
Tra l’autunno del 1897 e la primavera del 1898, in una cascina del bergamasco. Nelle cascine vivevano quattro o cinque famiglie, di solito. Casa, stalle, terre, alberi, attrezzi: tutto apparteneva a un padrone. I contadini dovevano consegnargli, ogni anno, la maggior parte del raccolto.
In questa cascina, protagonista della storia, nulla è differente dalla prassi di quel tempo.
Le famiglie vivono sostenendosi reciprocamente come possono; nella loro muta religiosità, faticano e si sacrificano per poter sfamare i loro bambini e si radunano, ogni sera, per parlare di fronte al fuoco, estenuati dalla giornata di lavoro. Non si può parlare di “vinti” nell’accezione verghiana, perché di fatto neppure si intravede un tentativo di ribellione o di rifiuto dell’ordine e delle leggi imposte. Né un abbattimento o una resa di fronte al potere. Semplicemente, uno è il potere e una è la vita e l’esistenza dei contadini. Due linee perfettamente parallele.
Questi contadini sono il paradigma della dignità e della semplicità: umili, instancabili lavoratori, coscienti delle difficoltà quotidiane e della necessità del sostegno di Dio nei momenti difficili; nasce un bambino, e il primo pensiero va ai suoi futuri bisogni: nutrirsi, sopravvivere, poter crescere serenamente. Qualcuno dovrà lavorare più ore che in passato, qualche ragazzo verrà avviato al mulino o ai campi e qualche ragazzina alla filanda.
Se dovesse cessare il sostegno solidale tra di loro, tutto verrebbe a cadere e i bambini sarebbero destinati agli orfanotrofi.
Ermanno Olmi non ha scelto attori professionisti. Dopo una serie di prove, ha ingaggiato contadini lombardi e ha spesso proposto loro di improvvisare sul canovaccio della sua sceneggiatura. Unica eccezione è costituita dal reverendo: si tratta del più famoso disegnatore di vignette calcistiche d’Italia, Silva. L’esito è quello di un realismo davvero vicino al documentarismo.
C’è una certa, felice freschezza nelle interpretazioni dei contadini e una credibile corrispondenza al vero. La scelta dei costumi è decisamente indovinata, e obiettivamente è difficile riscontrare imperfezioni e contraddizioni nella pellicola. Voleva essere poesia e prosa della vita nei campi a fine Ottocento, nella campagna lombarda: raccontare, senza imporre giudizi morali e senza servirsi di filtri estetici o ideologici, quel che avveniva nel nostro Paese: l’esito è una pellicola asciutta, sobria, limpida. Qualcuno ha parlato di “realismo poetico”. Se è riconoscibile una poesia, è poesia della dignità e dell’umiltà; degli slanci familiari e degli affetti autentici, della resistenza e della lotta per la sopravvivenza dei contadini.
Borghesi se ne intravedono. Il padrone, nelle prime battute del film, tratta con distacco e disprezzo i suoi agricoltori; vive nel lusso e nelle comodità, e quanto stride il contrasto tra la fatiscenza e il degrado delle cascine e la sofisticata eleganza dell’interno della sua abitazione!
In un’altra scena, assistiamo indirettamente a un comizio politico. Un giovane, infiammato oratore lotta perché i concittadini prendano coscienza della gravità delle loro condizioni esistenziali e di quanto siano odiosi e ingiusti i privilegi che altri, in maniera illecita e disumana, continuano a conoscere ed avere. Mentre l’oratore si scaglia contro il sistema, sforzandosi di trasmettere entusiasmo e rabbia alla platea, i contadini rimangono muti, braccia conserte; uno di loro, per tutto il tempo, fissa una monetina rimasta infilata nel terreno; le si avvicina, poco a poco, e finalmente riesce a raccoglierla. Ridendo divertito, se ne va. Le parole dell’oratore si dissolvono, poco a poco.
Queste mi sembrano le due figure borghesi principali: ne deriva un quadro di distacco, lontananza, probabilmente perfino incomunicabilità; ed è certo paradossale che sia proprio un politico a parlare in un linguaggio che il popolo non capisce, ma non è certo raro, purtroppo.
Questo film, palma d’oro al Festival di Cannes nel 1978, viene altrove comparato, inspiegabilmente, allo splendido “Novecento” di Bertolucci. Il paragone mi sembra improponibile per diverse ragioni. “Novecento” è uno spaccato politico e una riflessione generazionale sulla vita del nostro Paese: certamente prende il via dalla vita nei campi, e tuttavia è riduttivo soffocarne il respiro e ridurne la grandezza assicurando che sia esclusivamente legato alla vita degli agricoltori. “Novecento” ha chiari e nitidi intenti ideologici: un cast composto da attori, allora giovanissimi, di primissimo livello, da De Niro a Depardieu; non è certo un documentario fondato sull’ingenuità e sull’innocenza dell’interpretazione di contadini prestati al cinema.
