Nichols Mike

Il laureato

Autore: 
Nichols Mike

"Hello, darkness, my old friend I've come to talk with you again Because a vision softly creeping Left its seeds while I was sleeping And the vision That was planted in my brain Still remains Within the sound of silence"

1967. L'America non è più la stessa. Vaste e niente affatto sotterranee evidenti forme di cancerogena intensificazione di tensioni ora sociali, ora ideali, ora semplicemente di rivendicazione o insoddisfazione politica la percorrono in lungo ed in largo e non solo nelle megalapoli già galattiche, ma anche nella provincia o i sobborghi microcosmici delle grandi città.
Da qualche anno succede di tutto. Kennedy, Martin Luther King, Vietnam, Cuba. E come se non bastasse la prima autogestione della storia in un’università americana, a Berkley, madre di tutti i sessantotto e sessantottinismi del mondo.
Come sempre l'arte registra, l'arte respira ed emette il proprio suono. Ma non del silenzio.
Esce al cinema “The graduate”, qui tradotto impropriamente "Il Laureato", ma sarebbe da intitolare “Il diplomato” data la allora notoria differenza fra i sistemi di studio americani e nostrani.
La pellicola in questione rappresenta uno dei più sottili e critici atti d'accusa verso alcuni capisaldi del benpensantismo americano di quegli (e passati e futuri) anni, senza sconfinare nell'avanguardia o nell'anarchia, senza spirare all’unghiata feroce o ad una storia che per osmosi naturale e indolore divora ogni decrepito stilema morale della società coeva.
Una presa di posizione critica limpida all'interno dello stesso sistema che come noto ingloba, orchestra e modella anche l'espressione artistica al fine di plasmare la sovrastruttura pensante secondo canoni predeterminati al fine di rinsaldare e puntellare l’ordine precostituito.
Nella parabola esistenziale di uno sbarbato ed esordiente Dustin Hoffmann insorgono, non senza attimi di cupa e cieca violenza, schizofrenia partorita dall'esuberanza giovanile, collisioni non prive di esplosioni rovinose, fra rigida e composta educazione familiare di stampo regressista, pulsioni ormonali e teatralità del beau geste di sapore vagamente e tardamente bohemien.
Hoffmann (Ben) è un neodiplomato che dovrebbe incarnare l’ennesimo capro espiatorio stravolto ed assiderato di fronte alla noia ed alla insoddisfazione montante di una classe borghese che necèssita di un rimescolìo e ripensamento, di trovare nuova linfa vitale al fine di non cedere al morbo dell’immobilismo e della mera e pura conservazione fine a sé stessa.
La famiglia ciecamente lo coccola in vista di un brillante futuro universitario, trampolino di lancio per l’ascesa sociale e dunque per l’eterno procrastinare del benessere e dell’agiatezza così tronfiamente e capillarmente appartenenti al Dna della middle class di cui Ben fa parte.
Sì perchè Ben ha tutto quel che non vuole, poiché come ogni ventenne aspira ad avere, ha anche la brama di avere. Ma non sa cosa.
Quel tutto a cui vagamente si aspira e che talvolta bramosamente si concupisce è un ineffabile desiderio di.
Non è convinta e solida tensione a.
Questa seconda matura e si installa come un software nei meccanismi emotivo-razionali solo più tardi e solo in hardware compatibili e non afflitti da virus e complicanze nella programmazione.
Il cedimento o semplicemente lo sfruttare l’occasione di avviare una storia con la moglie del miglior amico di famiglia (una brava e non troppo artisticamente fortunata Anne Bancroft) lo matura se non altro a livello sessuale.
Ben si stacca dalll’essere una mera personificazione di un moderno Mersault (2), straniero in terra straniera, alienato come un vero marziano calato sulla terra dei ricchi genitori
Ben (dis-)organizza una avventura sentimental-sex . Lei classica Messalina che ha alle spalle un passato di violenze se non fisiche ma morali, e che non vede l'ora di rinnegare lo scorrere del tempo e conquistare dei giovani Werther un po' storditi ma pur sempre fisicamente apprezzabili, avendo in dote uno sprezzante contro-morale del pudore, una innata incompatibilità alla empatia e tutto sommato una certa avvenenza che echeggia sapori vecchi e nuovi della dark old lady.
Forse banale  la stereotipata dimensione di donna ricca ed annoiata, ma perfettamente parodiata e ferocemente intaccata la scorza di una presunta sobrietà e purezza della società american dream.
Ma l’arrivo della candida e ben più viva figlia della signora, impersonata da Katherine Moss mettono in vivido moto il turbinio che certe amori giovanili possono dare, quel carburante adrenalinico ed emotivo dato dal vago confuso ma forte sentimento che la vita sia di più e meglio, senza bisogno dei deliri alcolico-esistenziali propri della megera in via di menopausa che ovviamente reagisce violentemente alla dipartita del proprio giocattolino da motel, più per orgoglio in via di disfacimento che per amore, più per amore di sé che per tentativo materno di proteggere la propria figlia dalle rapaci ed ormai capaci carezze di quel giovanotto a suo dire senza scrupoli.
 
