Tra le opere di Hayao Miyazaki, maestro dell’animazione osannato per la sua arte a qualsiasi latitudine, ce ne è più d’una ancora non distribuita nel Belpaese. E mi riferisco a Laputa, Nausicaa della Valle del Vento, Il mio vicino Totoro e Porco Rosso: non dico che è uno scandalo ma poco ci manca, vista la notorietà e la qualità del cinema del regista nipponico. Continuando la breve polemica trovo sia utile, finanche doveroso, per gli amanti delle Anime e non solo, cercare di procurarsi l’opera attraverso tutti i canali possibili. E qui mi stoppo, chi vaga in rete mi può ben intendere.
Porco Rosso è un’opera dall’ambientazione inusuale, l’Italia degli anni Trenta, che si svolge tra Milano e l’Istria: la costiera Adriatica ospita un piccolo avamposto da sogno, un isolotto sperduto in cui dimora un aviatore molto particolare. Un maiale che è un vero e proprio re dei cieli, un cacciatore di taglie che con il suo idrovolante rosso fuoco solca gli spazi dell’aria facendolo danzare geometricamente. Un maiale? Un maiale, proprio un maiale, già aviatore nella Grande Guerra con sembianze d’uomo. Il destino, o per meglio dire una maledizione, aveva tramutato l’aviatore in un porco, allontanandolo dai sogni e dagli ideali, ma non dalle virtù principi per un soldato: lealtà ed onore. Temuto e rispettato, è sfidato dai pirati dei cieli e da un aviatore americano che gli si crede superiore, non lasciando indifferente nemmeno il Regime che lo tiene sempre d’occhio. Ma chi era Porco Rosso, in precedenza? E perché, nonostante le sembianze suine, rapisce il cuore di donne bellissime? Gina, che gestisce l’Hotel Adriano, è il sogno proibito di tutti gli aviatori, e ricorda le gesta di un giovane pieno di bellezza e di coraggio. Gina ama Porco Rosso, il cui vero nome è Marco, perché ricorda e trasfigura: attende che il volo del maiale aviatore si arresti presso la sua dimora. Sconfitto nel primo scontro con l’americano, Porco Rosso ricostruisce il proprio idrovolante grazie all’aiuto di Fio, una ragazza non ancora maggiorenne, un giovane ingegnere che con sorpresa riesce a scaldare il cuore del disincantato aviatore. L’ultima sfida con l’americano sarà un atto d’onore ma anche d’amore, per salvare la coraggiosa Fio, colei che forse gli ha insinuato una nuova speranza.

Meraviglia delle meraviglie, Miyazaki, tra gli scenari da sogno proposti nelle sue pellicole, quindici anni fa inserì anche l’Italia. La costiera adriatica che affaccia a Nord Est, nella sua idea crocevia di viaggiatori e avventurieri di varia umanità. È un luogo importante e decisivo nella prima metà del Novecento, per tutta una serie di motivi storici, strategico-geografici che ci lasciano immaginare che la scelta del regista giapponese sia affatto casuale. Ma non è un film di guerra o sulla guerra – del resto siamo negli anni Trenta, nel mezzo tra il primo e il secondo conflitto mondiale -, il contesto serve esclusivamente a creare la giusta suggestione per rendere fascinose le figure che si è scelto di rappresentare. Questo Porco rosso è, difatti, un film che sceglie il ritmo e l’avventura, senza calcare la mano, come in precedenti e successive pellicole, sui messaggi etici dalla valenza universale, sugli scenari apocalittici in cui v’era sempre una parvenza di umana catastrofe. In effetti Miyazaki costruisce un’opera piena di sfumature, di momenti divertenti e di lievissime malinconie, di imprevisti nonsense e d’azione per l’azione. Certo non mancano i suoi temi principe, né le affinità di destino con altri personaggi della galleria d’eroi ed eroine che hanno reso celebri le sue pellicole. Né vengono meno gli scenari del contendere tanto amati in Laputa e Nausicaa: il cielo è nuovamente protagonista, in questo caso dalla prima all’ultima sequenza. Mirabili le sequenze aeree, rese spettacolari da disegni animati ricchi di uno stile – di tratto e di colore – che è oramai riconoscibile a prima vista ed universalmente celebrato.

