Nair Mira

La fiera della vanità

Autore: 
Nair Mira

 A BEAUTIFUL DAY

Al nostro primo incontro con la bellezza, la vediamo nei suoi orpelli variopinti che ci colpiscono con i toni sgargianti, i fronzoli e perfino le deformità.
Ma quando impariamo a conoscerla meglio, le apparenti dissonanze ci si rivelano come ritmiche ondulazioni.
All’inizio, isoliamo la bellezza da quello che la circonda, la separiamo da tutto il resto, ma alla fine giungiamo a comprendere la sua armonia con l’insieme”, Rabindranath Tagore.

Mira Nair, regista indiana, dopo fasti e tragedie dell’amata terra natia, tenta la svolta di campo, portando sul grande schermo l’omonimo romanzo di William Makepeace Thackeray. Nella scelta del soggetto si sarà sentita perfettamente a suo agio dai richiami esotici delle comuni origini con lo scrittore per potersi calare appieno nella mescolanza di culture diverse. E lo fa non lasciando spazio ad alcun dubbio, già a partire dai titoli di testa che lasciano danzare, su note seducenti, la coda di un bellissimo pavone che lentamente si trasforma in una sgargiante gonna di sicura provenienza.
Le immagini che assumono la parvenza di un break pubblicitario di stampo contemporaneo si interrompono per lasciar spazio ad una storia di altri tempi, tra miseria, arte ed orgoglio femminile di chi possiede nei suoi cromosomi l’ansia del successo e la caparbietà necessaria per farcela nella vita.
La bionda Rebecca “Becky” Sharp, come letteratura romantica vuole, cresce in un orfanotrofio dopo una breve ed illusoria parentesi di vita familiare (facile l’accostamento alla “Jane Eyre” di Charlotte Brontë, diametralmente opposta alla creatura scaturita dalla penna di Thackeray, sia per carattere che per intenti).
Becky, ragazza dal carattere determinato, si lascia alle spalle la vita fatta di rinunce ed obbedienza per lanciarsi in un mondo a cui desidera appartenere ad ogni costo. Non si fa fatica a riconoscere in lei la figura dell’arrampicatrice sociale, immune al trascorrere dei secoli. Ed infatti la Nair, già regista di “Salaam Bombay” (1988), “Mississipi Masala” (1991), “Kamasutra” (1996), “Monsoon Wedding” (2001), presenta un’eroina che danza leggera in un’epoca priva di confini temporali. Becky Sharp è, naturalmente, donna senza tempo e, come tale, è stata trasposta sullo schermo. Ed il volto dal mento volitivo della Reese Witherspoon, privato di merletti e fronzoli superflui, riluce di una scaltrezza moderna che riesce a renderla simpatica per buona metà del film. Non si può, quindi, non seguire che con freschezza mentale le sue peripezie tra vecchie dimore rimesse a nuovo e lussuosi palazzi in cui si muove con abiti sfarzosi e colorati.

Poi tutto scende di tono, colpevole lo sforzo eccessivo di mantenere intatto il ritmo armonico tra protagonisti e scenografie.

La coda di pavone così luminosa, evanescente e variopinta, si affloscia su se stessa non riuscendo a reggere il passo all’eccessiva lunghezza della sceneggiatura che non ha più fresche battute da impuntare sulle labbra della Sharp.

