Freres humains qui aprés nous vivez,
n’ayez les cuers contre nous endurcis,
car, se pitié de nous povres avez,
Dieu en aura plus tost de vous mercis.
Vous nous voiez cy attachez cinq, six:
quant de la chair, que trop avons nourrie,
elle est pieça devorée et pourrie,
et nous, les os, devenons cendre et pouldrie.
De nostre mal personne ne s’en rie;
mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre!
(François Villon, Ballade des Pendus).
Monicelli ha affermato, nella (disordinata e trasandata: perché mai?) intervista inserita tra gli (scarni) special del dvd, che un sequel può essere superiore, ma difficilmente più amato della matrice. Brancaleone alle crociate, in effetti, è più lirico e più accurato nelle invenzioni linguistiche, più raffinato nella fotografia, perfino deliziosamente metacinematografico per una apparizione della morte di bergmaniana memoria (a dispetto di quanto affermato dal cineasta) rispetto a “L’Armata Brancaleone”. Tuttavia, nell’immaginario collettivo è andato confondendosi con il primo film: se da un lato questo è un buon segno, perché implica che non c’è stato tradimento dello spirito e dell’estetica della storia, dall’altro è necessariamente un limite e un peccato.
È un limite e un peccato perché l’apprezzabile letterarietà di questa seconda e ultima satira del Medioevo merita d’esser riconosciuta, goduta e applaudita: Villon e Tasso sono soltanto due degli artisti parafrasati (o citati, o graziosamente deformati), non manca un esibito preziosismo (l’imperatore s’esprime per ottonari, in rima baciata), si respira infine la lezione dei giullari: demistificazione, sarcasmo, irriverenza. Poesia “altra”, non meno nobile.
Detto questo: si percepisce una minor effervescenza e pesa, paradossalmente, l’assenza di elementi grezzi o marcatamente “artigianali”, di quella seducente, italianissima trasandatezza che aveva reso grande “L’Armata”: “Brancaleone alle crociate” è meno improvvisato e più cerebrale. Qualche cenno al cast: un grande, giovane e folle Villaggio e un delirante Proietti rendono meno amara l’assenza di Teofilatto-Volonté dal cast: sensuale e solare la strega interpretata da Sandrelli. Memorabile la colonna sonora di Carlo Rustichelli: l’inno “Pirulè” e il lamento del pellegrino: “Longo è lo cammino, ma grande è la meta”, sono brani che hanno affondato profondamente le radici nell’immaginario collettivo. Confesso, a mezza voce, d’aver sviluppato, da un paio d’anni, una terribile dipendenza nei confronti del canto dei veri crociati: nel testo, c’è più di qualche passo che sintetizza, io credo, la natura e lo spirito dell’italiota belligerante.
Alludo a questi versi, che non esito a definire universali:
“Senza armatura
Senza paura
Senza calzari
Senza denari
Senza la brocca
Senza la gnocca
Senza la mappa
Senza la pappa
Senza cavallo
Né caciocavallo
Vade retro Satan!”
Veniamo ad altro.
UN SOLO GRIDO, UN SOLO IDIOMA: SCAPOMA!
“Avventura grottesca, d’un realismo stravagante, superba demistificazione d’un medioevo frainteso dal Romanticismo e ammantato da una (affascinante, ma irrimediabilmente menzognera) aura letteraria. Dissolve illusioni scolastiche e utopie spiritualeggianti: è dissacrante e sconsacrante al contempo, e non conosce battute d’arresto. Tempi perfetti: interpretazioni giocate all’insegna dell’eccesso, recitate in una lingua inesistente e dunque impeccabile, ibrido di latino maccheronico, volgare e dialetti; sarcasmo e leggerezza, e solo di fronte alla morte composta dignità. Altrimenti, strabordare e tracimare: splendido”.
Quanto scritto per “L’Armata Brancaleone” si può tranquillamente replicare in questo frangente.
Bisogna ammettere che c’è qualche eccessiva ripetizione strutturale: torna un nano di nome Cippa, torna la commozione e la compostezza solo di fronte alla morte (da Abacucco al povero Cippa, nulla muta: sono sempre le parole dello duce Branca ad accompagnare, con virile dolcezza, il morente all’ultimo viaggio), torna il momento, per così dire, “intimista” del cavaliere (nel primo si nomava “Cavaliere Amaro”, qui “Cavaliere Errante”, in altro senso però rispetto alla tradizione letteraria), torna infine a ripetersi la terribile malasorte amorosa del cavaliere, “omo di lonza e non di lanza”.
Trama.
Le sorti dell’armata riprendono ad essere narrate giusto dal punto in cui s’erano concluse nel primo film: la sorpresa, però, è che degli antichi personaggi non c’è più traccia (e addirittura Abacucco-Pisacane riapparirà come avido e voluttuoso nonno d’uno sceicco, nelle ultime scene).