Entrando nel cuore della storia, nella vita dei personaggi, non ci sorprendiamo più nel ritrovare una caratterizzazione psicologica che diventerà, nel tempo, una delle cifre autoriali che ad oggi distanziano l’opera miyazakiana dalle animazioni, pur tecnicamente apprezzabili, di Dreamworks, Pixar e Disney. È un cinema più adulto, anche quando si fa più lieve che altrove (Porco Rosso non è certo Nausicaa della Valle del Vento, né Il castello errante di Howl), perché sceglie di dare spessore emotivo ad ogni singolo personaggio, seguendo poche ma ben salde linee guida. Se in effetti, a differenza della quasi totalità delle sue opere, Miyazaki sceglie un protagonista-eroe maschile, addirittura restituito sotto le inconsuete sembianze d’un animale considerato tutto fuorché impavido, è la piccola Fio – come prima di lei Nausicaa e Sheeta, e dopo di lei Kiki, San, Chihiro e Sophie -, attraverso l’amore e il coraggio, a infondere la speranza e dunque a ergersi come personaggio che si fa più vicino al nostro umano sentire. Torna anche il tema della maledizione e della metamorfosi, che ci riporta alle sorti del principe guerriero Ashitaka (La principessa Mononoke) e della giovanissima Sophie (tramutata in una pur arzilla vecchietta ne Il castello errante di Howl): ancorché reso marginalmente e in modo più spensierato che in altre pellicole, è l’unico caso in cui Miyazaki non ci spiega né il quando né il dove e né il perché ciò sia avvenuto, addirittura lasciando dalla prima all’ultima sequenza, se non nelle evocazioni del ricordo Gina, Porco Rosso alle sembianze suine che lo hanno reso celebre, condannandolo comunque ad una infelicità peraltro mai evidentemente esibita. E qui c’è tutta la vena malinconica del cinema del maestro giapponese, sapientemente velata se non addirittura occultata agli sguardi superficiali, per privilegiare l’avventura come mai in precedenza si era concesso. Si arriva a parlare anche di senso dell’onore, pur in una concitata quanto buffa sequenza in cui i pirati dell’aria cercano di prendersi una rivincita sul porco aviatore che li aveva dileggiati e sconfitti, per bocca nientemeno che della piccola Fio, attraverso le parole della quale Miyazaki, nuovamente mimetizzandolo in un contesto quasi dissonante, filtra il consueto messaggio edificante e valoriale. Nulla, come potete notare, è mai lasciato al caso, meno che mai i dettagli, che nella fattispecie sono frutto di una ricerca estetica quasi maniacale. È impressionante la ricostruzione di paesaggi, interni e atmosfere del pezzo d’Italia e del contesto che sceglie di raccontare il regista giapponese, il quale costruisce un’ambientazione verosimile intrisa di tanto gusto retrò, pur all’interno di una storia evidentemente immaginaria, ipervisiva, immancabilmente immaginifica. A confezionare come si conviene l’opera vi è l’intensa e sottilmente malinconica colonna sonora di Hisaishi, nella quale vibrano, sopraggiunto l’epilogo, le parole di Tokiko Kato, armoniosamente accompagnanti una melodia che, come nel capolavoro La città incantata, sospendono la storia annullando la pur riconoscibile dimensione spazio-temporale: Porco Rosso si è eclissato. Tornera? Chi lo ama, la giovane Fio oramai adulta, lo porta con sé nei pensieri, ricordando quella stagione della vita che l’ha aiutata a crescere, che le ha insegnato cos’è l’amore.

Anche se non siamo ai livelli delle sue opere manifesto, La città incantata, Nausicaa della Valle del Vento, La Principessa Mononoke e Il castello errante di Howl, Porco Rosso è un film che si imprime dentro con quella leggerezza che spesso il cinema sa trovare quando percorre naturalmente i territori della fantasia e dell’incanto. Lo troverete solo in lingua originale sottotitolato, ahimé, ma non negatevelo, nell’attesa che anche in Italia si dia il giusto credito alle opere di Hayao Miyazaki, senza alcun dubbio il più grande regista d’animazione vivente.
Regia: Hayao Miyazaki. Soggetto: Hayao Miyazaki, Hikoutei Jidai. Sceneggiatura: Hayao Miyazaki. Fotografia: Atsushi Okui. Scenografia: Katsu Hisamura. Montaggio: Hayao Miyazaki. Effetti: Tomoji Ashizume, Kaoji Tanifuji, Setsuko Tamai. Musica originale: Joe Hisaishi, Tokiko Kato. Titolo originale: “Kurenai no buta”. Origine: Giappone, 1992. Durata: 93 minuti.