La colpa, in fondo, non è neppure da attribuire alla Nair, vista l’ardua impresa di rendere fruibile, un’opera letteraria di rilevanti dimensioni per intreccio psicologico e testimonianza storico-sociale, rivista e rielaborata per esigenzwe cinematografiche.
Il trascorrere del tempo decisivo per l’evoluzione della vita del personaggio non segue però sulla scena la stessa cadenza. Quando tutto si trasforma, in un saliscendi di fortune e disagi, non si ha il tempo di accorgersene perché il film è già finito, pronto per i titoli di coda che ci lasciano godere, a dorso di elefante, squarci di paesaggi indiani da mille e una notte.
Lodevole l’intento e simpatico il risultato perché, alla fine, ne esce un prodotto confezionato con discreto gusto di chi è abituato ad armeggiare con certe atmosfere da dipingere allegramente sulla scena.  
Le caratterizzazioni dei personaggi sono di fatto curate, ma risentono dell’appesantimento della storia che non permette un’accentuata analisi delle evoluzioni caratteriali di ognuno di loro, soprattutto di quella che dovrebbe esserne la protagonista assoluta.
Becky Sharp ci lasciava intuire, da quella prima scena in cui mercanteggiava, con prontezza di spirito, la tela su cui il padre aveva dipinto la madre, che avrebbe fatto grandi cose con il suo personaggio.
Invece così non è stato, nonostante la vivacità scenica della Witherspoon, molto luminosa, a partire dalla chioma lussureggiante fino alla scollatura dell’abito, su cui indugia la camera da presa. A tal proposito, la regia si sofferma particolarmente sulle eccentriche toilette della protagonista, evidenziando con contrasti visivi l’ambiente in cui si muove Becky, come un vero pavone in mezzo ad anonime colombe.
Il personaggio romanzato di Becky si snocciola male. L’ironia e la prontezza di spirito iniziale, sin da quando getta dalla carrozza l’odiato libretto fonte di ispirazione per la sua istruzione, vengono meno poco alla volta, facendo dimenticare il resto, comprese le scene di canto a cui la Witherspoon si presta sinceramente con poca convinzione. La cara ragazza cresciuta a pane ed orgoglio, se non con poche battute e picchi di sceneggiatura, non ha modo di dimostrare l’arduo carattere di chi ha voglia di inserirsi in un contesto di successo, fatto di esclusiva apparenza, non dimenticando neppure per un istante la generosità d’animo di chi è dotato di una sensibilità a fior di pelle da occultare per la propria sopravvivenza. Ed alla fine perde tutto, perché non possiede quella voluttà, quel quid in più che le permetterebbe di affrontare i compromessi rinunciando all’onore, rendendola così odiosa al versante femminile.
A Becky non resta, quindi, che restarsene nell’ombra di una vita sciatta camuffata da pizzi e velette, con la stessa valigia che si porta dietro da sempre e con le unghie sfatte di chi non spera più in niente, fino a che il destino le concede un’altra chance, ma sono i dettagli a narrare l’evoluzione della sua storia, non la sceneggiatura. 
La stessa sorte tocca ad Amelia, l’amica che conduce una vita parallela a quella di Bechy, ma che pare ridursi ad un semplice soprammobile di palazzo.
Alla meno peggio gli altri attori, a mio avviso troppo giovani ed incolori per quella che è la loro effettiva parte scenica. Gabriel Byrne, il marchese di Steyne, vero sponsor di Becky, si presenta piuttosto deludente nonostante il suo personaggio abbia effettivamente poco spazio per esprimersi al meglio, ma non è il tempo, non é il numero delle battute che possono rendere grande un attore di tale calibro. Ed è così che Bob Hoskins, l’interprete di Sir Pitt Crawley, gli sta affianco superandolo nettamente in stile.  
La vera protagonista alla fine risulta essere la scenografia, questa sì che sa fregiarsi di tocchi di grande estetica e perizia. Mai banale, risente della fascinosità degli influssi indiani che riuscirebbero ad impreziosire qualsiasi cosa, tra stoffe colorate di viola, verde ed arancio, laghetti con ninfee, uccelli variopinti e miscele di odori e sapori che si riescono quasi a percepire al di qua dello schermo. La coda del pavone incantatore cancella il tetro grigiore di un’Inghilterra che vive di apparenze sociali, ma è solo un raggio di sole che le nuvole cariche di pioggia fanno presto a cancellare.
Mira Nair si è data alle ambientazioni ottocentesche in costume e crinoline, ma non rinuncia a portare sulle scene quel tocco di Bollywood che fa parte della sua cultura.
Una nota particolare, infatti, è destinata al balletto egiziano che se, a prima vista, riesce ad illuminare un momento di stanchezza, d’altra parte appare fuori tono con l’utilizzo di un brano di moda nell’Egitto contemporaneo (“El Salam”, di Hakim, leit motiv di una settimana di vacanza di chi scrive) e di cui non ho compreso le ragioni. Nell’immensa produzione musicale indiana, non avrebbe fatto certamente fatica a tirar fuori dal cilindro un brano consono al film.
 
Regia: Mira Nair. Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di William Makepeace Thackeray. Sceneggiatura: Matthew Faulk, Mark Skeet, Julian Fellowes. Fotografia: Declan Quinn. Montaggio: Allyson C. Johnson. Interpreti principali: Reese Witherspoon, Gabriel Byrne, Bob Hoskins, James Purefoy, Jim Broadbent, Jonathan Rhys-Meyers, Rhys Ifans, Romola Garai. Musiche: Mychael Danna. Scenografie: Maria Djurkovic. Produzione: Janette Day, Lydia Dean Pilcher, Donna Gigliotti.  Distribuzione: Eagle Pictures. Origine: UK/USA, 2004. Durata: 140 minuti. Titolo originale: “Vanity Fair”.   
 
Movida, 29 marzo 2005. 
Originariamente apparsa su Lankelot.com
 
NAIR in LANKELOT

Nair Mira - Monsoon Wedding di franchi

ISBN/EAN: 
8031179913916

Commenti

MOVIDA!

(eccetto i 15 secondi iniziali di pubblicità di McDonald... potente;) ).

(ma io non li vedo questi 15 sec!!!!)

(non puoi capire quante volte l'abbia sentita in vacanza questa canzone quell'anno, prima dell'uscita del film...infatti ho quasi urlato quando l'ho sentita provenire dallo schermo)

"Una nota particolare, infatti, è destinata al balletto egiziano che se, a prima vista, riesce ad illuminare un momento di stanchezza, d?altra parte appare fuori tono con l?utilizzo di un brano di moda nell?Egitto contemporaneo (?El Salam?, di Hakim, leit motiv di una settimana di vacanza di chi scrive) e di cui non ho compreso le ragioni. Nell?immensa produzione musicale indiana, non avrebbe fatto certamente fatica a tirar fuori dal cilindro un brano consono al film."

> Già, immensa... e da queste parti non ne sappiamo praticamente niente. Sbaglio? Altro mondo che andrebbe scandagliato a dovere...

Sì la produzione è immensa, piuttosto articolata per etnie, regioni, lingue, tradizioni, genere ed anche in quella più moderna comunque si sentono richiami ai diversi generi. La difficioltà di analisi,quindi,è enorme. Anche Tagore era musicista, tra l'altro. La musica è imprescindibile nel contesto indiamo. C'è stato un periodo che ero fissatissima, cinematografia compresa, anche se molto ripetitiva mi piacevano colori e suoni. Bollywood è pittoresca, ma dopo un po' te ne stanchi.

OCCHIO: nella precedente

OCCHIO: nella precedente revisione, aveva invertito parti dell'articolo! Ho cercato di ripristinare. Movi, puoi verificare?

Volevo sistemare l'aricolo,

Volevo sistemare l'aricolo, ma non mi sono azzardata perchè la pagina è spezzettata e credo i paragrafi siano in disordine. Ho visto che l'ultima modifica  è tua, Movida e credo solo tu possa intervenire essendo l'autrice. Io non saprei come ricomporre il mosaico. 

ok...

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