C’era un tempo in cui gli uomini vivevano in armonia con i draghi, un tempo in cui cielo e terra erano un regno unico di pace e prosperità. La serie Tales from Earthsea (I racconti di Terramare) ha consacrato Ursula K. Le Guin come una delle più grandi narratrici fantasy viventi ed ha ispirato il figlio del maestro giapponese dell’animazione Hayao Miyazaki nell’immaginare la sua prima opera cinematografica. Chiamarsi Miyazaki è un fardello non di poco conto se ci si vuol misurare entro i confini della medesima arte, allorché il quarantenne Goro decide proprio per il cinema d’animazione. Dal 2001 amministratore delegato del magico Studio Ghibli, Goro Miyazaki sceglie come detto il fantasy puro per il suo atteso esordio, distaccandosi dalle iperboli immaginifiche del padre per seguire fedelmente un percorso più lineare in cui emerga vivamente la poetica della Le Guin. I racconti della scrittrice americana (nella pellicola ci si ispira a: Il mago di Earthsea, Le tombe di Atuan, La spiaggia più lontana) sono un viaggio affascinante nel fantastico, tra maghi e draghi, in cui la dimensione umana, l’alterità, il sacrificio e il dono risultano essere magia più forte del sortilegio. Sono fiabe avventurose ed edificanti, profondamente pedagogiche, ricche di vitalità e sentimento, trasfigurazioni del reale come monito per gli adulti e invito a sognare mondi giusti (l’equilibrio tra uomo e natura) per i suoi piccoli-grandi lettori. Tutti elementi, come potete notare, cari al Miyazaki senior. E Miyazaki jr., nel portare a compimento la sua opera prima, da questo specifico punto di vista è stato all’altezza del padre, sintetizzando i racconti della Le Guin con la giusta sapienza narrativa lasciando cosi emergere, come su accennato, umanità e lirismo, segni evidenti d’un’estetica fantasy che diversifica la scrittrice americana da parecchi suoi noti predecessori o contemporanei. Ma addentriamoci nella storia che ha scelto di trasporre Goro Miyazaki, per tornare appunto ai draghi, che parevano non dover più sconfinare nel mondo degli umani...

…eccoli, i draghi; nel cielo, che si rincorrono, si affrontano. Si uccidono. Cosa succede? Perché i draghi son tornati? Il mondo è in preda a siccità e carestie, le tenebre sembrano pian piano avvolgere l’umanità, risucchiando la luce. L’ombra e luce: il giovane principe Arren, diciassettenne divorato dall’ansia di vivere, uccide il Re suo padre in preda a un demone che lo tormenta da sempre. Arren fugge, dopo essersi accorto del terribile gesto, si abbandona al deserto, cavalcando, in compagnia dei lupi. È pronto a morire, i lupi lo circondano: perché vivere ancora nell’ansia e nel tormento? Ecco che gli viene in soccorso l’arcimago Sparviere, che lo salva e lo porta in viaggio con sé. Ma la meta? Qual è la meta? Nemmeno Sparviere pare saperlo, ancorché abbia un presentimento terribile: la luce viene sempre meno, la tenebra allunga la sua ombra. Arrivati a Hort Town i due prendono atto dell’effetto dell’oscurità incombente: tutto è mercificato, anche gli uomini diventano oggetto di compravendita. Si è tornati al tempo della schiavitù. L’anima del giovane Arren è sempre più a rischio, l’ombra che lo tormenta lo sta vincendo, lo sta annientando. È sempre più forte e gli ricorda il suo peccato: il parricidio. Ma Arren incontra Therru, coetanea che in un primo momento sembra essergli ostile, avendo compreso la sua doppia natura, che poi lo aiuterà a trovare il sé reale, restituendolo al proprio nome. Arren contraccambierà, perché anche Therru sembra portare in sé una ulteriore natura che rimanda al tempo in cui i draghi e gli uomini vivevano assieme. Sparviere è un arcimago e ha capito da subito l’umano potere (che passa per una sorta di redenzione) del principe Arren, possessore di una spada magica che non si fa estrarre se non da un cuore libero e puro. Il buio si manifesta, e Sparviere ben lo conosceva. È Aracne, maga sempre giovane grazie ad un’ illusione, un sortilegio che intende oltrepassare la porta che separa i vivi dai morti, trasformandola cosi in un’immortale. Sparviere, Arren e Therru lotteranno per riportare la luce, li dove il mondo sembra soccombere, inghiottito dall’oscurità.

