Placido Michele

Romanzo criminale

Autore: 
Placido Michele
Inizio anni Settanta. Quattro bambini fuggono dalla polizia: uno muore, per gli altri il carcere minorile. È il prologo ai venticinque anni di storia della crudele e - quasi - onnipotente banda della Magliana, dominatrice di Roma e inseguita dal commissario Scialoia. Dopo l’esperienza carceraria, i tre organizzano un sequestro con l’aiuto di altri malavitosi minori. È l’inizio d’una scia di violenza e morte che vede i ragazzi in questione a capo d’una organizzazione che, ramificandosi man mano, farà piazza pulita della concorrenza e comincerà una lunga connivenza con mafia, massoneria e pezzi (deviati?) segreti del potere statale. Fino ad epiloghi tragici per ogni componente.
 
 
Il film di Placido, tratto dall’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo, sembra - perché non ho avuto modo di leggerlo - incarnarne lo spirito allusivo e l’atmosfera da western metropolitano. L’allusione è all’intreccio malavita-potere, per effetto del quale la banda della Magliana sembra essere stata attiva nei tanti tragici misteri dell’ultimo trentennio di storia patria. Sullo sfondo delle loro azioni si intersecano, in un seducente e rimembrante bianco e nero, il delitto Moro, quello Pecorelli, e la strage di Bologna (e altro). Si teorizza - ed è l’assunto portante dell’opera - l’ingerenza di un “grande vecchio” (Toni Bertolelli) nelle azioni della banda, nonché i risvolti inquietanti inerenti i legami con mafia e P2. Teoremi già esibiti a più riprese da numerosi analisti storico-politici nel corso di questi anni. Fuori dal merito di ciò, vi è l’esperienza umana e generazionale di ragazzi della periferia romana che cercano di evadere dal grigiore attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione. Il film indaga simultaneamente i tragitti personali del Freddo (Kim Rossi Stuart), del Libanese (Pierfrancesco Favino) e del Dandi (Claudio Santamaria), indugiando sui motivi psicologici e le insicurezze, pur esistenti, di conclamati assassini. Lo fa in modo convincente anche se a tratti quasi giustificante, attraverso una corposa sceneggiatura che, anche laddove risente di accorgimenti sbrigativi, è ben supportata da immagini veloci e verosimili, rifuggendo i particolari cruenti delle pur atroci gesta dei tre e dei loro associati. Per una volta, Placido, discreto regista e mestierante di cinema, ha nelle mani una sceneggiatura quasi all’altezza. In effetti, nei precedenti film, nonostante le interessanti tematiche scelte (su tutte l’amore tra Campana e la Aleramo), era stato penalizzato dal modo d’assemblaggio dei soggetti. Oltre a questa buona nuova, c’è da notare come il regista sia riuscito ad amalgamare perfettamente un cast che si avvale di alcuni tra i migliori giovani attori italiani. Tutte prove convincenti, tra le quali menzioni d’obbligo sono per i bravissimi Kim Rossi Stuart e Pierfrancesco Favino, capaci di monopolizzare le scene in cui sono protagonisti. I duetti tra loro sono sorprendenti, per tensione drammatica e capacità espressiva - Kim Rossi Stuart, già da me apprezzato, è andato comunque oltre ogni aspettativa. Pierfrancesco Favino lo segnalo a tutti, è un attore magnifico. Il resto del cast è altrettanto azzeccato (quello che convince di meno è proprio il famoso Accorsi) ed è lo specchio di personaggi certamente romanzati, ma assolutamente congruenti con la narrazione.
 
 
Certo non è un film perfetto, scade spesso in banali luoghi comuni, ma è assai suggestivo nel regalare tensione e partecipazione. Facile immedesimarsi in questa storia nera, nonostante personaggi discutibili e ambigui; pregio d’un regista che, distrutto da critiche negative per le sue precedenti opere, sembra fregarsene - a ragione - dell’assenso dei mestieranti della recensione, cercando vie distanti dalla banalità e prossime al rischio. Come in questo caso. Il suo Romanzo criminale , già prima dell’uscita nelle sale, fu investito da roventi polemiche trasversali: da parte della politica (soprattutto a sinistra), dei media e dei benpensanti. Motivo in più per andarlo a vedere, consapevoli del fatto che quest’ultima pellicola di Placido è, forse,  troppo romanzata per costituire documento cinematografico dall’interesse storico, ma è comunque ben orchestrata e mai noiosa, nonostante la durata. In estrema sintesi, una costruzione interessante che si lascia ben vedere.
 
