POCO TENGO, POCO DONGO.
Geniale, irriverente, irripetibile: “L’armata Brancaleone” è un’avventura grottesca, d’un realismo stravagante, superba demistificazione d’un medioevo frainteso dal Romanticismo e ammantato da una (affascinante, ma irrimediabilmente menzognera) aura letteraria. Dissolve illusioni scolastiche e utopie spiritualeggianti: è dissacrante e sconsacrante al contempo, e non conosce battute d’arresto. Tempi perfetti: interpretazioni giocate all’insegna dell’eccesso, recitate in una lingua inesistente e dunque impeccabile, ibrido di latino maccheronico, volgare e dialetti; sarcasmo e leggerezza, e solo di fronte alla morte composta dignità. Altrimenti, strabordare e tracimare: splendido.
Italia, attorno all’anno mille. Si narrano le sorti d’un cavaliere, Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman), “fiero, de bona figura, ma che have fame de premi e de tera: insomma, uno cavaliero senza denaro, marconcio come noantri”, “ardito, senza macchia e senza palanche”, e della sua stramba armata: c’è il vecchio mercante Abacucco (Carlo Pisacane), l’irsuto Pecoro (Folco Lulli), un trasandato ostrogoto e un marmocchio. I quattro hanno affidato una missione a Brancaleone: rivendicare il castello e le terre di Aurocastro, in Puglia, grazie all’investitura sottratta a un cavaliere nero in una scaramuccia. A tradimento, s’intende.
Dapprima interdetto, Branca cambia idea dopo una bruciante umiliazione in una giostra: causata non certo dalla sua viltà (è un coraggioso guerriero, questo sì: coraggioso e sfortunato), ma dalla condotta vigliacca e traditrice di Aquilante, “il malo caballo”, “la mala bestia”: un cavallo giallo che conosce le vie della fuga, e raglia come un asino.
La prima impresa sarà una singolar tenzone (lo vero!) con l’imbelle e cinico Teofilatto dei Leonzi (Gian Maria Volonté), di antica famiglia bizantina discendente da Niceforo I. Scoglionato e disinteressato a tutto, vagabonda a cavallo per i campi, quando Brancaleone e la sua armata gli si parano incontro.
“Cedete lo passo” – sbuffa Teofilatto.
“Cedete lo passo tu” – sbotta Branca.
“No. È a te cedere. Io son cavaliere” – e la vibrazione della r moscia, nell’ultima sillaba, avrebbe irritato anche un santo.
“Et io che sono? Non le hai viste le schiere mie?”.
Inevitabile, lo scontro.
“Ti vedo e ti piango” – glissa Teofilatto. Battuta giustamente leggendaria.
La sfida miete vittime: un ulivo e un campo di grano, ben falciato.
I due arrembano (oddio: Teofilatto è un po’ spaventato dalla furia di Brancaleone, e se solo sapesse ch’egli ha ucciso, con un sol colpo, Groppone da Ficulle, beh…) e si ritrovano, stremati, a scambiarsi consigli per curare il mal di fegato. “Spesso mi dole” – si lamenta Branca.
Opportunamente integrato nella compagnia, il dissoluto bizantino convince la schiera dello duce a tenerlo con loro per domandare ricco riscatto al ricco padre: da dividere equamente, si capisce. Così, nonostante una teorica fermezza dell’eroe di Norcia, risoluto a raggiungere subito Aurocastro, Teofilatto riesce ad aggregarsi all’armata. Dopo la conquista d’un paese deserto (ma per via della peste), un primo infausto intermezzo amoroso (Brancaleone sta per essere sedotto dalla bella vedova d’un appestato) e una rapida fuga, la compagnia si unisce ai pellegrini del Santo Monaco Zenone (Enrico Maria Salerno), delirante e visionario “buon padre”, che, promettendo guarigione dal contagio del morbo, li convince ad unirsi a mutilati, miserabili e lebbrosi per andar incontro alla bella morte in Terra Santa.
“Sarai mondo se monderai lo mondo” è l’irresistibile motto di Zenone.
Tutti allo santo, allo santo Sepolcro: Deus vult! – e così, tra improbabili cavalconi da transeire in fila longobarda, mani di Dio che sorreggono ponticelli traballanti per poi ritirarsi in fretta, una volta scoperto un eretico nella compagnia (il povero Abacucco, battezzato “Mansueto” in onore del santo del giorno, al grido di “Sarai mondo se monderai l’immondo”), vediamo cadere prima Pecoro, tra vari e splendidi indottrinamenti del monaco, e quindi lo stesso Zenone: “Ove vai, buon padre?” – l’accompagna, Branca, mentre il frate precipita nel vuoto.
Perso Zenone, la compagnia si ricompatta e riparte alla volta dell’esotica Aurocastro. L’armata del guerriero “cresciuto libero e forte come una lonza” dovrà affrontare nuove imprese: salvare una giovane e splendida promessa sposa, Matelda (Catherine Spaak), consegnarla “intatta” al marito, ricevere la “giusta compensa”; e ancora, visitare la decadente corte bizantina della famiglia dei Leonzi, immobile come in un mosaico, e trovarsi a fuggire dalle frecce avvelenate e da una zia sadomasochista che s’infatua del povero Branca; infine, perso per sempre il povero Abacucco, strappato il redivivo Pecoro all’amore d’un’orsa, presentarsi ad Aurocastro. Per ricevere: non onori e ricchezze, ma armi per combattere…
L’amore in Brancaleone.