Tali innervamenti ora sentimentali ora psico-sociali, che abbracciano più problematiche e che arricchiscono il film di possibilità di letture multistrato sterzano la pellicola da aggressione sociale a dramma sentimentale, non elegiaco anzi abbastanza cinico, duro, crudele, tra battute memorabili e regia accorta e personalissima, dalle sequenze senza audio concentrate sugli aggrottamenti a volto con fini parodistici a volte espressionistici dei volti ad accelerazioni sincopate del ritmo cui poi susseguono lunghi primi piani attenuati e più rigidamente filmici.
Tale regia mai banale suggerisce metafore, straniamenti sostanziali indifferenze, puerili e insuperabili timidezze (Ben darà del lei a Miss Robinson anche ben oltre il primo contatto peccaminoso) fughe verso il nulla annientate da altrettanto rapidi e furoreggianti ritorni nel mondo del reale.
Un brillante capolavoro dell’allora giovane Mike Nichols, berlinese del 1931 ma saldamente trapiantato in america (cfr. http://www.lankelot.eu/?p=1172), probabilmente una delle produzioni di quegli anni più rivoluzionarie e meno conformiste nell’area di produzione Hollywood e provincia, premiata con l’oscar alla regia, consacrata negli anni non tanto per una carica vistosamente irriverente o per significati e significanti prettamente rivoluzionari ma per la lucida e cinica pretesa di trattare semplicemente un tema scabroso mettendo alla berlina un sistema di pensiero e azione che si pensava forte e consolidato ed invece si andava sbriciolando o comunque andava sbriciolandosi.
 
Mettilo in dispensa con le tue torte
E’ solo un piccolo segreto roba dei Robinson
E soprattutto nascondilo ai ragazzi
Alla salute della signora Robinson
Gesù ti ama più di quel che credi
Dio ti benedica signora Robinson
Il cielo riserva un posticino per chi prega (2)
 
Un’ultima parola sulla musica, che anche qui ha un ruolo da protagonista sulla scia di molti fortunati connubi fra questa ed il cinema. Nella colonna sonora appaiono alcuni fra i più bei pezzi del fortunato duo pop- folk Simon and Garfunkel, quali Mrs Robinson, dove si riecheggiano con un testo corrosivo alcuni stilemi vagamente beatlesiani, Sound of silence, dove invece la sonorità cupa fonde spunti e tratti di quell’anima più onirica del generale movimento del country rock della West Coast e Scarborough Fair/Canticle, dove si riassume e riattualizzano temi e sonorità di vecchie ballate anglossassoni (Stai andando alla Fiera di Scarborough? / prezzemolo, salvia, rosmarino e timo /ricordarmi alle persone che vivono là/lei un tempo era un vero amore per me) al fine di far stridere contenuti melensamente romantici con immagini e paure derivate dalla coeva guerra nel Vietnam.
 