Il film chiude con immagini che intrecciano in un attimo il sogno infantile e il suo svanire: i quattro bambini che correvano sulla spiaggia, nel loro correre diventano adulti. Ma oramai sono tutti morti. Un epilogo circolare che insinua la legge del destino. Come nel precedente Ovunque sei, per Placido esiste una mano invisibile che governa gli eventi.  
 
Regia: Michele Placido. Soggetto: tratto dall’omonimo libro di Giancarlo De Cataldo. Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Giancarlo De Cataldo, Michele Placido. Direttore della fotografia: Luca Bigazzi. Scenografia: Paola Comencini. Costumi: Nicoletta Taranta. Montaggio: Esmeralda Calabria. Interpreti principali: Kim Rossi Stuart, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Anna Mouglalis, Stefano Accorsi, Jasmine Trinca, Riccardo Scamarcio, Elio Germano, Gianmarco Tognazzi, Toni Bertolelli, Massimo Popolizio. Origine: Italia / Francia / Gran Bretagna 2005.  Durata: 153 minuti. 

PLACIDO in LANKELOT:

Placido Michele - Il grande sogno - Tarak

Léon, 14 Ottobre 2005. Originariamente apparso su Lankelot.com
ISBN/EAN: 
7321958873366

Commenti

Un bel film italiano, un po' fuori dalle righe, cronaca vera ma ben romanzata.
Segnali anche tu la possibilità di 'identificarsi' con i protagonisti ('Facile immedesimarsi in questa storia nera, nonostante personaggi discutibili e ambigui'), ho sentito spesso usare questa 'simpatia' per gli 'eroi' cattivi del film come un motivo di critica, inorridisco pensando si possa criticare una storia nera perché le persone si identificano con i personaggi, che non si riesca a credere nell'ipotesi secondo cui, se qualcuno compie azioni criminose sulla scia di un film probabilmente la causa non sia da ricercare nel film stesso. Non mi ricordo quale noto regista denunciò il collega (di cui, ovviamente, non ricordo ugualmente il nome) che girò 'Natural born killers' perché un suo amico era stato ucciso da ragazzi esaltati dalla pellicola.
Trovi che l'identificazione sia eccessiva nel film di Placido?

No, non è eccessiva. Ci si identifica il giusto come in ogni buon film di intrattenimento. Il meccanismo è collaudato. E poi, un film è un film, chi non sa distinguere tra realtà e finzione ha gravi problemi di percezione di ciò che gli gira intorno:) Il regista di "Natural born killers" è Olivrer Stone, ma non sapevo di questo suo collega che lo denunciò.

John Grisham, tutta la storia, se interessa (io ho abilmente evitato) qui: http://www.crimelibrary.com/notorious_murders/celebrity/natural_born_kil...

E anche pretenzioso, diciamolo. Quasi tre ore di fiction, che diverte sicuramente, ma tenendo il cervello spento. Federì, sei stato anche troppo buono :)
Mi piacerebbe ricordare che uno dei protagonisti è Er Patata...

Mi sai che hai ragione, Luca. Avendo rivisto il film recentemente per puro caso, posso dire di averlo un po' sopravvalutato rispetto alla sua reale efficacia. é il solito problema, la seconda visione di una pellicola fa emergere sempre pecche che in un primo momento, a caldo, non si erano notate. Pretenzioso, si, hai ragione, e pure parecchio, ma sempre meglio delle boiate del Placido precedente.

Ah, è vero, er Patata. L'avevo considerato personaggio marginale;) Ma illuminaci sulla sua cinematografia, dicci di più, ne so realmente poco.