L’amore sembra proibito al fiero cavaliero: la prima scaramuccia erotica è con la bella e seducente appestata, sedotta e abbandonata appena svela l’esistenza del morbo in paese. Brancaleone non si concede avventure, e non ripudia il suo onore: pur innamorato della dolce Matelda, riesce a resistere alla tentazione per accompagnarla fin dal suo promesso sposo. Matelda cerca in ogni modo di convincerlo a tenerla con sé: infine, per rappresaglia, si concede al cinico e lussurioso bizantino, precipitando nei guai l’eroe di Norcia. Non basta: ripudiata dal suo sposo perché impura, viene condotta in monastero; Branca parte al galoppo, massacra le guardie, desta scompiglio tra le monachine e, una volta giunto al cospetto dell’amata, promettendo “figli bellilli” e vita assieme, viene scacciato: ormai, Matelda è sposa di Dio. Diventato “Il Cavaliere Amaro”, per le terribili delusioni sentimentali, Branca ha un’ultima possibilità con la zia di Teofilatto, scippata alle grinfie del nano Cippa: proprio quando sembra che stia per godersi le gioie dell’amore, ecco che la donna rivela il suo sadomasochismo e lo pesta a sangue.
Così, adottando tre figure simboliche in tre episodi surreali e grotteschi, Monicelli sovrasta la tradizione erotica cavalleresca e confida al pubblico che la vita dell’errante non era necessariamente tutta dame e cortigiane: incomprensione, sfortuna, questioni di principio e d’onore potevano impedire la buona sorte delle imprese amorose del cavaliere (ridicolizzandole, per giunta).
Un riscatto arriverà soltanto nel secondo episodio, “Brancaleone alle crociate”, come vedremo altrove.
Appunti. Girato nel viterbese e in un castello del crotonese, lasciando ovunque inalterate le rovine, il film di Monicelli sembra girato da un gruppo di amici che si divertono da morire e non hanno intenzione di recitare a copione: tutti in stato di grazia, sembrano improvvisare e inventare con una spontaneità impressionante, deliziando lo spettatore. Il film ha avuto immensa fortuna e ha conquistato diversi riconoscimenti: quel che più conta è che al trionfo della critica ha miracolosamente corrisposto il divertimento di almeno tre generazioni, confermando l’universalità della pellicola, e che “L’armata Brancaleone” s’avvicina all’immortalità. Bellissimo.
Il film è stato seguito da un secondo episodio, come si accennava, più lirico e più curato nella lingua e nello studio dei personaggi: più evidenti ancora i richiami letterari, da Tasso a Villon, ma si percepisce una minor effervescenza e una minor grazia; meno improvvisato e più “cerebrale”, è comunque un ottimo sequel (e non manca un grande, giovane e folle Villaggio, nel cast).
Da vedere e rivedere, sempre.
Lankelot Franchi, ottobre 2003. Prima apparizione: lankelot.com
Regia: Mario Monicelli. Soggetto e Sceneggiatura: Age – Scarpelli, Mario Monicelli. Direttore della fotografia: Carlo Di Palma. Montaggio: Ruggero Mastroianni. Interpreti principali: Vittorio Gassman, Gian Maria Volonté, Enrico Maria Salerno, Catherine Spaak, Maria Grazia Buccella, Carlo Pisacane. Musica originale: Carlo Rustichelli. Prodotto da: Mario Cecchi Gori. Origine: Italia, 1966. Durata: 120 minuti. Biografia di Monicelli: Italica Rai
Commenti
LONGO È LO CAMMINO,
MA GRANDE È LA META!
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
VADRE RETRO SATAN
LONGO È LO CAMMINO,
MA GRANDE È LA META
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
CONTRO O SARRACINO
SEGUIAMO IL PROFETA!
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
SEGUO IL PROFETA
LA NOSTRA COMETA
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
SENZA ARMATURA
SENZA PAURA
SENZA CALZARI
SENZA DENARI
SENZA LA BROCCA
SENZA LA GNOCCA
SENZA LA MAPPA
SENZA LA PAPPA
SENZA CAVALLO
NÈ CACIOCAVALLO
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
SENZA ARMATURA
SENZA PAURA
SENZA CALZARI
SENZA DENARI
SENZA LA BROCCA
SENZA LA GNOCCA
SENZA LA MAPPA
SENZA LA PAPPA
SENZA CAVALLO
NÈ CACIOCAVALLO
LONGO È LO CAMMINO
MA GRANDE È LA META?
(Carlo Rustichelli).
Film godibilissimo, come la tua recnsione. Il seguito m'è piaciuto meno ma questo è tra i migliori film di genere italiani.
...Gassman mi è sempre sembrato un po' troppo sopra le righe, ma il film è davvero un gioiello anomalo nel panorama italiano e non solo...
(ragazzi io ho sempre trovato francamente adorabile anche il seguito, non ve lo nascondo:) )
"il film di Monicelli sembra girato da un gruppo di amici che si divertono da morire e non hanno intenzione di recitare a copione"
Tanto per cambiare :)
?Cedete lo passo? ? sbuffa Teofilatto.
?Cedete lo passo tu? ? sbotta Branca.
?No. È a te cedere. Io son cavaliere?
5.
Si vede che così si fa:).
http://it.youtube.com/watch?v=QwG_PKOf87o
ah, Teofilatto.
Quel "cedete lo passo tu" è fulminante :)
No. È a te cedeve. Io son cavalieve
Un applauso a Enrico Maria Salerno.
"Tenevamo uno serpe in pectore, ecco la causa delle nostre sciagure! Allo battesimo!"
"Ai lavacri, per la purificatio!"
ahahahhaha