L’ultima interpretazione di Troisi è veramente bellissima, attore che non faceva altro che comunicare il suo stato reale. L’idea di girare Il postino era stata di Massimo Troisi che, dopo aver letto il libro di Antonio Skármeta, Il postino di Neruda, aveva voluto tradurlo in un film. Le riprese iniziarono nell’autunno del ‘93 a Pantelleria, proseguirono a Salina e si conclusero a Procida. Il film è, comunque, non particolarmente fedele al romanzo: per quanto riguarda il finale, che è completamente rivoluzionato in quanto il postino di Skármeta non muore; oltre al luogo dell’azione, ciò che varia rispetto al libro è l’età del personaggio, che là ha diciassette anni, mentre nel film è sui trenta. Troisi e Radford dovettero inoltre rinunciare a tutta la seconda parte del romanzo, perché praticamente racconta la storia del Cile. Su un’intervista Radford spiega come “il punto centrale su cui si sofferma il libro è il bisogno del giovane per un’altra persona e poi la nascita del bisogno di questa persona per il giovane … La cosa più bella di questo rapporto è la scoperta della poesia da parte del giovane ed è su questo che noi abbiamo basato la nostra versione … [su] questa forte amicizia che per Neruda è un momento della sua vita mentre per l’altro è tutta la sua vita. E questa idea siamo riusciti a mantenerla fino alla fine”[1]. Troisi, che in questo film oltre che attore è anche regista sebbene il film sia stato firmato da Radford ‘in collaborazione con Troisi’, “ … informa l’intero esito della sua personalità, proponendosi magistralmente come personaggio smarrito, vibrante, sensibile, e formando una coppia indovinatissima, per contrasto, con il solido, sicuro, in attingibile Neruda di Philippe Noiret” [2].
Il postino si svolge all’inizio degli Anni ‘50 su una piccola isola del Mediterraneo dove gli abitanti sopravvivono a stento con la pesca. Il poeta cileno Pablo Neruda viene esiliato il Italia perché comunista, approda sull’isola accompagnato da sua moglie Matilde. Il poeta è una persona molto importante, candidata al premio Nobel, e quindi riceve molta corrispondenza. Il capotelegrafista (Renato Scarpa) del paese comunista anch’egli nel servire al meglio Neruda decide di assumere un postino solo per lui. Si fa avanti Mario Ruoppolo, figlio di un pescatore e che non è nato per fare il pescatore come il padre in quanto allergico alla vita di mare con il quale si sente costretto a misurarsi, e a tutto ciò che sembra essergli offerto a livello cromosomico. Per sfuggire a tale sorte Mario accetta, per pochi spiccioli, di fare il porta lettere in un paese dove fondamentalmente non legge nessuno, per noia e per ignoranza. Egli non sa niente di letteratura e di comunismo, ma sa leggere e possiede una bicicletta. Mario viene attratto dalla personalità semplice e profonda del poeta, cerca di fare amicizia con lui, ma trova un Neruda piuttosto renitente e riservato, ma poi il legame diventerà sempre più profondo, tanto che Neruda diverrà confidente personale di Mario e delle sue vicende amorose in quanto innamoratosi della splendida Beatrice, alla quale per farla innamorare reciterà alcuni versi di una poesia del poeta. Sentimento questo tra i due giovani amanti che non mancherà di essere ostacolato da qualcuno. E insieme a questo amore emerge e diviene forte un senso profondo della poesia che va a legarsi con la vita, e la stessa vita diviene forse metafora di questo amore. Le parole vengono usate per esprimere le pulsazioni e le emozioni del cuore. Negli incontri successivi tra il postino e il poeta, ormai diventati amici si scambiano dei regali, Mario regala a Neruda una bottiglia di vino, Neruda ricambia con un album dalla copertina di pelle dove il giovane Mario potrà scrivere le sue metafore. Un giorno Neruda riceve la notizia che l’ordine di arresto nei suoi confronti è stato finalmente revocato e che quindi può tornare finalmente nella sua terra, in Cile. Però prima che parta farà da testimone al matrimonio tra Mario e Beatrice, nozze religiose, nonostante la presenza di un ideale comunista che lega Mario e Neruda. Alla partenza di Neruda, Mario si sente svuotato, gli avvenimenti esterni prendono il sopravvento su di lui[3].
