«Senti, me n’ero dimenticato: che lavoro fai?». «Beh, mi interesso di molte cose: cinema, teatro, fotografia, musica… leggo…». «E concretamente?» (…) «Nulla di preciso». «Beh, come campi?». «Mah, te l’ho detto: giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose…»
I DOLORI DEL GIOVANE NANNI.
Monumento dello spirito d’una generazione di intellettuali, “Ecce Bombo” è il secondo lungometraggio di Nanni Moretti. Manifesto del disorientamento, dell’incertezza, della nevrastenia e dell’incomunicabilità d’un periodo storico che non accenna ancora a spegnersi, il film rappresenta una pietra miliare per esplorare il microcosmo morettiano e costituisce un felicissimo unicum nella nostra produzione cinematografica.
Per via d’una essenzialità, d’un minimalismo, d’una autoironia e d’una intelligenza che di rado trovano ospitalità nella poetica dei nostri cineasti; per via d’una sensibilità estetica e d’un metamorfismo nei codici espressivi che suggellano la capacità di Moretti di trasformare una battuta in un esasperato e incisivo monologo; per via d’una spontanea e trascinante adesione empatica alle ambientazioni capitoline, autentica segreta e riservata carta geografica di sentimenti, sensazioni, esperienze condivise.
L’autobiografismo è la prima fonte d’ispirazione. L’amore per un “altro cinema”, trasfigurato (o coerentemente espresso?) da satire e provocazioni riservate e rivolte ai protagonisti della commedia all’italiana, da Manfredi al detestato Sordi, si riconosce non solo per via dell’evocativa apparizione d’un poster di Buster Keaton, ma per il purismo nella tecnica di ripresa: soltanto sette movimenti di macchina, scene girate in presa diretta, primitiva e superba profondità di campo negli esterni.
La satira della generazione dei giovani di sinistra negli anni Settanta è coerente e cruda: non si risparmiano le radio popolari e i raduni rock all’aperto, le esperienze delle Comuni e le sedute di autocoscienza. Non manca una prima stilettata a certe deprecabili tendenze catodiche volte a catalogare, semplificare e tradire natura, ruoli, ideali e principi della nuova generazione: si ripetono ironie a proposito di quanti si sforzano di sintetizzare linguaggio, stile e abitudini di decine di migliaia di individui nella squalificante, sterilizzante, ghettizzante e mistificatoria categoria dei “giovani”. Curiosamente attuale, a ventisei anni di distanza, la figura del giornalista goffo, arruffone e arrembante, microfono alla mano e cameraman al seguito, pronto a falsificare perfino l’evidenza a beneficio d’un pubblico desideroso di riconoscersi in tranquillizzanti e canonici schemi: gabbie.
Trama.
Michele Apicella (Nanni Moretti), studente universitario in piena crisi esistenziale, vive in un ambiente famigliare che, nonostante la sensibilità e l’apertura mentale degli adulti, soffoca e innervosisce il ragazzo. Il dialogo è il credo comune: ma la comprensione è spesso soltanto auspicata.
Michele sembra ritirarsi in se stesso, confuso da un’esistenza che non si trasforma in maturità e da un ambiente che pare statico e paludoso: i suoi amici e i suoi compagni stanno smettendo, o hanno smesso, di credere nella militanza politica, il vuoto e l’anomia stanno falciando l’armonia d’una intera generazione e lo spirito critico fa a pezzi tutto il resto.
Ci si ritrova per parlare, si sprofonda in interminabili sedute di autocoscienza che non si rivelano scevre da soliloqui, vaniloqui e sovrapposizioni di monologhi: sembra quasi che si tenda a costruire l’identità e il ruolo di ciascuno sulla carcassa delle sconfitte convinzioni d’un altro, o danzando sulle ceneri dei suoi fallimenti. Ma senza cattiveria e senza livore: con un’aggressività che è figlia dell’isolamento, dell’incomprensione e della rabbia nei confronti d’una rivoluzione che tarda a venire e d’una vita che non corrisponde, neppure di riflesso, ai propri sogni.
Il più depresso della compagnia è Mirko (Fabio Traversa), ospite d’una ragazza, Olga (Lina Sastri), in piena lotta contro un male che solo apparentemente è suo, ma in realtà è chiaramente generazionale: la schizofrenia. Olga è uno spettro e un’ombra di grande umanità e di pochissime parole: l’interpretazione della Sastri è tutta giocata sulla vacuità degli sguardi e sulla disperata, e presto catatonica abulia. È il simbolo della sconfitta d’una utopia che prometteva giustizia, eguaglianza e progresso: l’incarnazione e la sintesi del dolore, del disincanto e dell’angoscia dei rivoluzionari traditi dal fallimento del progetto d’una vita.
