Centochiodi è l’ultimo film di Ermanno Olmi, regista marginale ma non banale, tra i meno banali del cinema italiano degli ultimi trent’anni. È l’ultimo perché il regista è stanco di fiction e ha voglia di documentari, voglia di ritrovare un linguaggio diretto e accessibile con cui parlarci in immagini. Pertanto Centochiodi è una sorta di testamento artistico e umano, immaginato per un pubblico vivamente interessato al tema in questione, attento a cogliere l’ultimo messaggio in forma filmica – nemmeno troppo criptico – lasciato dal regista bergamasco. E il tema che Olmi va ad accostare è assai impegnativo, in quanto immagina e incarna la figura di un novello Gesù Cristo nelle spoglie di un giovane e attraente professore di filosofia delle religioni il quale, in un atto d’improvvisa rivolta contro le convenzioni del suo mondo (quello accademico, ma non solo), decide di crocifiggere cento testi sapienziali sul suolo di una biblioteca, con l’ausilio di altrettanti chiodi corrispondenti. Non contento si dà alla macchia – si fa per dire – si spoglia degli orpelli del benessere (salvo i soldi e le carte di credito!), si finge morto e si rifugia in un paesino dell'Emilia, sulle rive del Po. La popolazione locale ha un dialetto pressoché incomprensibile, ma lui capisce tutto e si trova a suo agio; sono degli ignoranti, quasi tutti su con l’età (tranne una giovane panettiera che gli fa il filo), ma veri e spontanei come da tempo il filosofo non ne trovava. Ecco che, in breve tempo, il professore si fa Profeta, Messia e quant’altro, guida con saggezza il gruppo dalla sua baracca in pietra, situata ai margini del fiume e riadattata per l’occasione, si fa oratore non invadente ma prodigo di parabole e buone parole per la comunità. Comunità di abusivi, però, cui il comune centrale vuol spazzar via le abitazioni lungo l’argine del fiume; ecco che il professore-messia presta la sua importante opera di salvezza: le carte di credito conservate consentono di risanare il debito della comunità col comune – una sorta di condono, pare. L’altruismo del professore ha però un effetto boomerang, allorché la polizia, tramite la carta di credito, ci mette poco a scovarlo, cosi scoprendo le motivazioni del folle gesto compiuto. Tutti quei libri inchiodati al suolo, perché? Perché l’uomo, ci dice Olmi attraverso il suo alter ego, è preda di dogmi, ideologie, religioni e credenze marchiate a inchiostro su carta. I libri, le nozioni, le parole: un mondo grafomane e parolaio che ha dimenticato l’importanza dell’alterità, del vivere in comune, dello stare insieme come forma più alta della conoscenza umana. Nei secoli dei secoli.

Dopo le due ultime riuscite pellicole (Il mestiere delle armi, Cantando dietro i paraventi), velate di un pacifismo affatto becero o troppo buonista, il film con cui Olmi sceglie di congedarsi dal grande pubblico lascia davvero perplessi. Per diversi motivi che ora andremo ad analizzare. L’idea di partenza – condivisibile o meno: personalmente non la condivido gran ché –, voler crocifiggere i libri, quelli religiosi in particolare, perché considerati armi pericolose in mano a uomini che hanno dimenticato il senso della loro origine e della loro natura sociale, è un tema che se ben sviluppato poteva essere intrigante. Ma, appunto, Olmi lo accenna soltanto, lo fa aleggiare sull’intera pellicola, non spiegandoci e non approfondendo alcunché. Si dà all’invettiva, contro la Chiesa, contro il dogma, contro gli uomini che custodiscono la dottrina sapienziale, senza trovare un contraltare ideale e filosofico che non sia il lieto stare insieme e il buon bicchier di vino. Però esalta la figura del Cristo, scinde la sua valenza e la sua immagine dall’ingombro delle scritture; ma le scritture le cita, ci recita addirittura, per bocca del suo Cristo-Degan inespressivo (doppiato da Adriano Giannini), notissime parabole che vogliono significarci la vocazione del messia al contatto umano, alla fratellanza e al perdono. Ed ecco che tutto diventa immotivatamente buonista e fin troppo vago – al contrario delle due precedenti pellicole -, quasi ridicolo se affidato ad un Degan che ha si il volto perfetto del semita, ma che non ha una espressione dico una diversa da quella con cui ci accoglie la prima volta: occhi da pesce lesso, nemmeno troppo mobili (e falli roteare, almeno, ogni tanto!). E poi si torna alla dimensione dolorosa, quasi verista, lontana dalla città (un mondo a parte, oggi ancor di più), tanto ben descritta ne L’albero degli zoccoli, quanto fuggevole, superficiale e a tratti involontariamente comica della pellicola in questione. Sempre attori non protagonisti, ma manca il pathos e il realismo di trent’anni fa.

