un uomo coraggioso quale è sempre stato Jafar Panahi, il vero obiettivo è di impedire agli altri registi di esprimere liberamente le loro idee e le loro opinioni attraverso il cinema. Una forma di censura preventiva".
(20 dicembre 2010)
[panahi] riportiamolo in
[panahi] riportiamolo in home, almeno oggi...
[una firma per Panahi] Jafar
[una firma per Panahi]
Jafar Panahi rischia sei anni di carcere dopo la condanna del Tribunale di Teheran. Oltre alla galera, il regista Leone d’Oro per Il Cerchio rischia di non poter più lavorare per 20 anni. Né girare film, né scrivere sceneggiature. Panahi potrebbe essere arrestato nei prossimi giorni. E tutto questo per aver iniziato a girare un film sulle proteste del Movimento Verde, ovvero sull'opposizione ad Ahmadinejad scesa nelle strade del Paese nel giugno 2009. Ma il regime non accetta chi la pensa diversamente, chi vuole raccontare al mondo la realtà dell'Iran. Nell’intervista rilasciata al Fatto giovedì, il cineasta ha chiesto aiuto alle personalità del cinema italiano per un gesto di solidarietà umana e professionale che abbia la forza di influire sulla volontà di Teheran. Riprendiamo le sue parole per lanciare un appello alle singole persone, alle istituzioni, alla società civile affinché sostengano la sua causa alla quale chiediamo di aderire. Nel numero di venerdì abbiamo pubblicato le posizioni e le parole di alcuni registi italiani, tra cui Gianni Amelio e Pupi Avati, che si rivolgono alla politica – e in particolare al ministro delle Attività Culturali, Bondi, e al ministro degli Esteri, Frattini – per assumere un’iniziativa in difesa della libertà personale e d’espressione dell'autore iraniano. Jafar Panahi, informato delle reazioni dei suoi colleghi alla sua intervista, ha espresso gratitudine per la sensibilità dimostrata dai cineasti italiani.
Primi firmatari:
Gianni Amelio
Pupi Avati
Roberto Faenza
Daniele Luchetti
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/15/una-firma-per-jafar-panahi/86...
[panahi] l'elenco dei
[panahi] l'elenco dei firmatari, qualche giorno dopo, è più ricco:
Gianni Amelio
Pupi Avati
Marco Bellocchio
Mimmo Calopresti
Umberto Contarello
Renato De Maria
Roberto Faenza
Marco Tullio Giordana
Daniele Luchetti
Vincenzo Marra
Giuliano Montaldo
Andrea Purgatori
Heidrun Schleef
Paolo Virzì
Edoardo Winspeare
[Cinema/Panahi]:
[Cinema/Panahi]: http://www.indie-eye.it/cinema/recensioni/venezia-68-fuori-concorso-this-is-not-a-film-di-jafar-panahi-2011.html