Michele si alterna tra amori di viva intensità e breve durata, improvvise nostalgie per legami dissolti tempo addietro, infatuazioni per le leggerine mogli degli amici e sinistre profezie d’un futuro da isolato e da emarginato.
Nell’attesa d’un sol dell’avvenire che sorgerà, però, alle spalle del suo gruppo: perché appartiene, evidentemente, al passato, forse addirittura a un altro secolo (lamenterà uno dei ragazzi: «dovevo nascere nel 1848»), e ai ragazzi non rimane che risvegliarsi non per l’accecante luce di quel sole, ma per lo stravagante grido di un ambulante, che annunciava il suo passaggio gridando il suo nome.
“Ecce Bombo”: l’uomo nuovo che doveva cambiare la storia dell’umanità non ha avuto fortuna, e si ritrova, disperato, a gridare il proprio nome per confermarsi d’essere vivo e d’essere reale.
Michele è solo e, poco a poco, prende coscienza della sua natura di atipico e di anomalo: la solitudine lacera, lacera e rattrista, e quando, infine, viene accettata e interiorizzata è madre della più grande comprensione dei propri simili. Non stupisce, dunque, che Michele si ritrovi, unico della compagnia, a consolare e sostenere Olga nelle ultime scene del film: del resto, era stato il solo ad ammettere di non avere la forza e il coraggio per starle vicino.
Gli altri, cianciando e blaterando solidarietà, avevano preferito una partita di pallone.
Lankelot Franchi, novembre del 2003. Prima pubb: Lankelot.com
Regia: Nanni Moretti. Soggetto e Sceneggiatura: Nanni Moretti. Direttore della fotografia: Giuseppe Pinori.
Montaggio: Enzo Meniconi.
Interpreti principali: Nanni Moretti, Lina Sastri, Luisa Rossi, Glauco Mauri, Lorenza Ralli, Fabio Traversa, Paolo Zaccagnini, Piero Galletti, Maurizio Romoli, Carola Stagnaro, Susanna Javicoli, Luigi Moretti, Giampiero Mughini.
Musica originale: Franco Piersanti.
Produzione: Mario Gallo.
Origine: Italia, 1978.
Durata: 98 minuti.
Approfondimento in rete: Nanni Moretti Home Page.
Commenti
Purismo nella tecnica di ripresa: soltanto sette movimenti di macchina, scene girate in presa diretta, primitiva e superba profondità di campo negli esterni.
"Basta con le donne che giocano a carte". Grandioso.
Eh.
"Il più depresso della compagnia è Mirko (Fabio Traversa), ospite d?una ragazza, Olga (Lina Sastri), in piena lotta contro un male che solo apparentemente è suo, ma in realtà è chiaramente generazionale: la schizofrenia. Olga è uno spettro e un?ombra di grande umanità e di pochissime parole: l?interpretazione della Sastri è tutta giocata sulla vacuità degli sguardi e sulla disperata, e presto catatonica abulia. È il simbolo della sconfitta d?una utopia che prometteva giustizia, eguaglianza e progresso: l?incarnazione e la sintesi del dolore, del disincanto e dell?angoscia dei rivoluzionari traditi dal fallimento del progetto d?una vita." + Sempliciter, perché non voglio più sentirti prendere posizioni nette sul tuo non voler più scrivere di cinema. Come in questo pezzo, la tua analitica è un tesoro che deve sprigionarsi. Prenditi tutto il tempo possibile ma non toglierci speranza, almeno ;)
Ottima analisi, Franco. Anche se non è il miglior Moretti. "Bianca" e "Palombella rossa" hanno un diverso spessore, pur restando in un genere da me non particolarmente amato.
Il ballo di Zaccagnini alla radio è impagabile.
"Little Tony... è pazzo".
ahahah
C'è una scena che è rimarrà negli annali del cinema (imho), che tratteggia l'incomunicabilità fra le generazioni. La sorella di Michele sta organizzando una occupazione con i suoi amici, Michele è alle sue spalle muto che la osserva. Alle spalle di Michele suo padre, che osserva, muto anch'egli, tutti. E nemmeno l'ombra di un ponte levatoio.
soltanto sette movimenti di macchina? Ma sul serio? In tutto il film?
Non ci avevo mai fatto caso.