Arriva una lettera dal Cile, Mario crede sia Neruda che gli scrive, invece è soltanto la sua segretaria che lo prega di inviare alcune cose che il poeta ha lasciato nel luogo dove ha abitato. Così per fargli ricordare l’isola italiana Mario gli incide una cassetta con tutti i rumori e i suoni del luogo. Per merito di Neruda e della sua poesia, che gli ha insegnato a guardarsi attorno con occhi diversi, adesso sa vedere la bellezza che lo circonda.capisce anche meglio i rapporti tra gli uomini. Quando dopo cinque anni Neruda ritorna con la moglie sull’isola, trova Beatrice con Pablito, il figlio che Mario no ha mai conosciuto. Da lei viene a sapere della sua morte quando, recatosi a Napoli per leggere sul palco di una manifestazione comunista il Canto per Pablo Neruda, durante un intervento della polizia e nei tafferugli che ne conseguirono il povero Mario viene colpito a morte. Il finale è molto doloroso perché la morte fittizia, purtroppo coincideva nei tempi quasi con quella vera, avvenuta dopo pochi giorni dalla fine delle riprese, del grande attore napoletano: “ … un’altra morte simbolica, ma nel senso dello spaesamento di un’intera generazione che si riconosceva nel sorriso mesto di Troisi; il lutto di un cinema che scopre sottopelle i suoi abbandoni, le sue separazioni, i suoi lisciamenti e insieme i suoi lasciti”[4].
Protagonista indiscusso in tutti i film di Troisi è l’amore, ma qui l’amore viene analizzato in maniera molto più diretta, ricercandolo in diversi altrove, in molteplici contesti: prima di tutto nella poesia parlata, scritta, ripetuta, del grande Neruda, ma anche della poesia tacita e sottile, delle parole non dette, e poesia delle cose, semplice, che rasenta la banalità, ma comunque una poesia sincera mai gratuita. L’amore poi si sviluppa in altre direzioni, quello per una donna ovviamente: da Neruda impara l’importanza della Parola e della metafora nel gioco della sua seduzione. Dunque, “la poesia come bene di tutti, che appartiene non più e non solo a chi la scrive ma a chi se ne serve, proprio nel senso che l’adopera nella vita per ottenere scopi determinati”[5]: infatti in Mario l’amore per la poesia nasce principalmente per ragioni utilitaristiche, per conquistare la donna di cui si è innamorato follemente; un amore che cresce e si evolve, costituendo l’avvio della iniziazione sentimentale e intellettuale, della partecipazione politica attraverso cui Mario riesce a vedere meglio nei rapporti tra gli altri e se stesso. Troisi e il suo postino si consegnano al ricordo come poeti di una sincerità apparentemente fragile, ma, in realtà, forte come l’emozione stessa di vivere e di amare.
Torna in questo ultimo film di Troisi anche il tanto caro tema sulla cultura, una cultura amata, sognata e per anni accarezzata, e cercata lì dove dovrebbe trovarsi. Qui cultura e poesia si confondono, nel dar vita ad una metafora di leggibilità del mondo e come modo diverso di vedere le cose, nel dare la voce alle cose. Neruda ci riesce benissimo, nel modo che gli è proprio nel raccontare la vita e le cose ad esempio quando descrivendo gli ortaggi, i pomodori essi diventano esseri pieni di polpa succosa e vivente, i carciofi forti combattenti con le loro lucide corazze. Troisi-Mario invece nel suo piccolo rovescia questo meccanismo dando voce alle cose e lasciando che esse parlino da sole, che raccontino le loro storie: Mario non diventerà mai un poeta, ma la sua poesia sarà composta dai suoni della campana, dai rumori del vento che soffia e delle onde del mare dell’isola in cui vive, e nel battito del cuore di suo figlio che deve ancora nascere; diventerà tutt'uno con i suoi desideri e aspirazioni di uomo legato a una terra, a una donna e al figlio che sta per nascere. Ed è proprio grazie alla scoperta delle parole che Mario inizia a conoscere e comprendere il segreto della poesia e acquisisce la coscienza e la capacità di dare corpo ed espressione ai suoi sentimenti, alle sue emozioni e ai suoi pensieri, quelle sensazioni ed emozioni che tutti gli esseri umani provano, ma che non riescono a spiegare con le parole.