SCHEDA
 
Da un romanzo di Charles Webb, sceneggiato da Buck Henry e Calder Willingham, usa 1967, con interpreti principali Dustin Hofmann, Anne Bancroft  Katharine Ross
     
BREVI NOTE
 
Appunti tratti dalla medesima sono apparsi su un opinione pubblicata in Ciao.it
 
Mi preme sottolineare qui  lo scarso gusto, la leggiadra e scomposta frivolezza del recente  Vizi di famiglia di Bob Reiner (regista di Harry ti presento Sally) Usa, 2005, con Kevin Costner, Shirley Mc Laine e Jennifer Aniston, improbabile riutilizzo postmoderno della storia di questo film in chiave insulsamente kitsch e commediante.
 
(1) Simon and Garfunkel Sound of silence”. Traduzione a cura dello scrivente:
 
Ciao, oscurità, vecchia amica
sono qui per parlarti di nuovo
perché una visione arrivando dolcemente
ha lasciato i suoi semi mentre dormivo
e la visione
che si è fissata nella mia mente
rimane ancora
dentro il suono del silenzio
(2) Ci si riferisce qui al protagonista dell'immortale romanzo di Albert Camus "Lo straniero"
(3) Simon and GarfunkelMrs Robinson
 
ISBN/EAN: 
0044007834527

Commenti

"La pellicola in questione rappresenta uno dei più sottili e critici atti d?accusa verso alcuni capisaldi del benpensantismo americano di quegli (e passati e futuri) anni, senza sconfinare nell?avanguardia o nell?anarchia, senza spirare all?unghiata feroce o ad una storia che per osmosi naturale e indolore divora ogni decrepito stilema morale della società coeva.
Una presa di posizione critica limpida all?interno dello stesso sistema che come noto ingloba, orchestra e modella anche l?espressione artistica al fine di plasmare la sovrastruttura pensante secondo canoni predeterminati al fine di rinsaldare e puntellare l?ordine precostituito". Questo è il tema principe, che tu, Paolo, ben restituisci. Pezzo davvero dettagliato, che fa il paio con l'altro Nichols che avevi proposto (Closer).

"Tali innervamenti ora sentimentali ora psico-sociali, che abbracciano più problematiche e che arricchiscono il film di possibilità di letture multistrato sterzano la pellicola da aggressione sociale a dramma sentimentale, non elegiaco anzi abbastanza cinico, duro, crudele, tra battute memorabili e regia accorta e personalissima".

E:

"probabilmente una delle produzioni di quegli anni più rivoluzionarie e meno conformiste nell’area di produzione Hollywood e provincia".

Perfettamente in linea con la tua opinione. Questo film è uno dei (non tantissimi) frutti immortali che il clima della contestazione dei Sixties ha lasciato in campo artistico. E Nichols è un nome che meriterebbe più elogi di quanti ne abbia ricevuti in carriera. Anche perché continua in vecchiaia a produrre cose di livello (Closer).

"1967. L?America non è più la stessa. Vaste e niente affatto sotterranee evidenti forme di cancerogena intensificazione di tensioni ora sociali, ora ideali, ora semplicemente di rivendicazione o insoddisfazione politica la percorrono in lungo ed in largo e non solo nelle megalapoli già galattiche, ma anche nella provincia o i sobborghi microcosmici delle grandi città.
Da qualche anno succede di tutto. Kennedy, Martin Luther King, Vietnam, Cuba. E come se non bastasse la prima autogestione della storia in un?università americana, a Berkeley, madre di tutti i sessantotto e sessantottinismi del mondo.
Come sempre l?arte registra, l?arte respira ed emette il proprio suono. Ma non del silenzio."

Davvero molto buona la contestualizzazione. Decisamente necessaria considerando che sono passati 40 anni. Sembra un secolo, sarà colpa del bianco e nero.

