Nair Mira

Monsoon Wedding

Autore: 
Nair Mira

Se tentiamo di ritrovare nella memoria le produzioni cinematografiche indiane o pakistane (e comprendo perfettamente che l’accostamento suoni blasfemo, tuttavia riconosco e ammetto con dolore il mio misero approccio culturale occidentale) proposte nelle sale europee negli ultimi anni, subito tornano alla mente “Salaam Bombay” e il mediocre “Kama Sutra” di Mira Nair, regista di questo “Monsoon Wedding”, e “East is East”, divertente e farneticante commedia che riscosse buon successo tra 1999 e 2000.
Ad un indiano questo dato risulterebbe sconcertante: l'industria di cinema è infatti vivacissima nella sua patria. Non so se quella pellicola che citavo poco fa, “Kama Sutra”, ne sia un simbolo trionfale; in tal caso, auspicherei che i film importati fossero ancor meno. Mi domando solo quale fosse la necessità di importare, tra tanti film locali, l'unico completamente occidentalizzato. Questo “Monsoon Wedding” è privo persino dell'unica dote di “Kama Sutra”: la riconoscibilità culturale.
È una commedia godibile, allegra e vivace; il folklore e le tradizioni locali sembrano giocate sugli stereotipi più classici, ad uso e consumo dello spettatore anglosassone o europeo. Di quest'India rimane l'immagine di un'Italia anni '50, da “Poveri ma belli”: tanta miseria, tante speranze, tanta emulazione degli status symbol dei paesi ricchi.
Se questa emulazione fosse più critica, una sorta di imitatio cum variatione, avremmo speranza di vedere conservata e raffinata una cultura tanto nobile e antica e differente dalla nostra: qui assistiamo ad una imitazione speculare, progressiva, inarrestabile. Gli abiti e i riti prenuziali sembrano desueti e kitsch oltre ogni misura; tutto è trasposto in una logica di ricchezza, successo e benessere di stampo stars and stripes.
Cosa sia l'India oggi è facile intuirlo dal film, sebbene assai poco coraggiosamente nasconda o veli o mitighi le contraddizioni locali. Assistiamo infatti al tentativo di una middle class o di una lower class di assurgere a nuova stabilità e migliori fortune; non è forse casuale che la protagonista del film sia divisa tra l'amore fedifrago per un giornalista televisivo e l'amore medievalmente costruito dalle famiglie per un coetaneo di ritorno dall'America.
La regista sembra simpatizzare per la seconda ipotesi: tra l'amore “moderno” per un personaggio già perfettamente occidentalizzato, nel lavoro e nello stile di vita, e l'amore “antico”, per un personaggio sconosciuto, melting pot della cultura occidentale e orientale, tutto è sbilanciato verso il secondo.
Le musiche sottolineano come la contaminazione sonora sia una realtà; le danze rimangono quelle rituali, la musica appare dissonante con le scene.
I monsoni riportano alla realtà la vicenda dei personaggi: squillano i primi telefonini, si pagano i primi mutui, tornano i primi emigranti, si svelano i primi pedofili, e via dicendo: un marasma impressionante e noiosetto di cliché inchiodano il film alla mediocrità.

