Moretti Nanni

Sogni d'oro

Autore: 
Moretti Nanni

Come l’illustre predecessore Truffaut anche Nanni Moretti, nella prima parte della sua carriera di regista, sviluppò un alter ego di celluloide che rappresentasse l’evoluzione di un personaggio in più film, un ventenne nell’Italia del riflusso ideologico e della conseguente crisi morale e culturale. Con Moretti non si parte dall’adolescenza (come in I quattrocento colpi), perché l’indagine è differente da quella di Truffaut, non fosse altro perché l’epoca è assai diversa, e le dinamiche, il tempo e i contesti in cui si muove Michele Apicella sono molto ravvicinati. Siamo tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, tempo di grigiore assoluto anche per il cinema nostrano, che ebbe comunque modo di partorire nuovi autori di commedia che imperverseranno per tutti gli anni Ottanta con notevoli successi di pubblico - alcuni di loro imperversano ancora. Tra di essi, oltre all’atipico, romano d’adozione, Nanni Moretti, il romano Carlo Verdone, il napoletano Massimo Troisi e il toscano Francesco Nuti. Comicità tra loro differenti che trovano il denominatore comune nell’autorialità a tuttotondo: Moretti, Verdone, Nuti e Troisi non solo dirigono, ma sono anche attori e autori (o co-autori) delle storie che portano sul grande schermo. Muniti di gran dosi di narcisismo, i quattro sono assoluti protagonisti delle loro pellicole, immaginando personaggi che monopolizzano totalmente la scena per rappresentare, attraverso il loro vissuto personale, le diverse facce dei trentenni del tempo. Tra di questi Michele Apicella è l’intellettuale, quello che, volente o nolente, vive gli echi del Sessantotto ancora sulla pelle. E non li vive affatto bene. Rispetto all’Antoine Doinel di truffautiana memoria, che si trova a vivere gli anni di rivoluzione e cambiamento, Michele Apicella vive gli anni del progressivo disimpegno e da intellettuale ne soffre profondamente. Se Doinel è un personaggio che va trovando, film dopo film, pur tra difficoltà e contraddizioni, la sua identità, Apicella vive quel senso di sradicamento e di inadeguatezza proprio ai trentenni degli Ottanta (discorso simile si può fare per i personaggi, seppur molto diversi, incarnati da Troisi e Nuti in opere come Ricomincio da tre, Scusate il ritardo, Tutta colpa del paradiso, Casablanca Casablanca. Discorso più complesso, invece, per i personaggi verdoniani, ma non è il caso di approfondire in questa sede). In Sogni d’oro poi, terzo lungometraggio di Nanni Moretti, viene fortemente tirata in ballo la componente psicanalitica, certo in modi paradossali e con un ritmo e una consecutio sovente antinarrativa, che si sublimerà di li a pochi anni in modo narrativamente più strutturato in quello che considero il suo miglior film di sempre: Bianca (1983). Sogni d’oro segue a Io sono un autarchico (1976) ed Ecce bombo (1978), due opere che avevano regalato a Moretti un inatteso successo di pubblico, oltre che di critica. Il terzo lungometraggio del regista di Brunico è ancor migliore dei primi due, uno dei suoi film più riusciti, nonostante un finale a dir poco enigmatico e – ribadisco – antinarrativo. Leone D’Argento a Venezia, Sogni d’oro però non incontrò quei consensi di pubblico di cui avevano goduto Io sono un autarchico ed Ecce Bombo. Prima di scavare più a fondo all’interno dell’opera vediamone a grandi linee la trama. 

Michele Apicella è un giovane regista insoddisfatto, che va vagando promuovendo per cineclub e cineforum la sua seconda opera, già datata, mentre sta scrivendo la sua terza con notevoli difficoltà. Gli viene accusato, ad ogni incontro sul suo cinema, di usare un linguaggio per pochi, incomprensibile alla casalinga di Treviso cosi come al pastore abruzzese o al bracciante lucano. Michele se ne frega, è assolutamente snob ed egocentrico, crede di essere l’unico portatore di un nuovo linguaggio nel cinema italiano. Ma il nuovo film stenta a venir fuori, i dialoghi tra Sigmund e Anna Freud (la figlia, anch’essa addetta ai lavori, del padre della psicanalisi, per chi non fosse ferrato in psicologia) rischiano di sfiorare la banalità o di non venir proprio fuori. E a ben guardare non è tanto il rapporto tra padre e figlia ad essere indagato nella curiosa pellicola di Apicella, bensì quello tra Sigmund e l’anziana madre. E allora realtà e finzione scenica si intrecciano, diventano interdipendenti, nel momento in cui risulta evidente che lo stesso Michele soffre di uno smisurato complesso edipico che trasferisce nel rapporto tra Freud e la madre, fino a rendere il noto medico-psicologo una caricatura vera e propria. In mezzo a ciò Michele sogna, e fa incubi terrificanti in cui immagina di essere un professore costantemente respinto da una studentessa che ne aveva messo a nudo il vuoto esistenziale. Il sogno e la finzione scenica diventano per il regista uno specchio in cui guardarsi e in cui palesare le brutture interiori, vere e proprie zavorre dell’inconscio che si trasformano, nella sua figura pubblica, in arroganza e disprezzo, per i colleghi come per gli stessi spettatori. Michele rifiuta il confronto artistico con altri registi sulla ribalta, salvo accettarlo in un dibattito privo di contenuto in cui i contendenti si sfidano in un’atmosfera da reality show (davvero sorprendente come con vent’anni d’anticipo – il Grande Fratello è un format arrivato in Italia nel 2001 – Nanni Moretti avesse potuto intuire certe agghiaccianti dinamiche). Sempre più avulso dalla realtà e prigioniero dei suoi incubi, proprio all’uscita nelle sale del nuovo film, Michele concluderà la sua fuga nel mondo onirico: con sembianze da zombie-licantropo, lancerà alla sfuggente amata un ultimo grido di dolore, liberatorio e surreale.
 