“Novecento” è la storia del confronto tra borghesi e proletari, dell’avvento del fascismo e dell’utopia socialista. Due ragazzi crescono assieme, l’uno per diventare padrone della fattoria, l’altro per diventare leader dei braccianti.
Uno s’imboscherà e non partirà mai per il fronte, nella Grande Guerra; l’altro partirà, coraggiosamente, e andrà a scontrarsi col nemico.
Uno abiurerà i suoi ideali politici in nome del potere e del guadagno, l’altro sacrificherà la propria esistenza ai propri sogni e alle rivendicazioni politiche di un’intera classe di sfruttati ed emarginati. E così via.
“L’albero degli zoccoli” è, ripeto, prosa e poesia della vita dei campi, sic et simpliciter. Lontanissime le affinità estetiche, pallide le somiglianze tecniche, certamente distanti le poetiche dei due registi.
Personalmente, ritengo estremamente più fascinosa e decisamente più raffinata e impegnativa l’opera di Bertolucci: completa, organica, coraggiosa.
“L’albero degli zoccoli” è un’elegia accattivante e una ricostruzione documentaristica credibile di un tempo che forse abbiamo dimenticato.
La vicenda che presta il nome al film è quella di un bambino che, uscendo dalla scuola, si rompe uno zoccolo: torna a casa, con un piede nudo, e il padre, intenerito, decide di non avvertire la madre, fresca di parto, per non preoccuparla per la futura nuova spesa; e così, di notte, va a tagliare un albero per costruire una nuova calzatura al bambino.
Purtroppo non ha avvisato il padrone. L’esito si può facilmente immaginare.
Riservato a quanti vogliano, per tre ore, assistere all’esistenza di una parte della società che s’è ormai avviata a sparire. Perché possano riflettere sulle comuni radici di noi tutti. “L’albero degli zoccoli” non offende, non indigna, non sconvolge; ma parla direttamente all’anima. L’esito è segreto e privato.
Regia: Ermanno Olmi. Soggetto: Ermanno Olmi. Sceneggiatura: Ermanno Olmi. Direttore della fotografia: Ermanno Olmi. Montaggio: Ermanno Olmi. Interpreti principali: Luigi Ornaghi, Francesca Moriggi, Omar Brignoli, Antonio Ferrari. Musica non originale: Johann Sebastian Bach. Produzione: Rai, Sacis. Origine: Italia, 1978. Durata: 179 minuti.
Lankelot, G.F., maggio del 2003. Prima pubb: Lankelot.com
Commenti
Riservato a quanti vogliano, per tre ore, assistere all?esistenza di una parte della società che s?è ormai avviata a sparire. Perché possano riflettere sulle comuni radici di noi tutti. ?L?albero degli zoccoli? non offende, non indigna, non sconvolge; ma parla direttamente all?anima. L?esito è segreto e privato.
Grande esperienza estetica. Grazie Franchi.
Documentaristico, si, e anche un po' tedioso. Certamente puro, questo non lo nego. Comunque meglio di Novecento, film molto meno puro, che non ho mai digerito.
"Riservato a quanti vogliano, per tre ore, assistere all?esistenza di una parte della società che s?è ormai avviata a sparire. Perché possano riflettere sulle comuni radici di noi tutti. ?L?albero degli zoccoli? non offende, non indigna, non sconvolge; ma parla direttamente all?anima. L?esito è segreto e privato".
Bellissima chiusura, Gianfranco, la condivido pienamente.
E' faticoso seguire il dialogo dialettale appena appena italianizzato, non è semplice per lo spettatore medio di oggi accettare il montaggio lento o la spartana raffinata ricostruzione.
Tuttavia, è consigliabile fare uno sforzo e vedere questo capolavoro italiano.
Grazie
Raffaella
"Questi contadini sono il paradigma della dignità e della semplicità: umili, instancabili lavoratori, coscienti delle difficoltà quotidiane e della necessità del sostegno di Dio nei momenti difficili; nasce un bambino, e il primo pensiero va ai suoi futuri bisogni: nutrirsi, sopravvivere, poter crescere serenamente."
"è poesia della dignità e dell?umiltà; degli slanci familiari e degli affetti autentici, della resistenza e della lotta per la sopravvivenza dei contadini."
Credo che tu abbia centrato il cuore del film. Io l'ho retto piuttosto bene, come vari altri film di Olmi, che è un regista che mi piace.
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Fondamentale la chiusa:
"L?esito è segreto e privato."
Per chi certe scene assai simili a quelle del film le ha sentite raccontare e descrivere dal vivo, giacché fino a Novecento inoltrato le campagne e i contadini del Nord s'assomigliavano parecchio.
Grazie per la riproposizione.