Moore Michael

Bowling For Columbine

Autore: 
Moore Michael

C’è un filo rosso, nella storia degli Stati Uniti, che lega insieme la conquista dell’Indipendenza, la corsa verso il West, il divampare del Ku Klux Klan, e l’incredibile diffusione di armi da fuoco fra i suoi abitanti: è il culto della risposta violenta, della risoluzione rapida dei problemi, dell’azione efficace, per cui la pressione del grilletto è un’attitudine naturale, un gesto automatico che spesso arriva persino prima di ogni parola; un istinto che muove guerra, da oggi, senza perdersi nelle chiacchiere della diplomazia. Ancora più sotto, inoltre, proprio vicino al nucleo della malattia, mai risolte questioni di convivenza razziale alimentano sentimenti oscuri di insicurezza e minaccia, radicate pulsioni di odio e paura. Se negli Usa circolano 250 milioni di armi, una cifra più alta dei suoi stessi abitanti e superiore al numero dei televisori, e aprendo un conto con la National Bank è possibile ricevere in omaggio una bella carabina; se negli Usa i morti ammazzati per arma da fuoco nel 2001 sono stati 11.127, contro, tanto per dire, i 65 della Gran Bretagna e i 75 dell’Australia, è appunto perché «gli altri Paesi non hanno un problema razziale pronunciato come il nostro», secondo l’illustre opinione del presidente della National Rifle Association, l’ormai plurisecolare Charlton “Ben Hur” Heston. E queste, al riguardo, sembrano essere le idee più correnti. Praticamente ogni sera, i telegiornali americani trasmettono una notizia standard sempre uguale a se stessa: scontro a fuoco con vittime, caccia al “giovane maschio nero” non meglio identificato. È lui lo sbocco di tutte le paure, il simbolo universalmente riconosciuto del pericolo: il ladro-tipo, l’assassino-tipo, il violentatore-tipo è una maschera capace di mutare continuamente i suoi connotati ma non il colore della sua pelle, che resta inalterabilmente nera.

 

Poco importa, così pare, se il vicino Canada, con una proporzione armi-abitanti analoga a quella degli States, e caratterizzato da una società ugualmente multirazziale, non bruci della stessa febbre omicida (il bel Paesone dagli sconfinati spazi disabitati e dalla smodata passione per la caccia, lusingato dal confronto, ha ripagato inserendosi nella produzione del film). Poco importa che la stragrande maggioranza degli acquirenti sia bianca, che il possesso di armi da fuoco sia una frenesia tipicamente bianca (e maschile), e che i neri siano risucchiati nel gorgo solo ad un giro successivo: quando dai bianchi quelle pistole le comprano, nel fiorente commercio abusivo di seconda mano, o quando ai bianchi le rubano. Poco importa, ancora, che l’arma da fuoco si riveli uno strumento efficace alla difesa della propria abitazione soltanto nel 2% dei casi di incursione di estranei, e che per il restante 98 essa sortisca l’effetto opposto: vale a dire che l’imperizia e l’avventatezza quasi sempre finiscono per nuocere al proprietario, e ai suoi familiari, quando invece non sia il ladro ad impossessarsi dell’arma e ad usarla contro di loro.

 

Questo è soltanto un assaggio di ciò che potete apprendere dalla visione di “Bowling for Columbine” (distribuito in Italia, e qui meglio noto, come “Bowling a Columbine”, con una inspiegabile a al posto del for), il documentario di Michael Moore premiato sia a Cannes nel 2002 che agli Oscar del 2003. Non era mai accaduto prima che un documentario riscuotesse un tale successo di pubblico, e guadagnasse tanto ai botteghini: c’è un’esigenza di informazione di tipo nuovo, forse, intorno alla potenza rimasta sola a governare il mondo, una curiosità più sottile intorno alla sua fisionomia sociale e alla sua psicologia. L’interesse, in ogni caso, è meritato: assemblato bene il congegno narrativo, piuttosto esplosivo il contenuto, un’esuberante colonna sonora (eccettuato l’accostamento, logoro dopo Kubrick, della Nona di Beethoven alle immagini del Terzo Reich; e se l’intento era di citare, è logora la citazione), e diverse partecipazioni illustri – alcune estorte, da Bush e la sua cricca in giù; altre volontarie, come quella, notevole, di Marilyn Manson, o quella del già citato Charlton “vecchia quercia” Heston.

 

Se nel precedente “Roger e io” aveva rovistato fra le rovine post-fordiste di una metropoli come Detroit, ora, nel suo nuovo disperato documentario, Michael Moore si spinge negli antri più reconditi della provincia americana. Ne fende l’aria di assopito conformismo, ne dissoda la diffidenza cupa: quella che intorbida l’ordinata planimetria delle villette a schiera, quella che stagna, appena oltre la siepe, nel giardino del vicino di casa. Littleton, viene da pensare, può essere uno dei mille nomi di Twin Peaks. Un piccolo centro tranquillo dove ad un tratto, nel 1997, è esploso il Male. Il fatto di cronaca è tristemente noto: due ragazzi, dopo aver fatto una partita al bowling della città, massacrarono a colpi di fucile tredici studenti e un professore della loro scuola, la Columbine High School. L’evento terrorizzò tutta l’America. Subito, da ogni pulpito, ci fu una brulicante attribuzione delle colpe, un’allucinata indagine collettiva: chi erano i responsabili indiretti, di chi l’influenza maligna? Della violenza dei film, si disse in gran coro, di Marilyn Manson, perfino di Satana in persona. Michael Moore non pretende di avere la risposta giusta. Si limita a evidenziare connessioni dai più trascurate (la sera prima della strage ci fu, per ordine di Clinton, il più grave bombardamento americano in Serbia, sotto il quale finì distrutta una scuola e morì una decina di civili), e a sommarle a dati di fatto per lo più ignoti (per es.: i crimini violenti negli Usa sono diminuiti del 20% a fronte di un aumento vertiginoso della loro esposizione nei telegiornali).