L'AMATA SACHER
 
L’enigmatico finale di Sogni d’oro lasciò perplessi, ma a guardarlo e riguardarlo, a più di un quarto di secolo di distanza, considerando anche l’intera cinematografia di Nanni Moretti, non è poi cosi criptico come potrebbe apparire. “Si, sono un mostro! Ti amooo! E non voglio morire!”. È un grido di liberazione, un tentativo di emanciparsi da quell’incubo che evolve puntata dopo puntata, sogno dopo sogno, che lo divora e che oramai gli altera gli stati di veglia. Ma è anche un grido di liberazione del regista, non solo dell’uomo. Quel “ti amo” non è rivolto solo a Laura Morante, la musa onirica, ma anche all’arte, l’idea personale dell’arte, del suo sviluppo, della sua necessità d’esser compresa il più possibile, anche dal pastore abruzzese, dalla casalinga trevigiana e dal bracciante lucano. Personaggi simbolici, sempre evocati dal camaleontico critico improvvisato (una godibile performance di Dario Cantarelli per un intelligente trovata di Moretti), presente ad ogni dibattito di Michele. Quel “ti amo” buttato li in mezzo a “sono un mostro” e “non voglio morire” ha più che mai senso, perché Michele si sente veramente un mostro, per la sua incapacità di manifestare i sentimenti dovuta all’ingombrante figura materna. Oltre la metà del film, non a caso, Moretti lascia risuonare le note di una significativa hit dell’epoca di Renato Zero: Un uomo da bruciare.  Ecco che il film su Freud dovrebbe servire da contraltare catartico, cosi che il regista possa trasferire le sue ansie sull’illustre personaggio narrato. Cosi non è perché per l’artista realtà e fantasia sono sempre, irrimediabilmente interdipendenti. Fare film, liberarsi del fardello attraverso l’arte, è comunque l’unica soluzione. Ecco spiegato quel “non voglio morire”, il grido che conclude l’opera rievocando, prima dei titoli di coda, il sarcastico titolo dell’opera: Sogni d’oro. Che non lo sono affatto.
 
REMOTTI / FREUD
 
La dimensione psicanalitica, la sorprendente disposizione all’autoanalisi del regista – e nella fattispecie Apicella e Moretti coincidono totalmente, essendo il primo l’alter ego dell’altro, anche in campo professionale - confermano qui più che nelle due pellicole precedenti un cinema che vaga in cerca di un’identità che il contesto ospitante – L’Italia del tempo - non permette facilmente di strutturare. Sarà ancor più emblematica, in Bianca, la deriva cui va incontro Apicella-Moretti che anche in Sogni D’oro dà un cenno delle sue ricorrenti ossessioni (che culminano, nel film successivo, niente meno che con l’omicidio): le calzature, i dolci, l’incomunicabilità della coppia. Tutto l’impianto narrativo, più corposo e ricco di suggestioni di ciò che in superficie può apparire, è comunque levigato da una vena ilare ispirata, ora sarcastica e ora surreale, sempre ben strutturata. A dispetto della vaghezza della trama, della parvenza d’esercizio di stile o delle ambizioni intellettualistiche, Sogni d’oro trova i suoi momenti di maggior compiutezza quando scimmiotta la realtà o quando la fotografa impietosa ma con toni da commedia dell’assurdo. È impagabile Remo Remotti nei panni di Sigmund Freud, nel suo esasperare un personaggio prigioniero dello stesso male dal quale con i suoi saggi avrebbe voluto liberarci, nei suoi duetti con la madre, fino alla scena di chiusura del film nel film in cui vende “democraticamente” la sua opera al proletariato secondo i canoni più beceri del mondo consumistico: libri ribassati, due al prezzo di uno, con gadget improbabili in regalo. Altra intuizione morettiana, come accennato in precedenza, è la parodia dei dibattiti (pseudo) culturali organizzati tra registi, in cui vince chi è più volgare o chi si mette più in ridicolo. È una pantomima surreale, una farsa che esaspera il reale nel tentativo di stigmatizzare i mali del Belpaese di allora, a ben guardare gli stessi di oggi: l’indifferenza, l’ignoranza, l’immotivata egolatria. Indovinate anche le presenze di contorno: detto del bravo Remotti, nota di merito per Alessandro Haber nei panni di uno sfigatissimo regista fallito ancor giovane, per il camaleontico Cantarelli e per Gigio Morra, nei panni di un improbabile regista che contende la “ribalta culturale” ad Apicella. Giovane e bellissima Laura Morante, compagna di viaggio di Moretti nel successivo Bianca e nel pessimo, premiato a Cannes e sopravvalutato La stanza del figlio
 
