La morte per la vita in una spirale di dolore estenuante, che si avvita su sé stessa risucchiando tutto il resto.
Non c’è colonna sonora, non c’è fotografia, non c’è regia. O meglio, non se ne ha percezione, appaiono assolutamente secondarie. Addirittura trascurabili. La trama sovrasta: azzanna il film e lo fa a brandelli. E si esce dalla sala con la sensazione strana che qualcosa non vada, perché una pellicola è certo la storia che racconta. Ma non solo quella.
Torna la coppia Muccino-Will Smith e l’accoglienza riservata dalla stampa non è esaltante. Hollywood storce il naso, mentre in Italia i giornali parlano di ricerca kitsch della disperazione (La Stampa). La sensazione è che si voglia necessariamente colpire al cuore, che sia stato confezionato un lavoro ad arte per commuovere, per far parlare di cinema impegnato. E allora i flashback, gli incastri e la vicenda raccontata in retrospettiva, a partire dal finale che ritorna poi a chiusura del cerchio, quando ormai è tutto così chiaro che si aspetta di veder solo scorrere i titoli di coda, tutto questo sembra un artificio poco rilevante, a dispetto di quella sofferenza così aggressiva che costituisce il vero fulcro del film.
È nel volto teso del protagonista, nelle lacrime copiose degli altri attori e nelle loro vicissitudini, nonché negli ambienti stessi attorno ai quali si sviluppa il racconto: un ospedale, un call center, un motel, un quartiere suburbano affollato di immigrati ispanici. Non c’è speranza. Non c’è bellezza, se non nel sorriso di Emily Posa, la giovane cardiopatica interpretata da Rosario Dawson.
Ben Thomas ha causato un mostruoso incidente che provoca sette vittime, tra le quali la moglie. A lui è toccato in sorte di uscirne indenne, ma il rimorso permea ogni ora della sua sopravvivenza. Per questo decide di stilare una lista di altrettanti nomi, sette anime (da cui il titolo) mediante le quali provare a risarcire l’atroce debito.
Il film si snoda attraverso i vari incontri, si susseguono visi e vite accennate per brevi fotogrammi. Fino ad Emily, “la ragazza dalle ali spezzate”: con lei cambia il registro e si entra nel quotidiano. Nei giorni di ricoveri e pianti, di cibi precotti e passeggiate stanche a rincorrere un alano che non ne vuol sapere di rallentare, di domande e occhi che brillano. Con lei entra in scena l’amore ed è ingrediente che aggiunge ulteriore pathos alla storia, senza tuttavia dilatarne il respiro.
Perché Sette anime si concentra su una visione totalizzante del dolore in cui la colpa non ammette perdono. Quello che descrive è, dunque, un percorso di espiazione, in cui Ben diventa il carnefice di sé stesso, nel senso etimologico di chi fa a pezzi il proprio corpo, trasformandolo in strumento di redenzione.
Muccino si confronta col tema della morte e della rielaborazione del lutto, plasmando un Will Smith che è al tempo stesso giudice supremo e condannato, assassino e salvatore, in un delirio di onnipotenza che lo fa somigliare contemporaneamente al Dio funesto dell’antico Testamento, che punisce e sferza e al Cristo del Nuovo che si sacrifica, immolandosi vittima.
Straziante.
Al punto che non ci resta che piangere.
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Grant Nieporte
Attori: Will Smith, Rosario Dawson, Woody Harrelson, Michael Ealy, Sarah Jane Morris, Bill Smitrovich, Elpidia Carrillo, Robinne Lee, Gina Hecht, Joe Nunez, Bojana Novakovic, Judyann Elder, Tim Kelleher, Barry Pepper
Fotografia: Philippe Le Sourd
Montaggio: Hughes Winborne
Musiche: Angelo Milli
Produzione: Columbia Pictures, Escape Artists, Overbrook Entertainment
Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia
Paese: USA 2008
Uscita Cinema: 09/01/2009
Genere: Drammatico
Formato: Colore 35MM
Approfondimento in rete: sito italiano / Coming Soon / Trova Cinema Repubblica
Muccino in Lankelot:
Muccino Gabriele - La ricerca della felicità - ryoga
Muccino Gabriele - Sette anime - AngelaMigliore
Angela Migliore, gennaio 2009
Commenti
"Perché Sette anime si concentra su una visione totalizzante del dolore in cui la colpa non ammette perdono. Quello che descrive è, dunque, un percorso di espiazione, in cui Ben diventa il carnefice di sé stesso, nel senso etimologico di chi fa a pezzi il proprio corpo, trasformandolo in strumento di redenzione.