Una splendida fiaba, ricca di tutti gli elementi necessari per farsi apprezzare da grandi e piccini, trasposta con leggerezza e sentimento, consente a Miyazaki jr. di esordire con un lungometraggio d’animazione davvero apprezzabile, ben raccontato e ben confezionato. Il tutto mantenendo, rispetto alla superlativa ed ingombrante opera paterna, un stile abbastanza personale che avvicina quello del genitore per assonanza di tematiche e per prossimità estetica con le prime opere: Conan, Laputa e Nausicaa, ma non solo. È un tratto comune alle prime pellicole degli altri autori dello Studio Ghibli, come ad esempio Isao Takahata. Il disegno è infatti più tradizionale e maggiormente statico, soprattutto se messo in parallelo con opere come La città incantata e Il castello errante di Howl, meno fantasioso ma comunque efficace nel contribuire all’ equilibrio tra espressione visiva e capacità narrativa che indubbiamente emergono. In poche parole si è coinvolti, che è ciò che conta, non si va in cerca di improponibili paragoni con il padre (a meno che, e mi è capitato di leggerlo un po’ in giro, non si vogliano trovare motivi di critica a tutti costi), ma si è abilmente trasportati nelle vicende di Arren e Therru, nella loro ricerca della natura originaria. E i temi della fiaba sono edificanti ma affatto banali, e Miyazaki, sulle tracce della Le Guin, restituisce una dimensione addirittura filosofica nell’incontro di anime tra Arren e Therru, nel riaffermare in modo limpido, ma alto e poetico, che il bene più prezioso per noi esseri umani è la vita. E che solo una ce ne è concessa. Per trovare questa verità apparentemente semplice da comprendere, Arren dovrà sconfiggere se stesso, trovando nell’incontro con l’alterità la motivazione per riappropriarsi della luce. Per riuscire a perdonarsi. Luce e ombra. Miyazaki ci regala la più suggestiva sequenza nell’incontro tra Therru e l’ombra di Arren venuta a restituire il nome al ragazzo, evocando nel ricordo dello spettatore amante la morale del capolavoro del padre, La città incantata, laddove Chihiro scioglie il sortilegio che teneva prigioniero Haku, restituendogli cosi il nome e riportandolo alla sua naturale essenza. Anche ne I racconti di Terramare ci sarà un personaggio che manifesterà la sua vera essenza attraverso una metamorfosi: è Therru, che in realtà è un drago che ha mantenuto l’amore per gli uomini. Che è grata a colei che l’ha accolta insegnandole l’amore per il prossimo. Il finale, ricco di emozioni, lascia emergere la profondità della filosofia di fondo che ha animato la Le Guin e con lei Miyazaki, ovvero insinuare in un fantasy la consapevolezza che senza l’uomo non esiste la luce, che senza l’alterità siamo tutti sudditi o schiavi, pronti a mercificare o mercificarci, essendoci preclusa la possibilità di guardare oltre il nostro gretto e piccolo interesse personale. È una critica evidente al mondo globale contemporaneo, affatto nascosta dal genere, lontana dal classico e abusato canone fantasy bene contro male, al contrario ricca di sfumature sulle umane debolezze e sulla possibilità di redenzione. Non a caso Arren incontra un percorso travagliato che lo rende emblema e convincente messaggero del senso della fiaba.

La memoria, perduta e ritrovata, riaggiornata al presente attraverso un atto di rivoluzione di sé che non è altro che un ritorno al sé incontaminato dell’origine è forse, unitamente al principio d’equilibrio che si innesca tra uomo e natura, la tematica fondante del cinema di Hayao Miyazaki, interiorizzata da Goro fin dai primissimi, simbolici quadri animati, allorché l’Uomo del Tempo, nel tentativo di calmare il mare in tempesta, s’accorge d’aver perduto i nomi dello stesso mare e del vento. Pertanto Miyazaki jr. costruisce i suoi Racconti di terramare immaginando un andamento del tutto circolare, vivificando i personaggi attraverso un percorso di vera e propria iniziazione che ha il sapore della riscoperta non solo del sé, ma anche di tutti gli elementi esterni che concorrono a raggiungere e mantenere l’equilibrio con l’altro da sé, che sia l’uomo o la natura. Le vicinanze con Nausicaa, sia in alcun tratti della cornice paesaggistica (il deserto), sia nel potere salvifico del suo personaggio principe, senza dimenticare l’analogia evidente tra Lord Yupa e Sparviere, accostano notevolmente quest’opera prima alle pellicole più rarefatte di Miyazaki senior, laddove la musica melodica e malinconica aveva amplificato a dismisura scenari di desolazione e solitudine propri a una civiltà post-atomica. Anche Goro, difatti, usa spesso la colonna sonora come elemento di supporto narrativo mai veramente ingombrante, al contrario efficacemente accompagnante atmosfere che non conoscono la concitazione, nemmeno nei rari corpo a corpo. L’equilibrio sottile che trova il regista giapponese sta nel raccontare una fiaba dallo humour assente, seria ma non seriosa, adulta e coinvolgente che magicamente incontra lo spettatore fanciullo su un territorio totalmente empatico ed emozionale, sognante e coraggiosamente educativo.