Sogni d’oro, a ben guardare, è probabilmente l’opera più complessa di Nanni Moretti (ancorché la più ambiziosa sia Palombella Rossa, di otto anni successiva), per alcuni difficilmente decifrabile, per altri un ipocrita esercizio intellettuale, per altri ancora un passo indietro rispetto ad Ecce bombo o solamente un brutto film. Io che non sono il classico amante del cinema morettiano, ma che apprezzo le sue opere degli anni Ottanta (fino a Palombella Rossa compresa la sua opera denotava una certa originalità e tracce di cinema sperimentale), mi spingo ad affermare che Sogni d’oro, ancor più di Ecce Bombo, pur se narrativamente inferiore a Bianca, è il film che rappresenta – insieme allo stesso Bianca – meglio il cinema morettiano. Quando Moretti aveva qualcosa (di sinistra? A conti fatti non è cosi rilevante) di interessante da dire e da mostrare.
 
Regia: Nanni Moretti.  Soggetto e sceneggiatura: Nanni Moretti. Direttore della fotografia: Franco Di Giacomo. Montaggio: Roberto Perpignani. Scenografia: Gianni Sbarra.Costumi: Lia Francesca Morandini. Interpreti principali: Nanni Moretti, Piera Degli Esposti, Laura Morante, Alessandro Haber, Gigio Morra, Remo Remotti, Dario Cantarelli, Nicola Di Pinto, Claudio Spadaro, Miranda Campa, Sabina Vannucchi, Giampiero Mughini, Chiara Moretti, Alberto Abruzzese, Luigi Moretti, Tatti Sanguineti, Fabrizio Beggiato, Vincenzo Salemme, Oreste Rotundo, Mario Cipriani, Sara Di Nepi, Giovanna De Luca, Mario Garibba, Cinzia Lais, Cristina Manni, Massimo Milazzo, Adriana Pecorelli, Marco Colli, Luca Silvestri, Maria D’Incoronato, Mario Monaci Toschi, Memmo Giovannini, Massimo Garzia, Giovanni Di Gregorio.   Musica originale: Franco Piersanti. Diretta da Gianfranco Plenizio. Produzione: Renzo Rossellini per Operafilm, Rai Radiotelevisione Italiana. Origine: Italia, 1981. Durata: 105 minuti.
 
Léon, agosto 2008.


ISBN/EAN: 
7321958022306

Commenti

Ave, ecco uno dei migliori film di Moretti. Lo dedico a Epic, che so essere il suo Moretti preferito;)

ecce archivio, intanto;)

ah, che sorpresa! grazie fede! :)

"E a ben guardare non è tanto il rapporto tra padre e figlia ad essere indagato nella curiosa pellicola di Apicella, bensì quello tra Sigmund e l?anziana madre."

e dio sa quanto ho riso per Freud, in questo film. sono caduto dalla sedia, dio cristo.

"Michele rifiuta il confronto artistico con altri registi sulla ribalta, salvo accettarlo in un dibattito privo di contenuto in cui i contendenti si sfidano in un?atmosfera da reality show"

e il suo sfidante è un certo GIGIO CIMINO... ma che nome è? ahhahahaah

"della sua necessità d?esser compresa il più possibile, anche dal pastore abruzzese, dalla casalinga trevigiana e dal bracciante lucano. Personaggi simbolici, sempre evocati dal camaleontico critico improvvisato (una godibile performance di Dario Cantarelli per un intelligente trovata di Moretti), presente ad ogni dibattito di Michele."

vabbè, la mamma che butta gli spaghetti per terra e prende il treno è un'immagine che mi ha segnato. e il critico, poi. vabbè, adorabile.

3 - Pensavo di lasciare il pezzo su Bianca, invece ho scritto di Sogni d'oro;)

(fa sempre parte di quel lavoro per cui m'hai mandato quelle informazioni su Nichetti)

"e nella fattispecie Apicella e Moretti coincidono totalmente, essendo il primo l?alter ego dell?altro, anche in campo professionale"

Sì, Apicella è il cognome della madre di Moretti...

7, ho immaginato :)

"dà un cenno delle sue ricorrenti ossessioni (che culminano, nel film successivo, niente meno che con l?omicidio): le calzature, i dolci, l?incomunicabilità della coppia."

mi è capitato, più per caso che per proposito, di studiare la psicologia del malato schizoide. Il personaggio di Michele corrisponde a pieno, in "Bianca" soprattutto...

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