Il reporter David Locke è in Africa per lavoro. Nell’albergo in cui soggiorna ha come vicino un uomo di nome David Robertson. I due parlano, fanno amicizia. Quando Robertson muore, Locke, che l’ha trovato deceduto nel letto, scambia i passaporti e, sfruttando la somiglianza che c’è fra i due, rinasce sotto falso nome. Si trasferisce dapprima in Germania, dove viene scambiato effettivamente per Robertson; solo ora Locke viene a conoscenza del suo vero mestiere, mercante d’armi per una guerriglia in alcuni territori africani.
La vita di Robertson era in pericolo, ma la morte è avvenuta per cause naturali: infarto; ora il nuovo Robertson soggiorna a Barcellona, ma è nel mirino di personaggi malavitosi che tentano alla sua vita, cercherà di scappare aiutato da una studentessa, ma non avrà scampo.
Antonioni realizza un nuovo film sul tema della visione. Il cast conta tra gli attori principali Jack Nicholson e Maria Schneider, e protagonista per eccellenza in molte delle sue opere: la macchina da presa. La soggettiva preferita di Antonioni, specie in Professione: reporter, è proprio quella della cinepresa. Un obbiettivo che scruta non solo le vicende intricate dei personaggi, ma anche l’ambiente, che come ne “L’avventura” svolge un’importanza pari a quella degli attori. Il deserto immenso che abbraccia le figure di Nicholson e della sua auto, ingolfata fra le dune, ha una pressione incisiva sul personaggio, l’aria afosa e asfissiante danno l’idea della sua esistenza stritolante, che non dà tregua. La moglie, il lavoro sono elementi da cancellare, David (Locke) non resiste e appena gli viene offerta, dal caso (o dalla morte), l’occasione per evadere egli va, disposto ad abbandonare tutto. Non sa molto su David (Robertson), e non gli interessa: deve scappare.
Quando egli è in macchina con la studentessa, lei domanda “Da chi scappi?” la sua risposta è “Guarda dietro di te. E lo vedrai”.
Dietro di loro, una strada vuota.
David fugge dal passato. Scappa da tutto, ricomincia daccapo, ma la destinazione inevitabile è la morte.
La macchina da presa osserva tutto, gli oggetti, le strade, guarda ed è addirittura ricambiata da un fuggevole sguardo di Nicholson nell’obbiettivo mentre egli stesso sta riprendendo un uomo da intervistare. Gli oggetti vengono analizzati e seguiti, ad esempio in albergo prima che il cameriere porti l’acqua fresca, il nostro sguardo è indirizzato verso il cavo della luce, sul quale scruta una mosca, seguiamo il filo verso l’alto sin quando una porta sposta la nostra attenzione e si passa all’azione: l’entrata in scena del cameriere è solo uno stacco dal ruolo svolto dal filo elettrico. Il primo ha maggior rilievo per lo svolgimento dell’azione, il secondo è puro materiale diegetico, che induce una digressione, forse non utile sul piano narrativo ma altrettanto reale come un’inevitabile divagazione di un oratore.
La visione dunque, il mezzo, il modo e il perché vedere sia così essenziale. Il discorso finale di David che anticipa nella sua rassegnazione l’epilogo della vicenda, non è d’accordo sull’utilità della visione. Steso sul letto sente il bisogno di un tramite, in questo caso la ragazza che affacciata alla finestra riverisce ciò che lui non vede, e racconta il caso di un cieco che in età matura acquisisce la vista: ripugnato dalla miseria del mondo, si lascia morire, chiuso in casa.
Ma è forse solo una versione pessimistica cui Antonioni non aderisce.
Paesaggi, inquadrature vuote, spazi vuoti: il vuoto come produttore di senso. L’incertezza è il valore più nitido, la probabilità di ciò che accadrà, la somiglianza fra due uomini con lo stesso nome di Battesimo, il senso di libertà di David dovuto alla sua permanenza in una nuova città – Barcellona – senza un lavoro da svolgere, una donna a cui dare spiegazioni: l’incertezza della libertà. E come insegna la Storia la libertà ha vita breve, le giornate oziose di David si complicano, la Storia gli si ritorce contro, dopo aver scoperto di essere stata gabbata.