La pecca grave dell’ultimo Olmi per la fiction è quella di fare un film saccente, dall’intento didattico e pedagogico, talmente manifesto e senza misura che può incontrare la stessa critica – rovesciata – che il regista fa al mondo accademico e religioso: cosi come è espressa dal film, anche quella di Olmi è una ideologia dogmatica, altrettanto pericolosa se non scende sul piano dialettico, della possibilità, della discussione, dell’incontro tra il credente e la dottrina, tra l’uomo e l’idea. Per farla breve, non sono certo i libri il male assoluto del nostro tempo. Quello che trovo incredibile è che la critica italiana intera – forse con qualche rarissima eccezione almeno dubbiosa - abbia coperto di lodi questa pellicola. Addirittura ho letto in più siti sul web che questo sarebbe il miglior film italiano della stagione; il che, ovviamente, mi lascia incredulo e mi dà la misura di come sia messo male in nostro cinema attuale, carente di autori nuovi, giovani e motivati, comunque meno livorosi di questi registi tanto acclamati che – oramai è chiaro – non hanno più niente di interessante da raccontarci.
Regia: Ermanno Olmi. Soggetto e sceneggiatura: Ermanno Olmi. Direttore della fotografia: Fabio Olmi. Montaggio:Paolo Cottignola. Interpreti principali: Raz Degan, Luna Bendandi, Amina Syed, Michele Zattara, Damiano Scaini, Franco Andreani. Scenografia: Giuseppe Pirrotta. Costumi: Maurizio Millenotti. Musica originale: Fabio Vacchi. Origine: Italia, 2006. Durata: 92 minuti.
Léon, maggio 2007.
OLMI in LANKELOT
Commenti
Beccatevi queste cento chiodate. Me le volevo dare io mentre guardavo il film (per essermi fidato della critica);)
(intanto ho inserito il link all'altro Olmi in Lankelot. A presto per i commenti)
leon, sei stato persino magnanimo. di rado ho visto tanta pessima recitazione. e anche dal punto di vista di approfondimento del tema (discutibile, banale, di un'iconoclastia becera) non c'è una sola mossa che interessi. no, hai ragione, non spiega proprio niente, non motiva, non indaga da nessuna parte.
forse l'unica nota positiva è la fotografia, dei paesaggi emiliani, ma mi sa troppo di botta sicura. credo in ogni modo che la pellicola abbia subito dei tagli catastrofici, ho questa impressione
Magnanimo? Forse hai ragione. Forse perchè non m'erano dispiaciuti i due Olmi precedenti. La fotografia, è vero, non è male, ma passa decisamente in secondo piano vista la pellicola. é girato in Emilia? mi confermi? credevo in Veneto.
dall'accento direi emiliano, anche se non ho capito moltissimo. però non saprei dire esattamente dove.
Capito poco anch'io (è sottotitolato non a caso). Allora correggo (non sono un esperto di dialetti), avevo scritto Veneto sull'onda dei confusi ricordi (ho parenti in Veneto). Grazie della consulenza.
"È l’ultimo perché il regista è stanco di fiction e ha voglia di documentari, voglia di ritrovare un linguaggio diretto e accessibile con cui parlarci in immagini." > Sei così preparato sulla produzione di Olmi da poter decifrare l'intera carriera? Io ricordo che già 30 anni fa cercava quel che scrivi qui: "documentari", e linguaggio del popolo... ma non ne so molto altro:)
"immagina e incarna la figura di un novello Gesù Cristo nelle spoglie di un giovane e attraente professore di filosofia delle religioni"
> se non ricordo male è famoso come cattolico schierato e dichiarato.
7 - L'ha affermato lui, io riporto e basta.
8 - si, si, schierato, dichiarato e atipico.