
Notte fonda nella redazione del giornale. Giorgio Perozzi (Philippe Noiret), voce narrante del film, si stropiccia gli occhi, si alza in piedi, si stiracchia; conta i mozziconi di sigaretta sparsi per il posacenere. Poi infila il cappotto, si accende un’altra sigaretta, stacca dal lavoro. Esce in strada.
Si avvia al bar, cerca qualcuno per tirar tardi, magari fino all’alba. Probabilmente, perché si sente solo. Non ha nessuna voglia di tornare a casa. Adesso ci vorrebbe davvero la compagnia dei suoi vecchi amici: ma a quell’ora di notte non è possibile, meglio lasciar perdere. Il Perozzi si congeda mestamente dagli avventori del bar; guida la macchina, indolente, fino al portone di casa; intravede l’automobile del figlio, e decide di fare marcia indietro. È un estraneo, suo figlio. Così serio. Sempre triste, come la madre. Meglio andarsene. Vagabondare in macchina, fino alle prime luci dell’alba: a quell’ora, almeno uno dei suoi amici sarà certamente in giro. L’architetto Rambaldo Melandri(Gastone Moschin) starà portando a spasso Birillo, il sambernardo. Il Melandri.
Perozzi non sbaglia. Birillo sta trascinando il Melandri per le vie di Firenze, insensibile ai suoi lamenti. Si sente zingaro, il Perozzi. Bisogna andare a chiamare gli altri. Si va a bussare alle finestre del seminterrato dove vive il conte Lello Mascetti (Ugo Tognazzi), aristocratico caduto in miseria; poi, si raggiunge il Necchi (Duilio Del Prete), si va al suo bar. Riuniti, e finalmente zingari.
“Il bello della zingarata è proprio questo: la libertà, l’estro, il desiderio. Come l’amore: nasce quando nasce e quando non c’è più è inutile insistere. Non c’è più”, penserà in un altro momento il Perozzi. Ma lo spirito è questo. Indipendenza da tutto, libertà totale, per un giorno o per settimane intere; finché si sente di avere lo spirito adatto.
Quattro amici dei tempi della scuola, del militare. Amici da sempre. Ce n’è anche un quinto, il primario Sassaroli (Adolfo Celi), ma lui è l’eredità di una zingarata finita in bellezza, con un ricovero di tutta la banda in clinica. Stessa corsia. Stessa stanza. Quattro amici che sembrano difendersi dalle delusioni e dalle difficoltà dell’esistenza adottando il cinismo e un atteggiamento di disillusione, da tutto: il gioco, l’ironia, lo scherzo, la provocazione sono le armi per rimanere vivi e per sentirsi vivi. Forse è vero che non credono più in nulla, e che l’esistenza li ha delusi. Tuttavia qualcosa è rimasto. Ed è qualcosa di indistruttibile. L’amicizia.
L’amicizia non è solo cameratismo, confidenza, solidarietà. È follia, confusione, sregolatezza. È fedeltà cieca nei confronti dell’amico, anche nei suoi momenti di buio, anche nelle derive. È la capacità di annullare le distanze: qualsiasi distanza. Non conta il benessere economico, né l’equilibrio familiare, né la piega che ha preso, in generale, la vita di ciascuno. Conta sapersi ritrovare, e tornare allegri come da ragazzi. Essere vicini, e scoprirsi, ancora una volta, uniti. Come sempre.
“Amici miei”, capitolo primo di quella che è divenuta una trilogia (ancora apprezzabile nel secondo episodio, diretto sempre da Monicelli, e piuttosto deludente nel terzo, diretto da Loy), è una tragicommedia crepuscolare. Si avverte infatti un retrogusto macabro in diversi momenti del film; la morte è la chimera sfidata, sbeffeggiata e combattuta, ma è una chimera che si porta via proprio il Perozzi, alla fine del film, e già si è portata via il figliolo del Necchi, in un passato imprecisato; ed è una morte cercata dalla moglie e dalla figlia del Mascetti, in un disperato tentativo di richiamare la sua attenzione sulla famiglia, e sulla miseria che vanno affrontando.
Ma pure nel momento della morte il confine tra verità e gioco è presto sfumato; tra riso nervoso e pianto, certamente, perché se n’è andata una colonna del gruppo. Ma c’è ancora occasione per divertirsi alle spalle di un ingenuo vecchietto (Bernard Blier), durante il funerale.
Questa pellicola ormai leggendaria è dunque senza dubbio un inno superbo e commovente all’amicizia; ma non è certamente una commedia leggera e disimpegnata. Gli episodi narrati nel film, gli scherzi dei quattro amici sono divertenti e grotteschi: ma sono regolarmente stemperati, nei loro eccessi, dalle malinconie, dagli insuccessi e dai problemi che capitano ai quattro.
La famiglia è l’istituzione che esce sconfitta dalla visione del film.
Perozzi è separato dalla moglie, che se ne è andata via, estenuata dall’immaturità del marito; e vive con il figlio, che è la creatura che sente più distante da sé al mondo. Perozzi sembra avvilito, nonostante la maschera di cinico disinteresse, per lo sfascio dei suoi legami familiari. Si sente sempre solo, ed è quello che cerca con maggior frequenza la compagnia degli amici.
Mascetti vive con la moglie (Milena Vukotic) e la figlia in uno squallido seminterrato; ha un’amante giovanissima, figlia di un alto grado dell’esercito, che gli ha fatto perdere la testa; e non è stata la prima volta, a quanto pare. La moglie e la figlia del nobile decaduto sono fragili e dominate dalla sua personalità. La moglie si lamenta con timidezza della povertà, senza mai rimproverare Lello per aver bruciato anche il suo patrimonio; non si oppone quando fugge di casa, alle prime ore del mattino, senza addurre motivazioni(in realtà, va dagli amici, ma non vuole dire niente a casa); ha un moto di disperazione, che culmina nel tentato suicidio con il gas, quando scopre la relazione clandestina del marito.
Melandri si innamora della giovane e bella moglie del primario Sassaroli. Ha inizio una relazione passionale; dopo qualche tempo, Melandri si presenta dall’illustre clinico, ancora non parte della compagnia, per domandare, per così dire, la mano della sua consorte.
Sassaroli, impassibile, accetta: ma affida al Melandri le due bambine, la governante (“tedesca, severissima, in uniforme, due anni di contratto”) e il sambernardo: in altre parole, non solo se ne lava le mani e cede “il blocco”, ma – come vedremo – approfitta della disponibilità del Melandri per recarsi ogni giorno a cena a casa sua, comandare a bacchetta su tutta la famiglia, ridicolizzare l’impegno economico, estetico e culinario (!) del povero architetto.
A Melandri cedono i nervi, testimoni gli amici, dopo un’ultima, allucinante cena; deve lasciare la compagna, nonostante ancora sia innamorato di lei (“ma questo non conta”, dirà Mascetti), e abbandonare il suo sogno.
La cena si conclude con la prima zingarata a cinque, con la prima apparizione del Sassaroli da membro del gruppo: è la famosa zingarata alla stazione. Disimpegno, dunque, e follia e gioco per dimenticare l’ennesima delusione, la nuova sofferenza.
Del primario Sassaroli si è detto: sappiamo, per giunta, che, fresco dalla separazione con la moglie, non avrà scrupoli ad andare assieme alla babysitter delle bambine, causandone il licenziamento.
L’unico elemento del gruppo ad avere uno stabile equilibrio familiare è il barista, Necchi: ma l’ombra del figlioletto morto aleggia sul suo rapporto con la moglie, incupendolo.
Potremmo forse cercare facili spiegazioni della longeva goliardia degli amici in questa analisi della loro situazione familiare; è intellettualmente più onesto limitarsi a registrare queste analogie negative, senza trarne giudizi.
Concludiamo questo discorso ribadendo che è fuori luogo definire “Amici miei” una commedia: è, indubitabilmente, una tragicommedia.
Il cast è molto ben assemblato. I personaggi sono borghesi, con l’eccezione dell’aristocratico decaduto Mascetti; l’interpretazione di Moschin, Tognazzi, Celi, Noiret e Del Prete è impeccabile.
La lingua del film merita qualche ulteriore annotazione. Come nel caso de “L’armata Brancaleone”, Monicelli è riuscito nell’impresa di creare un codice, uno slang, poi adottato da almeno due generazioni; la lingua è viva, effervescente, attraente e divertente. Vocaboli come “zingarata”, “supercazzola”(prematurata), o espressioni come “come fosse antani” sono entrate a far parte del linguaggio comune; l’uso è colloquiale, o limitato al parlato. Ma è uso vivo.
Molto ben dosata l’alternanza del parlato con l’introspezione (più accurata) del narratore, il Perozzi.
Non potendo dedicare più di qualche riga, per problemi di spazio, alla questione della lingua, mi limito ad auspicare qualche approfondito studio sulla lingua di “Amici miei” e de “L’armata Brancaleone”: sono due monumenti di una lingua “altra” e nuova, per differenti ragioni, e meritano d’essere studiati e analizzati a fondo.
Un’ultima annotazione: “Amici miei” avrebbe dovuto essere girato da Pietro Germi, autore del soggetto; l’artista si ammalò e morì proprio il giorno del primo ciak, nel dicembre del 1974. La regia fu affidata al suo amico Mario Monicelli. La prima e decisiva modifica al disegno originario di Germi è legata proprio all’ambientazione: il film doveva essere legato a Bologna; Monicelli, De Bernardi e Benvenuti preferirono Firenze alla città felsinea[1].
Un film indimenticabile. Invidio chi, magari più giovane di me, ancora deve gustarsi la prima visione. Non perdete tempo. Alla quinta visione in venticinque anni, mi diverto e mi commuovo. Come sempre.
Gianfranco Franchi, Lankelot, aprile del 2003. Prima pubblicazione: Lankelot.com
Dedicata agli amici miei.
[1] Fonte di questa informazione è il booklet, curato dalle Edizioni Lindau, del dvd del film “Amici miei”, recentemente pubblicato da “La cineteca Repubblica – L’Espresso”.
CREDITS
Regia: Mario Monicelli.
Soggetto: Pietro Germi.
Sceneggiatura: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Pietro Germi, Tullio Pinelli.
Direttore della fotografia: Luigi Kuveiller.
Montaggio: Ruggero Mastroianni.
Interpreti principali: Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Gastone Moschin, Adolfo Celi, Duilio Del Prete, Milena Vukotic, Silvia Dionisio, Bernard Blier, Angela Goodwin, Marisa Traversi.
Musica originale: Carlo Rustichelli.
Produzione: Carlo Nebiolo e Andrea Rizzoli.
Origine: Italia, 1975.
Durata: 130 minuti.
Info Internet: per un primo approfondimento su Mario Monicelli:
http://www.italica.rai.it/cinema/commedia/monicelli.htm.
Commenti
"L?amicizia non è solo cameratismo, confidenza, solidarietà. È follia, confusione, sregolatezza. È fedeltà cieca nei confronti dell?amico, anche nei suoi momenti di buio, anche nelle derive. È la capacità di annullare le distanze: qualsiasi distanza. Non conta il benessere economico, né l?equilibrio familiare, né la piega che ha preso, in generale, la vita di ciascuno. Conta sapersi ritrovare, e tornare allegri come da ragazzi. Essere vicini, e scoprirsi, ancora una volta, uniti. Come sempre."
Si, questo è il vero motivo del film. Un film che ha lampi di genio, un capolavoro della commedia all'italiana. Alterna momenti di goliardia e sano divertimento ad un'amarezza nemmeno troppo velata. Hai ragione, il secondo episodio è ancora molto buono, il terzo, invece, scade un po' nel patetico. Nel complesso una trilogia da avere, custodire e ricordare. Ricordare sempre che il nostro resta un grande cinema, con grandi interpreti e grandi autori. Come in questo caso.
Il nostro era un grande cinema...
Mi spiego meglio. Rimangono capolavori i nostri vecchi film. Sono bravi o lo sono stati i nostri vecchi attori. Ora, siamo niente o quasi.. Purtroppo.
Si, si. Concordo. Rari i casi attuali di attori e autori rimarchevoli: Castellitto tra gli attori. Mi viene in mente solo questo nome, per ora.
scrivo da parte di epicentro: ricky menphis è uno dei più grandi attori di questo nuovo millennio.
ahahhaha
Un film che fa male. Dopo averlo visto non si può non volerne emulare i protagonisti.
Tognazzi, Gasmann, Sordi, Giannini, Totò,... Monicelli, Steno, Fellini,... quest'elenco potrebbe essere una gloriosa tragedia se pensiamo a quanto ci accontentiamo ai giorni nostri.
Cmq, parentesi linguistica: mi dicono che il primo Brancaleone fu girato in 'italiano antico', per così dire, ma il pubblico che lo vide non riuscì a seguire le battute così furono costretti a cambiare la lingua.
Mentre per riprendere l'elenco di prima:... Pasolini, Calvino, D'Annunzio, Pascoli,... De Benedetti, Croce,... Einaudi,...
Vanno aggiornati, sì.
Bisogna superare i padri, e guadagnare distanza. Non a caso abbiamo cercato di interiorizzarli per bene.
Bè, forse vanno mangiati e dimenticati.