Ricordo - a distanza di tempo dall'ultima "re-visione" del film, l'immagine di Hoffman che prende a pugni le vetrate di una chiesa, per interrompere quel che si stava cristallizzando, e la musica incredibile di Simon & Garfunkel - che adesso in memoria si confonde con l'evento del Colosseo di qualche anno fa, e con quello di Villa Borghese di un anno precedente, senza Art ma con Walter (Veltron).
*
Mi sono goduto la tua scrittura, densa, carica, incisiva.

?Da qualche anno succede di tutto. Kennedy, Martin Luther King, Vietnam, Cuba. E come se non bastasse la prima autogestione della storia in un?università americana, a Berkley, madre di tutti i sessantotto e sessantottinismi del mondo?.
Quadro storico perfetto.

?Nella parabola esistenziale di uno sbarbato ed esordiente Dustin Hoffmann insorgono, non senza attimi di cupa e cieca violenza, schizofrenia partorita dall?esuberanza giovanile, collisioni non prive di esplosioni rovinose, fra rigida e composta educazione familiare di stampo regressista, pulsioni ormonali e teatralità del beau geste di sapore vagamente e tardamente bohemien.
Hoffmann (Ben) è un neodiplomato che dovrebbe incarnare l?ennesimo capro espiatorio stravolto ed assiderato di fronte alla noia ed alla insoddisfazione montante di una classe borghese che necèssita di un rimescolìo e ripensamento, di trovare nuova linfa vitale al fine di non cedere al morbo dell?immobilismo e della mera e pura conservazione fine a sé stessa?.
Ecco la verità su Ben, lucida e intensa.

?Ben si stacca dall?essere una mera personificazione di un moderno Mersault (2), straniero in terra straniera, alienato come un vero marziano calato sulla terra dei ricchi genitori?.
E ancora?

?Un brillante capolavoro dell?allora giovane Mike Nichols, berlinese del 1931 ma saldamente trapiantato in america (cfr. http://www.lankelot.eu/?p=1172), probabilmente una delle produzioni di quegli anni più rivoluzionarie e meno conformiste nell?area di produzione Hollywood e provincia, premiata con l?oscar alla regia, consacrata negli anni non tanto per una carica vistosamente irriverente o per significati e significanti prettamente rivoluzionari ma per la lucida e cinica pretesa di trattare semplicemente un tema scabroso mettendo alla berlina un sistema di pensiero e azione che si pensava forte e consolidato ed invece si andava sbriciolando o comunque andava sbriciolandosi?.
Com?è vero!

E? un bel film, non c?è che dire, e recitazione e dialoghi rendono bene lo stato di torpore e smarrimento di Benjamin (e dell?intera nazione). Col passare degli anni, il film non ha smesso di piacere, lo si guarda sempre volentieri, con una certa malinconia.
Grazie, Paolo, hai scritto un?ottima recensione.

Raffaella

hanno già detto tutto i commenti precedenti e temo di non aver niente da aggiungere!
la contestualizzazione è ottima e pure l'analisi del protagonista.
Io ho amato molto la colonna sonora di Simon e Garfunkel, la risento ogni tanto con una certa nostalgia.....

5. Raffaella se dò qualche emozione o notizia son felice. Che dire grazie come al solito, ma non mi fermo qui :-). Molta malinconia anche perché ormai i tempi son cambiati e bisogna trovare energie e forze nuove per dire e fare, insomma, questi tempi che viviamo mi sembrano tutt'altro che perfetti

6. Per quanto mi riguarda Marina i pezzi di S&G qui riportati sono fra i migliori insieme ad altri due- tre. Come in altri casi la musica non è semplice sfondo ma protagonista in questo film. :-)

2. Grazie Drago. Nichols l'ho fatto a ritroso (infatti qui ho riportato prima "Closer"). Nel senso che Closer mi ha invitato a rivedermi suoi precedenti film (già interiorizzati) e come si legge, mi è sembrato un regista molto più degno di nota di quel che si legge o si sente, al di là della fama o del successo in sala, ovviamente.

4. Gf questo regista sta diventando molto empatico per me. Come di recente Salvatores che non c'entra niente con lui, ma ci torno, sicuro

locandina+archivio Nichols

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