Al farneticante “buon padre” Zenone, interpretato da Salerno, ha fatto posto l’estatico e nazareno Shel Shapiro: una recitazione giustamente esasperata e un esibito accento inglese rendono più caotica e meno decifrabile l’origine e il senso della missione del religioso.
Ecco Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman) a guidare le schiere dei pellegrini-crociati dell’ex cantante dei Rokes. I gagliardi soldati di Cristo s’impadroniscono d’una chiatta e fanno vela per la Terra Santa: senza accorgersi che si trovano in un laghetto, sbarcano e interrogano aspramente un aborigeno (un pastore, presumibilmente sabino). Preso atto del tragico errore, tornano a vagabondare, intonando splendidi canti.
A un tratto, si para loro di fronte una schiera di guerrieri armati di tutto punto: si tratta di un branco di integralisti, fedeli all’antipapa e ai suoi essenziali e rivoluzionari dogmi. Così, per una (et trina) questione teologica, i pellegrini si fanno cristianamente massacrare da altri cristiani.
Il fumantino Brancaleone è rimasto intrappolato dal guscio dell’imbarcazione che, diligentemente, la compagnia trascinava seco in attesa d’approdare alle rive del mare: non ha potuto combattere, è riuscito a liberarsi solo al termine dell’eccidio e, disperato e ferito nell’onore, ha chiamato a sé la morte.
E la Morte, in divisa d’ordinanza, falce alla mano, è apparsa.
Appuntamento a Samarcanda? Macché.
A Gerusalemme, a cercar la morte eroica in battaglia, tra sette lune: questo il tempo concesso al condottiero norcino. Radunati i vili superstiti, imboscati per evitare l’uccisione in una battaglia pur tanto cristianamente degna, “Branca” riparte. A poca distanza dovrà compiere la sua prima impresa, segnalata dalla Morte: un feroce Alemanno, Thorz (Paolo Villaggio) sta per uccidere il tenero rampollo dell’imperatore crociato Boemondo, per ordine del fratello Turone.
“Branca”, da vero e puro cavaliere, affronta il barbaro e sta per cadere, ingiustamente, vittima della sua “lealtà alemanna”, fin quando non riesce, per rocambolesche vie, a colpirlo. Subito ingaggiato il germanico guerriero nell’armata, l’ex Cavaliere Amaro già pregusta ricompense e onorificenze varie in Terra Santa e presto riparte con i suoi prodi (?) compagni.
Non è che il principio di una fantastica avventura che vedrà l’armata assoldare un novello eautontimorumenos, “Pattume” (Gigi Proietti), uomo dai peccati impronunciabili che neppure un santo asceta come Pantaleo potrà assolvere; quindi una strega, già gazza (Stefania Sandrelli), salvata dal rogo e dalle accuse del perfido nano Cippa da un furioso Brancaleone; e poi lo stesso Cippa e un lebbroso che s’esprime col linguaggio dei campanelli, ma sotto la tunica nasconde un segreto che emozionerà l’eroe di Norcia.
La strega intende il linguaggio degli impiccati. Nella memorabile scena dell’incontro con l’albero “dalle umane fronde”, tra un omaggio a Villon e una strizzata d’occhio al Lee Masters di “Spoon River”, assistiamo a uno dei più visionari e lirici appuntamenti con la morte della storia del cinema italiano.
Prima d’approdare in Terra Santa, occorrerà battersi per il vero Papa, Gregorio, e affrontare il giudizio del Santo stilita Colombino, che dà ordini ai venti e conosce le segrete vie per cui il Signore determina chi dev’esser Papa: segrete e misteriose vie, come i carboni ardenti.
Infine, giunti a Gerusalemme, Brancaleone e compagnia sosterranno l’ultima, durissima prova: lo stesso Boemondo è senza palanche, è dunque diventato ormai inevitabile combattere per conquistare la città. E accidenti, sua maestà ha il vezzo di parlare in rima baciata, il che rende più difficoltosa e accidentata la comunicazione. Senza dimenticare che “Branca” è atteso dalla morte…
Potrà l’eroico norcino sconfiggere colei che nessuno vinse mai?
***
“Stagione di barbarie, miseria, ignoranza e inciviltà”: così Monicelli, nell’intervista integrata nel Dvd, definisce il Medioevo, insistendo sull’inadeguatezza dell’interpretazione scolastica d’un periodo buio e rozzo.
Probabilmente il cineasta non ha torto. Non è certo questa la sede per parlarne. Chi scrive ha la sensazione che il Medioevo non sia ancora finito.
Qui preme ribadire la grandezza e l’intelligenza di una commedia che è entrata nel vocabolario della lingua italiana e nel cuore degli spettatori. Soltanto questo conta.