Scrivi in clausola della "Mano invisibile" > ma qui la mano sembra eccezionalmente visibile, ed è quella dello Stato. Ho appena visto il film, ho interiorizzato questo concetto: la Banda della Magliana, letta da Placido (e De Cataldo? Non so, non ho letto il romanzo) è un branco di ragazzi di strada, ambiziosi e "fortunati" per via del sostegno - quasi immediato - da parte di quell'organo che pare essere qualcosa di molto simile ai Servizi Segreti.

Il film, in generale, m'è sembrato più che positivo; non solo nel cast, felicemente assemblato, ma nella "facilità di regia", non sono tecnico del settore e quindi non trovo altra descrizione. E' un film che si lascia guardare, appassiona. E se - come scriveva Emanuele - ci si identifica è per quel che scrivevo nelle prime righe. Questa banda sembra una banda di marionette, e il master of puppets parrebbe molto riconoscibile.

La confusione - come vedi - io la faccio in sede di intreccio, di "senso dell'opera". In sé, la pellicola mi sembra decisamente ben riuscita. Diciamo che non vorrei aver capito troppo chiaramente dove si voleva andare a parare...

In altre parole, Placido ce li racconta come vittime; prima della povertà e della miseria, poi - senza dubbio - delle manovre dello Stato. Questa la mia impressione.

Quanto al fatto che sia vero o meno, non posso che sperare di poter esaminare documenti in proposito; se qualcuno avesse letto il testo originario, lo invito a raccontarci qualcosa in merito.
Naturalmente il giudizio sulla pellicola - cinema a parte - dovrei sospenderlo per queste logiche cause. Se vogliamo fare un documentario su una banda di assassini è un paio di maniche. Se è un film che vuole dire la verità "di nascosto" un altro ancora. Se è cazzeggio... allora è bene cambiare i nomi.

Cmq - a te dico ottimo pezzo e buona scheda.
Ave!

7 - Mi riferisco alla "mano del destino", e il riferimento è a "Ovunque sei", film in cui Placido registra l'elemento destino come "soggetto" della narrazione. Qui è meno evidente, ma il film apre e chiude su loro bambini, in un modo che lascia credere che il destino per loro sia segnato già dalla primissima infanzia: come giustamente noti, la miseria che cerca riscatto. e le inevitabili tragiche consueguenze.

Comunque un film godibile, proponendosi, come ripeto, più come pellicola d'azione e fantasia che come documento storico. Da quel che ho appreso da mio fratello che ha letto il libro, è anche molto diverso da quest'ultimo. Ottimi gli attori principali, tutti tranne Accorsi e la Mouglalis.

Rispetto al Placido di "Ovunque sei" (cui andrebbe doverosamente aggiunto "fa che nun te trovo"...) è un salto di qualità netto. Il libro di De Cataldo, coinvolgente malgrado la lunghezza notevole, mi è sembrato fosse più in equilibrio tra storie di vita (dei protagonisti) e lettura politica (del contesto storico, delle mani che dirigono le azioni dei personaggi alcuni dei quali, a un certo punto, paiono chiaramente manovrati), mentre il film - piacevolmente, aggiungo - mi sembra accentui molto i temi dell'amicizia virile e del cameratismo (non in senso politico), che tuttavia non reggono a contatto con il potere e il denaro. Colpevolmente sacrificato nella pellicola il personaggio del Nero, che nel libro guadagna assai spessore, molto al di là di quanto nel film suggerisca la citazione evoliana. Alcuni di questi limiti, però, temo siano inevitabili nella trasposizione di un romanzo di circa 500 pagine. Aggiungo che l'occhio bovino di Accorsi mi provoca ormai eruzioni cutanee alla sola vista. Favino, faccia stupenda scolpita nella pietra e pathos da vendere; Kim Rossi Stuart, una sorpresa solo per chi ne ricorda solo gli inizi da belloccio da fotoromanzo. Il ragazzo è cresciuto, eccome. In sintesi: eccellente per chi si aspetta "solo" un film carino, "solo" bello per chi si aspetta un capolavoro. Ed è già tantissimo, visto quel che esce nelle sale...

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