 

A dispetto dell’apparenza un po’ malandata e del suo passo strascicato, la passione di Moore nell’esporre gli argomenti è ardente, trascinante la sua indagine, ricca di charme la sua collera. “Bowling for Columbine” si accoda all’impeto e all’indignazione della migliore civil action americana, che il cinema indipendente, ma non di rado la stessa Hollywood, già tante volte ha fotografato: dalla denuncia di Alan Pakula delle distorsioni del potere nixoniano, alla rivolta contro i grossi interessi della finanza e dell’industria dei recenti “Erin Brokovich” e “Insider”. Qui, però, è più sincero l’accanimento. Qui, per due ore è documentata nient’altro che vita nuda e cruda. Ci vogliono una rabbia e un sarcasmo speciali, ma più ancora abilità e intelligenza, per rinunciare ai filtri della finzione, e malgrado ciò restituire intatta la forza drammatica della realtà.

 

Titolo originale: Bowling for Columbine.

Regia: Michael Moore.

Sceneggiatura: Michael Moore.

Direttori della fotografia: Brian Danitz, Michael McDonough.

Montaggio: Kurt Engfehr.

Interpreti principali: Michael Moore, George W. Bush, Dick Cheney, Bill Clinton, Charlton Heston, Marilyn Manson. 

Musica originale: Jeff Gibbs.

Produzione: Alliance Atlantis Communications, Dog Eat Dog Films, Salter Street Films International, United Broadcasting Inc.

Origine: Canada/Usa, 2002.

Durata: 123 minuti. Usa: 119 minuti.

Info Internet: http://www.bowlingforcolumbine.com/

ISBN/EAN: 
8017229439452

Commenti

" è il culto della risposta violenta, della risoluzione rapida dei problemi, dell?azione efficace, per cui la pressione del grilletto è un?attitudine naturale, un gesto automatico che spesso arriva persino prima di ogni parola; un istinto che muove guerra, da oggi, senza perdersi nelle chiacchiere della diplomazia."

> in poche righe hai descritto una delle più sacrosante ragioni di distacco, distanza e disprezzo nei confronti degli USA. Michael Moore ha spiegato per bene certe dinamiche (industrie belliche incluse).
Documentario memorabile...

E bon dai. Sono anche loro alla frutta. Lo sanno. Di qui la frenesia.

"Se negli Usa circolano 250 milioni di armi, una cifra più alta dei suoi stessi abitanti e superiore al numero dei televisori, e aprendo un conto con la National Bank è possibile ricevere in omaggio una bella carabina; se negli Usa i morti ammazzati per arma da fuoco nel 2001 sono stati 11.127, contro, tanto per dire, i 65 della Gran Bretagna e i 75 dell?Australia"

> credi davvero che queste notizie e questi dati abbiano avuto degna e opportuna circolazione in Italia? Possibile che esistano partiti e uomini politici felici di dirsi americani o filo-americani, di fronte a notizie come questa? Che Paese sognano di creare?

"Questo è soltanto un assaggio di ciò che potete apprendere dalla visione di ?Bowling for Columbine? (distribuito in Italia, e qui meglio noto, come ?Bowling a Columbine?, con una inspiegabile a al posto del for),"

> possibile che riescano a toppare anche nelle traduzioni più semplici? Dovremmo farci parte d'una battaglia per il mantenimento del titolo originale. Chi conosce la lingua capisce, e arrivederci e stop alle pagliacciate delle edizioni italiane...

3. L'America è nella fase del tramonto nibelungico. E trascina anche a noi con sé...

" Il fatto di cronaca è tristemente noto: due ragazzi, dopo aver fatto una partita al bowling della città, massacrarono a colpi di fucile tredici studenti e un professore della loro scuola, la Columbine High School. "

> ma gli Americani recentemente hanno migliorato il loro record. 2007, oltre trenta morti. Mi sembra che la china sia sempre più pericolosamente vicina.

"?Erin Brokovich? e ?Insider?."

> sai che, se non ricordo male, mancano entrambi da queste parti? Peraltro ricordo bene solo il primo, credo di non aver mai visto Insider. Impressioni peraltro molto medie, su Erin...

Su Moore: d'accordo, ha avuto un grande impatto. Ho letto anche la sua narrativa, mi pare la prima prova tradotta. Squilibrata ma chiarissima, come denuncia. Ottima "altra" informazione.

Già. Ma come film di denuncia Insider è davvero su un altro pianeta. Michael Mann è uno dei più grandi registi viventi.

("di genere")

No... Insider che genere è?

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