Cosa apprezzare dunque? L'ombra dell'India che abbiamo ammirato altrove; l'ombra del sogno dell'indipendenza e del distacco dalle altre culture; l'ombra di quanto affermava Mahatma Gandhi:
"Non voglio che la mia casa sia cinta da un muro su tutti i lati e le mie finestre sbarrate. Voglio che le culture di tutte le terre circolino nella mia casa con la massima libertà. Ma mi rifiuto di lasciarmi dominare da una sola di queste". 
Ecco, questo film rappresenta il dominio culturale del modello occidentale. Rimango curioso di assistere a qualche creazione artistica indiana originale; adesso non mi rimbomba in mente che quella canzoncina allegrotta d'un sanguemisto angloindiano, uscita un paio d'anni fa: “Brimful of Asha”.
Non era musica pop inglese, né indiana; questo film non è né europeo, né indiano. È un ibrido a tratti gradevole, a tratti supponente,a tratti irritante, da vedere con grande leggerezza e senza considerare la nazione d'origine. 
Immaginate di essere neozelandesi e di vedere un film italiano dove si mangiano pizza e spaghetti, un tizio baffuto suona la chitarra (o il mandolino), un oscuro paesano spara all'amante della moglie mentre i ricchi vestono americano ascoltano musica americana guardano film americani parlano come nei film americani.Cosa pensereste? Ah, quale ardita costruzione estetica; quali innovazioni in Italia! Sono figurine che tentano di cambiar abito.

Ecco, non è questo il modo di cambiar abito: se non alla cultura di un Paese, almeno alla sua cinematografia.
Sognando migliori contaminazioni, sbadigliando voltiamo pagina.
Brimful of asha on your 45…

Regia: Mira Nair.
Soggetto & Sceneggiatura: Sabrina Dhawan.
Direttore della fotografia: Declan Quinn.
Montaggio: Allyson C. Johnson.
Interpreti principali: Naseeruddin Sha, Lillete Dubey, Shefali Shetty, Vijaj Raaz, Tilotama Shome, Vasundhara Das, Parvin Dabas, Kamini Khanna, Neha Dubey, Randeep Hooda.    
Musica originale: Mychael Danna. 
Produzione: Caroline Kaplan, Jonathan Sehring.
Origine: India/Usa/Francia/Italia, 2001.
Durata: 114 minuti.
Info Internet:
http://monsoonwedding.indiatimes.com/


 



Lankelot, G.F., gennaio del 2002.
Recensione revisionata nel luglio del 2003. Originariamente apparsa su ciao.com e lankelot.com

NAIR in LANKELOT:
Nair Mira - La fiera della vanità - Movida
Nair Mira - Monsoon Wedding - franchi

ISBN/EAN: 
8027883604714

Commenti

I monsoni riportano alla realtà la vicenda dei personaggi: squillano i primi telefonini, si pagano i primi mutui, tornano i primi emigranti, si svelano i primi pedofili, e via dicendo: un marasma impressionante e noiosetto di cliché inchiodano il film alla mediocrità.

"Ecco, questo film rappresenta il dominio culturale del modello occidentale. Rimango curioso di assistere a qualche creazione artistica indiana originale; adesso non mi rimbomba in mente che quella canzoncina allegrotta d?un sanguemisto angloindiano, uscita un paio d?anni fa: ?Brimful of Asha?.
Non era musica pop inglese, né indiana; questo film non è né europeo, né indiano. È un ibrido a tratti gradevole, a tratti supponente,a tratti irritante, da vedere con grande leggerezza e senza considerare la nazione d?origine".

Stavolta non mi trovi d'accordo, vidi il film al cinema e mi divertì molto. Il melting pot c'è, è evidente, ma la Nair, ahimè, si linita a descrivere una realtà che esiste, non inventa nulla. Figurati se lo devi dire a me che l'India tradizionale è un'altra, visto la mia passsione per la dottrina induista (più che per Gandhi, che non fu il classico modello tradizionale, pur essendo un personaggio notevole). é un segno dei tempi che lei, a mio avviso, ben rappresenta.

Attualmente irreperibile in Dvd.

*

Léon, credo che se dovessi scrivere questo articolo oggi penserei soltanto che non posso parlare d'una nazione che non ho visitato se non nei libri, nelle foto e nei film. Avrei un tono molto più cauto. Quel che ho visto a 24 anni qui ho riportato; ero incredulo e diffidente, ma non escludo sia tutto davvero come racconta Nair. Nei limiti delle possibilità umane, è chiaro. Il realismo è sempre una pretesa bugiarda...

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