Certo non siamo ai livelli – comunque inarrivabili – del padre, soprattutto dal punto di vista dell’efficacia visiva, ma Goro Miyazaki dimostra una sensibilità ed un tocco autoriale che lo allontanano dai facili prodotti di genere, lasciandoci ben sperare sulle possibilità future di fortificare un cinema, quello d’animazione, che ha dimenticato poesia e messaggi educativi facendo, in sostanza, una pantomima della realtà che sovente allontana dal principio primo, fine ultimo della fiaba: creare nuovi mondi e percorsi che dopo lunghi giri ci riportino a noi stessi, magicamente trasfigurati dall’esperienza d’aver viaggiato, per quel tempo che ci è concesso, nel sogno. Che, a pensarci bene, non c’è niente che valga di più, soprattutto per chi, come il bambino, è ancor disposto a scoprire quei mondi spesso invisibili ad occhi cresciuti. Spesso ma non sempre, ci sono i Miyazaki, c’è lo Studio Ghibli: una galleria di sogni senza fine. Un invito alla speranza.
Regia: Goro Miyazaki. Soggetto: Tratto dalla serie “Tales from Earthsea” di Ursula K. Le Guin ed ispirato a “Shuna’s Journey” di Hayao Miyazaki. Sceneggiatura: Goro Miyazaki, Keiko Niwa. Scenografia: Yoji Takeshige. Musica originale: Tamiya Terashima. Produzione: Studio Ghibli. Titolo originale: “Gedo Senki”. Origine: Giappone, 2006. Durata: 115 minuti.
Léon, novembre 2007.
Commenti
Arrivo subito a integrare l'archivio!
("Porco Rosso" rimane l'arretrato storico da recuperare, considerando l'argomento... che dici?;) )
Ecco i Racconti di Terramare, convincente esordio alla regia del figlio del grande Hayao Miyazaki. Per tutti gli appassionati del genere, certamente da non lasciarsi sfuggire sfuggire il dvd in doppia versione appena uscita.
1 - Questo è il figlio, Franco;)
Ah! E' il figlio. Niente archivio allora:)
spettacolo:).
1 - Porco rosso e Il mio amico Totoro mancano ancora all'archivio Miyazaki senior. Li ho ambedue, in lingua originale con sottotitoli. Prima o poi arriveranno;)
questa è una notizia. Così si parla dei fratelli dalmati e istriani.
Che dobbiamo rivendicare periodicamente...
Devo essere sincero sono uscito un po' deluso dalla sala. Ovviamente, come tu sostieni, i paragoni con l'esimio non andrebbero fatti, però all'epoca non mi sembrò all'altezza del nome (anche se indubbiamente il marchio Studio Ghibli e Miyazaki senior è palese). Trovai la narrazione un po' farraginosa e sbrigativa su alcuni passaggi. Ma le difficoltà di traduzione rispetto alla saga, vanno riconosciute. Troppa carne al fuoco per un lungometraggio.
Comunque, bella lettura. Motivo in più per rivederlo in dvd;)
8 - Grazie gens, apprezzo sempre molto i tuoi commenti ai miei pezzi. Che dire? Hayao Miyazaki è inarrivabile e sarebbe ingrato proporre paragoni. Sai che ti dico, abituato come sono alle pessime animazioni ultime disney, nonché Dreamworks e Pixar, mi trovo sempre più ad apprezzare le opere dello Studio Ghibli. Le preferisco alle altre di genere sotto tutti i punti di vista.
ma almeno le hai viste le animazioni disney pixar? stanno sfornando pellicole una più bella dell'altra.