Commenti
Eccolo, Porco Rosso, finalmente! E adesso ne manca solo uno per completare l'opera miyazakiana, anch'esso esistente da noi solo in lingua originale con i sottotitoli: Il mio vicino Totoro. Spero di proporvelo come dono natalizio;)
Inserito l'archivio, volo ad avvertire il Karlsen!
"Porco Rosso è un?opera dall?ambientazione inusuale, l?Italia degli anni Trenta, che si svolge tra Milano e l?Istria: la costiera Adriatica ospita un piccolo avamposto da sogno, un isolotto sperduto in cui dimora un aviatore molto particolare. Un maiale che è un vero e proprio re dei cieli, un cacciatore di taglie che con il suo idrovolante rosso fuoco solca gli spazi dell?aria facendolo danzare geometricamente. Un maiale? Un maiale, proprio un maiale, già aviatore nella Grande Guerra con sembianze d?uomo"
> Geniale.
"è l?unico caso in cui Miyazaki non ci spiega né il quando né il dove e né il perché ciò sia avvenuto, addirittura lasciando dalla prima all?ultima sequenza, se non nelle evocazioni del ricordo Gina, Porco Rosso alle sembianze suine che lo hanno reso celebre, condannandolo comunque ad una infelicità peraltro mai evidentemente esibita. E qui c?è tutta la vena malinconica del cinema del maestro giapponese, sapientemente velata se non addirittura occultata agli sguardi superficiali, per privilegiare l?avventura come mai in precedenza si era concesso."
> Quelle metamorfosi che dici chissà che non abbiano giocato un ruolo anche in "Pagano", inconsciamente. Ora che ci penso quando vidi i tre film di Miyazaki che conservo confusamente in memoria proprio sull'aspetto metamorfico e "iniziatico", dell'esperienza di certi personaggi, m'andai a soffermare... curioso:)
"Lo troverete solo in lingua originale sottotitolato, ahimé, ma non negatevelo, nell?attesa che anche in Italia si dia il giusto credito alle opere di Hayao Miyazaki, senza alcun dubbio il più grande regista d?animazione vivente."
> Aspetto la tua pagina su Totoro e poi - quando un giorno avrò recuperato un tenore di vita normale - mi sparo tutti gli arretrati.
Grazie di cuore,
gf
Gianfranco chiedono il tuo intervento su Letteratitudine, dai un'occhiata sono curioso di leggere cosa scriverai relativamente all'ultimo post di Maugeri.
4 - Non avevo dubbi che fosse il tema che ti toccasse di più, nelle opere miyazakiane. Su certi argomenti abbiamo una sensibiltà comune, caro Franco, come puoi ben immaginare è uno dei motivi - se non il motivo principe - per cui l'opera di Miyazaki ha fatto breccia profonda anche nel mio sentire. Le metamorfosi in Pagano sono evidenti, sia quelle esteriori che quelle interiori (del resto la fauna antropomorfa sta li a dimostrare quanto tu sia affine agli autori, del cinema come della letteratura, che amano trasfigurare la realtà: in parte per sfuggirla, in parte per combatterla. Sei un un sognatore e un guerriero al contempo, e le due cose, come ben sai, vanno più a braccetto di quanto superficialmente di creda.
Grazie della lettura empatica;)
"non dico che è uno scandalo ma poco ci manca, vista la notorietà e la qualità del cinema del regista nipponico. Continuando la breve polemica trovo sia utile, finanche doveroso, per gli amanti delle Anime e non solo, cercare di procurarsi l?opera attraverso tutti i canali possibili."
Che scandalo. Da quanto vedo poi dall'immagine del dvd che hai riportato, i francesi ci fanno 10 a 0 in questo campo.
6. (arrivo).
7,4. Inevitabile l'empatia con te. Ed è fortuna.
"Il destino, o per meglio dire una maledizione, aveva tramutato l?aviatore in un porco, allontanandolo dai sogni e dagli ideali, ma non dalle virtù principi per un soldato: lealtà ed onore"
e questo torna nel Castello errante... giusto?
***
Bene, continuerò a leggere con molto interesse le tue pagine su questi film di animazione che effettivamente hanno spessore totalmente diverso da Pixar and co.
p.s.: certo che Fio ricorda (visivamente) parecchio Lana...