Il caso offre a David Locke la sua grande occasione: in una delle inquadrature più sintomatiche Nicholson ha trovato il cadavere del vicino. È steso a faccia in giù nel letto, lo capovolge. Poi lo guarda in faccia. È in questo momento che David si specchia nel cadavere dell’amico: lo guarda in volto, lo scruta in lui vede se stesso ed è ora che capisce che tutto può cambiare. Non resta che scambiare la fotografia nei due passaporti e sarà la rinascita.
In un’altra inquadratura è invece ambientata la morte. Essa dura quasi otto minuti ininterrotti, in cui Antonioni regala uno dei brani più alti. Malgrado Orson Welles lo odiasse appunto per la tendenza ad allungare il tempo di una inquadratura, nel finale di Reporter la macchina da presa compie un tragitto a dir poco bizzarro e grandioso. Nicholson è nell’albergo, cercato dalla polizia e da dei sicari, è nel letto, al centro dell’immagine una portafinestra in barre di ferro: la macchina con un carrello lentissimo si avvicina, noi vediamo alla perfezione ciò che accade all’esterno, macchine che arrivano, la studentessa che cammina. Ora Nicholson è fuori campo, la finestra sempre più vicina: sono arrivati i sicari, sentiamo dei rumori all’interno della stanza: sono entrati. Vediamo uno degli uomini, fuori che distrae la Schneider, poi altri rumori e, nascosto dal rombo del motore di un auto, ecco lo sparo. Presto arriva l’auto della polizia, nel frattempo la cinepresa avanza passa fra due sbarre della finestra, esce fuori nel cortile inquadra gli esterni sino a riprendere la finestra in un esatto controcampo dei primi fotogrammi dell’inquadratura. La moglie di David finalmente l’ha trovato, ma finge di non riconoscerlo. Anche la studentessa è entrata: dichiara che il cadavere appartiene a Robertson.
Per girare questa splendida sequenza Antonioni ha escogitato, oltre al carrello posto all’interno della camera da letto di Nicholson, una gru che, mentre le sbarre della portafinestra lentamente si aprivano, agganciava la macchina e la trasportava lungo il cortile, tutto in sette minuti privi di musica, ma nei quali i rumori svolgono un ruolo fondamentale.

La certezza della visione diviene oggetto indefinito, discutibile, però mai pienamente criticata. Anche la morte di David è suggerita, in fuori campo, come tutti fatti di cronaca che vengono alla luce solo dopo che accadono.
Un Jack Nicholson freddo e spaesato per paesaggi caldi e solitari in un film metalinguistico e d’avventura. Non a caso il regista lo definì film “intimista d’avventure”.
Un esempio calzante di Cinema Moderno.
Regia: Michelangelo Antonioni.
Soggetto: Mark Peploe.
Sceneggiatura: Michelangelo Antonioni, Mark Peploe, Peter Wollen.
Interpreti principali: Jack Nicholson, Maria Schneider, Jenny Runacre, Jan Hendry, Stephen Berkoff.
Montaggio: Franco Arcalli, Michelangelo Antonioni.
Direttore della fotografia: Luciano Tovoli.
Consulente musicale: Ivan Vandor.
Produzione: Compagnia Cinemat. Champion/Les Film Concordia/CIPI Cinemat.
Origine: Italia/Francia/Spagna 1975.
Durata: 126 minuti.
Luca Martello
Commenti
"il vuoto come produttore di senso. Lâ??incertezza è il valore più nitido" > fermiamoci qua e cortocircuitiamo. Prendi Endgame di Beckett e guarda com'è (de)scritto.
Vista a teatro. un delirio.
Detesto il cinema di Antonioni. Per me è stato sopravvalutato. Anche se, questo film non è proprio male. Considerando gli altri...
Quale non ti piace?
Lungo elenco: Deserto rosso, La notte, Il mistero O. ad esempio
Meglio: Blow up, il film in questione, e Identificazione di una donna
Pallosi: Eros e Al di là delle nuvole
L'ultimo Antonioni è da buttare, in effetti. Blow up, sono d'accordo. E' una delle cose migliori. Però io adoro L'avventura...
Non l'ho visto
"In un'altra inquadratura è invece ambientata la morte. Essa dura quasi otto minuti ininterrotti, in cui Antonioni regala uno dei brani più alti. Malgrado Orson Welles lo odiasse appunto per la tendenza ad allungare il tempo di una inquadratura, nel finale di Reporter la macchina da presa compie un tragitto a dir poco bizzarro e grandioso."
> Appunto.