Muccino si confronta col tema della morte e della rielaborazione del lutto, plasmando un Will Smith che è al tempo stesso giudice supremo e condannato, assassino e salvatore, in un delirio di onnipotenza che lo fa somigliare contemporaneamente al Dio funesto dell?antico Testamento, che punisce e sferza e al Cristo del Nuovo che si sacrifica, immolandosi vittima.
Straziante."
> Davvero?
Possibile?
Muccino?
Eh, ma non era in accezione completamente positiva. Fatto sta, che nonostante uno percepisca la netta volontà di voler commuovere e i trucchetti e l'esaperazione di certe situazioni portate al massimo livello del drammatico, non si riesce a non piangere. E' troppo straziante.
"Non c?è colonna sonora, non c?è fotografia, non c?è regia.
O meglio, non se ne ha percezione, appaiono assolutamente secondarie. Addirittura trascurabili."
> In altre parole... tutto finto?
In altre parole la trama è così pesante e presente che di tutto il resto nemmeno ti accorgi.
(Paolo, ho mantenuto la promessa, ma ora torno ai libri :) )
Questo film mi incuriosisce. Troppo demolito, mi pare. Nelle recensioni americane danno addosso a Will Smith ed al suo volto sofferente in ogni ripresa, e della regia di Muccino dicono poco, e perlopiù che ha sciupato la storia, che non l'ha valorizzata etc.
Ho guardato un po' lo sceneggiatore, e wiki dice che è al suo primo film, che ha lavorato per la tv, scrittore per le serie televisive (comiche), conosciute anche in Italia, Sabrina la strega e 8 semplici regole, e che l'idea per il film l'ha avuta dopo una chat con la persona più triste che abbia mai sentito.
ops, ve l'ho detta tutta, ma la pagina è qui:
http://en.wikipedia.org/wiki/Grant_Nieporte
Comunque, certo è che un film è opera principalmente del regista, anche se gli sceneggiatori non sono figura da poco, sebbene in Italia si tenda a considerarli (almeno a livello comune) meno che altrove, mi pare.
Comunque è curioso che dopo aver cercato la felicità, i due (smith e Muccino) siano andati alla ricerca del dolore, quasi a fare un'opera di due. Durante la lettura del tuo bel pezzo, angela, ho quasi pensato che se Smith l'avessero ripreso sanguinante per gran parte del film e crocifisso alla fine, si sarebbe definito capolavoro, e bestemmia.
La sensazione che lascia, al solo leggere le recensioni, è di un'opera certo ambiziosa nel progetto, e che probabilmente non è all'altezza della sua ambizione.
Si legge anche, nelle rec americane, che Smith vuole troppo l'Oscar, che il film sembra confezionato per la sua interpretazione, ma è migliore quella della Dawson.
chi sa, chi sa. grazie angela. notte.
Non lo so, Andrea, mi mancano le competenze per dare un giudizio obiettivo. Sono una spettatrice ignorante che in genere è colpita principalmente (ma non soltano) dalla trama.
E la trama è bella, importante. Ma c'è troppo, troppo dolore. Sembra una forzatura.
E' l'apoteosi della sofferenza.
Troppo straziante.
Proprio il tuo "troppo straziante" mi incuriosisce.
Mi sembra, probabilmente mi sbaglio, un "vaffanculo" a chi ha criticato (anch'io l'ho fatto, ma non credo avesse in mente me) il Muccino precedente dicendo che edulcorava, che c'erano solo rapporti gridati, e superficiali, etc. Come se volesse dire di essere capace di fare altro, non so.
Tutte supposizioni le mie.
(e un giudizio obiettivo non esiste, angela! siamo sempre noi!)
Beh, allora aspetto che lo veda anche tu, così scoprirò il tuo giudizio non obiettivo ;)
Vediamo quanto divergono le nostre vedute!!
appena esce in dvd (-: