Andrea Molaioli, romano, già aiuto regista di Moretti, Luchetti e Mazzacurati, ha da poco esordito dietro la macchina da presa con un thriller – genere assai dimenticato dal cinema nostrano attuale – presentato a Venezia nella sezione “Settimana della Critica” e vincitore del premio Isvema. L’opera è tratta da un romanzo da noi semisconosciuto (Don’t look back – dal 2003 in Italia: Lo sguardo di uno sconosciuto, Frassinelli) dell’altrettanto poco nota scrittrice norvegese Karin Fossun, ambientato dal regista romano nell’estrema provincia friulana (siamo a Tarvisio, vicino Udine). Un thriller, dunque, che come ogni buon thriller, in sede di presentazione, non abbisogna che di spunti e suggestioni da restituire agli interessati, pena svelare un intreccio che qui, sapientemente, riesce a coinvolgere lo spettatore dalla prima all’ultima sequenza, pur mostrando una palese atipicità di genere, che andremo ad analizzare dopo avervi raccontato l’innesco da cui prende il via una vicenda che rivelerà risvolti quanto mai inattesi.
Un freddo e taciturno commissario d’origine campana viene chiamato in un paesino dell’alto Friuli per ritrovare una bambina scomparsa. Presto ritrovata, la bimba dice di aver trascorso la mattinata nella casa del matto del paese, un minorato mentale piuttosto innocuo, soffocato dalla presenza di un padre costretto su una sedia a rotelle. La casa del matto è nei pressi di un lago in cui, grazie alle indicazioni della bambina, viene ritrovato il cadavere di una bellissima ragazza da poco maggiorenne. Il commissario Sanzio indaga, ed entra nel privato della ragazza e della comunità paesana, nei suoi segreti, nel suo dolore nascosto. Dolore. Dolore è la parole chiave, perché tutti coloro che sono coinvolti nell’indagine portano un grosso peso con sé: per ognuno diverso. Non fa eccezione lo stesso Sanzio, protetto dall’apparenza del forte ruolo incarnato, ma logorato da una vera e propria tragedia familiare. Ecco che la vicenda narrata da Molaioli, da un certo punto in poi, sfuma, si trasfigura, diventa altro pur non cambiando i toni. Su tutto la delicata indagine, che porta da subito un dubbio con sé: perché la ragazza non si è ribellata al suo assassino? Perché si è lasciata morire? Le verità che emergeranno saranno strazianti.
Davvero un’opera inconsueta, questa di Molaioli, un thriller che ibrida in sé un dramma che edifica su angosce esistenziali derivanti dalla malattia e dal dolore. La ragazza del lago, pur non perdendo mai la sua struttura minima di genere, si fa ben presto apprezzare come pellicola complessa in cerca di significati profondi che smuovano la coscienza dello spettatore, trovando, al suo culmine, una chiave interpretativa che rasenta il filosofico (e l’intellettualistico) con la quale fornire un’analisi ontologica del dolore. Rassegnazione, annientamento del sé sociale, ribaltamento della morale condivisa, contraddizione: l’assassino agisce per altruismo? Forse, ma il film, trasformando il dolore in impulso, laddove questo non sia nullificato dall’insostenibilità della perdita, incontra, inevitabilmente, il tema dell’espiazione. Ognuno espia a modo suo il senso profondo di rimorso dovuto alla tragedia; e qui, nell’opera del regista romano, di tragedie legate alla malattia ce ne vengono presentate ben tre, due delle quali intrecciate e rilevanti per la soluzione del controverso enigma della morte di una ragazza piena di vita. Come vedete mi tengo sul vago, rispetto agli snodi narrativi, preferendo analizzare le motivazioni di fondo e le tracce che abilmente Molaioli fa emergere durante la visione.


Non aspettatevi ritmi serrati perché questo è un thriller dall’andamento lento, asettico nello stile narrativo e visivamente un po’ monocorde, comunque abbastanza compatto e mai diseguale. La regia è di maniera e non concede lampi, si limita a filmare gli accadimenti privilegiando – in alcune riuscite sequenze – le suggestioni regalate dalla natura circostante, valorizzata da una fotografia che ispira al regista fiabesche evocazioni – giustificazione folle, surreale e infantile di una morte: lo sguardo del serpente, fuoriuscito dal lago, che pietrifica il volto della bella. La fissità delle immagini consente al regista romano di valorizzare le performance degli attori, tutti interpreti degni, comunque oscurati – e non poteva essere diversamente, vista la scelta di Molaioli di renderlo protagonista pressoché assoluto - dalla magnetica presenza di un più che convincente Toni Servillo, già ottimo nei primi due Sorrentino (L’uomo in più, Le conseguenze dell'amore), qui capace di misurarsi con un personaggio complesso e dalle sfumature minime ma decisive. Davvero una grande prova, che aiuta il regista romano a portare lo spettatore negli abissi d’angoscia, sofferenza, malattia e dolore che troverà lungo il cammino, anche nei frangenti in cui non tutto è palese e immediato. Menzione anche per la brava Giulia Michelini, giovane promessa mantenuta, a quanto si è visto.
Nonostante - come apparirà sufficientemente evidente ai conoscitori del cinema attuale nostrano - si scorgano vaghe somiglianze con registi quali Garrone e Sorrentino (forse più con il primo, anche se con il secondo c’è affinità evidente nell’uso narrativo e fantasioso della colonna sonora), ciò che si evince in quest’opera prima di Molaioli è il taglio intellettuale, che – rischiando - sceglie di analizzare il dolore dal punto di vista ontologico, non sposando emotivamente i suoi personaggi, ma guardandoli un po’ dall’alto, senza peraltro giudicare. È un approccio che, nella fattispecie, non infastidisce (o almeno non quanto quello usato da Saverio Costanzo nel suo thriller spirituale, In memoria di me), perché il regista romano è bravo a non perdere mai la struttura di genere, allo stesso tempo amalgamando progressivamente le tematiche che vanno a sovrapporsi, tanto da non creare strappi, cesure improvvise, immotivate digressioni e inutili iperboli narrative. Tutto molto controllato, fin troppo, perché l’opera colpisce, convince, appassiona per vie non banali, suscita riflessioni ma non deflagra a livello emozionale, volando a mezza altezza e non oltre. Questa, almeno, è l’impressione di fondo che ne ho ricavato.
Ad ogni modo è un film che merita, soprattutto perché italiano in un periodo in cui il nostro cinema produce pellicole di pessima qualità, e perché gravato dalla responsabilità d’aver ottenuto finanziamenti statali. Un’opera che può decisamente affascinare, allorché pone quesiti etici, ma soprattutto esistenziali che lo spettatore non potrà eludere facilmente: il confine su cui muovono amore, insofferenza, liberazione, rassegnazione e dolore è un filo sottile sul quale noi tutti ci troviamo, volenti o nolenti, in equilibrio. Equilibrio sfuggente e precario: un soffio di vento e siamo giù.
Regia: Andrea Molaioli. Soggetto: tratto dal romanzo “Lo sguardo di uno sconosciuto” di Karin Fossum. Sceneggiatura: Sandro Petraglia. Direttore della fotografia: Ramiro Civita. Montaggio: Giogiò Franchini. Scenografia: Alessandra Mura. Costumi: Jessica Zimbelli. Interpreti principali: Toni Servillo, Valeria Golino, Fausto Maria Sciarappa, Fabrizio Gifuni, Omero Antonutti, Anna Bonaiuto, Nello Mascia, Marco Baliani, Giulia Michelini, Denis Fasolo, Franco Ravera, Sara D’Amario. Musica originale: Teho Teardo. Produzione: Indigo Film in collaborazione con Medusa Film. Origine: Italia, 2007. Durata: 95 minuti.
Léon, settembre 2007.
Commenti
Finalmente un buon film italiano visto al cinema. Non un capolavoro, ma un bel film da vedere. Che non è poco, trattandosi di cinema nostrano;)
Trovo con piacere questa lettura di un film ambientato dalle mie parti (ma - dicono i locali, io il film non l'ho ancora visto - non credete a chi vi parla solo di Tarvisio, qui ad esempio c'è Moggio Udinese, che sta a 40 chilometri a sud, all'ingresso della Val Canale che termina con il tarvisiano... il lago è quello di Fusine - credo quello superiore, più selvaggio e meno affollato dai turisti). In altra recensione (brest) ho espresso i miei dubbi su un'identificazione geo-sociale che - grazie a Dio - qui non trovo. Mi riservo di ripassare a visione avvenuta, ma veramente esprimo i complimenti per le tue righe misurate e profonde.
Ma infatti l'identificazione geo-sociale è decisamente fuori luogo (io e brest, a quel che oramai risulta evidente, non concordiamo mai;)), tanto più che il romanzo da cui è tratto è ambientato in Norvegia. Comunque grazie, Ilde, sia dell'apprezzamento che delle precisazioni geografiche (che io non potevo conoscere, e che in rete sono del tutto assenti). La zona del lago pare davvero incantevole.
E' proprio quello che gli ho detto io! La questione era incentrata su una similitudine tra bellezza esteriore e "putrefazione" interiore. Beh, io penso che in un paese di neve sia effettivamente più facile immaginare che il candore sia solo apparente. Ma tutto ciò col mio Friuli non c'entra nulla!
Qui i dolori e le tragedie scolpiscono i volti, li vedi benissimo, e infatti la mia non è una razza di gente particolarmente bella .
Vabbè, in ogni caso la tua pagina mi è piaciuta molto!
4 - La conosco la tua gente, ho parenti lassù, li vedo una volta ogni dieci anni, ma ho imparato a capirli ed apprezzarne alcuni aspetti a me (a noi romani) cosi lontani. Ti do piena ragione sulle tue considerazione (è che spesso la gente parla tanto per dar fiato alle trombe, o giudica per giudicare, senza conoscere). Ancora grazie, Ilde;)
All'oscuro di tutto - libro e film - léon mia unica luce, mio faro.
Danke:)
6 - Troppo buono. Si fa quel che si può;)
(se non era per te, nix:). Quindi, ottimo.)
http://www.ciao.it/La_ragazza_del_lago_A_Molaioli_Italia_2006__Opinione_...
Ti annuncio un prossimo intervento del nostro Ian, su questo film. Se riusciamo a strapparlo al montaggio a breve...;)
Me ne parlava sere fa, credo verrà a commentarti presto (altrimenti vi passo le mail quando torno).