Lankelot Franchi, novembre del 2003. Prima pubb: Lankelot.com
Regia: Mario Monicelli.
Soggetto e Sceneggiatura: Age e Scarpelli, Mario Monicelli.
Direttore della fotografia: Aldo Tonti.
Montaggio: Ruggero Mastroianni.
Interpreti principali: Vittorio Gassman, Luigi Proietti, Paolo Villaggio, Adolfo Celi, Stefania Sandrelli, Lino Toffolo, Gianrico Tedeschi, Shel Shapiro.
Musica originale: Carlo Rustichelli.
Produzione: Mario Cecchi Gori.
Origine: Italia, 1970.
Durata: 122 minuti.
Approfondimento: Cinemedioevo.net. Italica Rai.
Commenti
LONGO È LO CAMMINO,
MA GRANDE È LA META!
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
VADRE RETRO SATAN
LONGO È LO CAMMINO,
MA GRANDE È LA META
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
CONTRO O SARRACINO
SEGUIAMO IL PROFETA!
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
SEGUO IL PROFETA
LA NOSTRA COMETA
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
SENZA ARMATURA
SENZA PAURA
SENZA CALZARI
SENZA DENARI
SENZA LA BROCCA
SENZA LA GNOCCA
SENZA LA MAPPA
SENZA LA PAPPA
SENZA CAVALLO
NÈ CACIOCAVALLO
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
VADE RETRO SATAN
SENZA ARMATURA
SENZA PAURA
SENZA CALZARI
SENZA DENARI
SENZA LA BROCCA
SENZA LA GNOCCA
SENZA LA MAPPA
SENZA LA PAPPA
SENZA CAVALLO
NÈ CACIOCAVALLO
LONGO È LO CAMMINO
MA GRANDE È LA META?
Qui è assai riuscito il verso che Monicelli fa a "Il settimo Sigillo" di Bergman. E Gassman è davvero impagabile.
Eppure Monicelli assicura che non s'era ispirato a Bergman. Sono rimasto sinceramente perplesso di fronte alla sicurezza con cui ribadiva di non essersi richiamato al maestro.
Gassman mostruoso, sì.
Davvero? Può essere anche se tutto lascia supporre il contrario. Gassman è un attore istrionico e, in questo film, forse ancor più che nel primo capitolo, dà il meglio di sé. Che attori che avevamo: Gassmann, Tognazzi, Sordi, Manfredi, senza dimenticare i grandi Mastroianni e Totò: tutti morti e ancora senza veri eredi, ahimé. Che bei film che si facevano in Italia ai tempi. Bei tempi andati del cinema nostrano...
Ci penseranno Ian Degrassi e Luca Martello a cambiare l'aria, non appena potranno;).
Quando riuscirò a camminare sulle acque, probabilmente.
E' nelle tue corde.
l'ho recuperato poco tempo fa in dvd: devo dire che mi sono divertita moltissimo e ricordo bene quei versi , te li ho sentiti citare a memoria nell'estate 2004!!!!
Gassman è grande, ma anche gli altri attori e il linguaggio utilizzato l'ho trovato molto ben costruito, un gran bel lavoro.
?Avventura grottesca, d?un realismo stravagante, superba demistificazione d?un medioevo frainteso dal Romanticismo e ammantato da una (affascinante, ma irrimediabilmente menzognera) aura letteraria. Dissolve illusioni scolastiche e utopie spiritualeggianti: è dissacrante e sconsacrante al contempo, e non conosce battute d?arresto. Tempi perfetti: interpretazioni giocate all?insegna dell?eccesso, recitate in una lingua inesistente e dunque impeccabile, ibrido di latino maccheronico, volgare e dialetti; sarcasmo e leggerezza, e solo di fronte alla morte composta dignità. Altrimenti, strabordare e tracimare: splendido?.
Ecco direi che qui la sintesi è perfetta.
Eh:) Una volta scrivevo anche di cinema, ma piccole cose e con tanta passione, meglio se le avevo amate tanto tanto come in questo caso. Mi spiace non aver saputo mai fare particolari osservazioni sui movimenti di camera, o sulle tecniche di regia.
Questa è una delle commedie che mi hanno più divertito e influenzato - parlo di entrambi i capitoli - e mi piace illudermi che un giorno saprò scrivere qualcosa di simile.
Io non riesco a cancellare dalla testa Volontè che fa Teofilatto dei Leonzi, qualcosa vorrà dire (ma era l'altro film:) ).
Qui c'era un immenso Proietti (stranissimo, nel cinema...) e la coppia Toffolo-Villaggio, e ovviamente lui, VG. Molto bello sul serio:)
Grazie per il passaggio.