“L’arte del comico passa anche attraverso la malinconia, la solitudine solidale di chi trova nella poesia un modo particolarmente efficace di comunicare emozioni”[6]. Dunque, quello della poesia è un tema molto caro a Troisi, tutta la sua cinematografia è pervasa da momenti poetici e trabocca pensieri e sentimenti intrisi della poesia più pura e profonda, ma in Il postino la poesia trova la sua apoteosi, la sua sublimazione. Pablo Neruda, così come Skármeta, dal cui romanzo è tratto il film, hanno molto affascinato Massimo Troisi. Del grande poeta cileno, in un misto di passione, sensualità e romanticismo, è citata nel film una delle sue poesie più belle: Nuda. Il titolo preciso è Nuda sei semplice ed è tratta dai Cento sonetti d’amore. E’ la poesia che Mario Ruoppolo dedica alla sua Beatrice Russo, di cui è follemente innamorato ed è senz’altro una delle più belle dichiarazioni che egli potesse farle. Un’altra poesia citata nel film è Mi piaci quando taci, che altrettanto non ha bisogno di commenti, esprimendo in maniera evidente profondità d'animo abissali. La poesia è tratta da Venti poesie d'amore e una canzone disperata. Ed è proprio grazie alla scoperta delle parole che Mario acquisisce la coscienza e la capacità di dare un corpo ai suoi sentimenti, alle sue emozioni e ai suoi pensieri. Le parole, dunque, ritornano anche in questo film, così diverso dai precedenti, parole che costituiscono un’ossessione per Troisi, che ha trovato un po’ di sé in questo personaggio, il quale scopre di avere un proprio mondo interno, fatto di idee, emozioni, che lo rendono, come uomo, uguale a Neruda, e di poterle esprimere pur senza essere un poeta come lui.
Altra tematica riscontrabile e quasi ignorata negli altri film, in quanto tutto proteso e proiettato verso l’amare e il farsi amare, è la politica. Ora invece la politica ricompare con più forza, una concezione della politica come qualcosa in grado di fare del bene, che parte da idee giuste e sostiene giuste cause, anche se poi la realtà delle cose risulta essere diversa.
Il postino è un film notevole dal punto di vista della recitazione di Troisi e per il messaggio che vuole lanciare, e cioè che la poesia, la politica e l’amore possono essere un tutt’uno in una vita che non sia mutilata. Inoltre il senso è anche quello che la poesia e la cultura possono insegnare ad esprimersi ed a capire le emozioni che si stanno vivendo, otre che a vedere il mondo e a cercare di cambiarlo. “Ma il cuore del film, quello che batte forte, quello ci emoziona. Tutta la parte centrale del dialogo postino-Neruda è eccellente, soprattutto nei colloqui non tanto sulla letteratura e sulla poesia come apprendistato del Semplice alla Cultura, quanto sulla poesia come nutrimento necessario alla vita di tutti i giorni, come chiave per capire l’esistenza propria e quella del mondo”[7].
Anche il concetto e la pratica sociale del matrimonio in Troisi viene prima messo in gioco quale istituzione nel suo primo film Ricomincio da tre, riappare poi in Pensavo fosse amore invece era un calesse, dove lì sfugge, si elude, in Il postino il matrimonio è anelato, agognato, perché non deve succedere che ci si perda, allora vediamo questa volta il protagonista Mario sposare Beatrice, ed è come se allo stesso tempo Troisi sposasse tutte le donne dei suoi film precedenti, donne anch’esse che non è possibile perdere più. “Spogliato del suo effetto istituzionale e coperto, caldamente coperto, dal calore simbolico e forte del sentimento, il matrimonio può andare bene e non è più il momento in cui due che dovrebbero lasciarsi decidono, in questo modo, di recuperare un rapporto”[8].
Questo film sembra intrattenere delle relazioni con il magico, il fiabesco, il passato, la nostalgia, così come il set, la scenografia, l’isola diventano altrettanti luoghi fiabeschi, caratterizzati da storie possibili e incredibili, dove i pensieri sono troppo piacevoli e puliti per sembrare reali, eppure è un film in cui la realtà è molto presente: è la realtà messa in gioco da Troisi. E per questo è difficile parlare di questo film in quanto è un testo che non si lascia facilmente ingabbiare in analisi e vivisezioni. Ed anche allo stesso Troisi deve essere sembrato un evento da favola quello di entrare a contatto con un libro, quello di Antonio Skármeta, una storia che per alcuni versi risulta essere già sua, nei ritmi vitali, nelle parole, nei pensieri, e nelle convinzioni politiche del protagonista, i quali vengono espressi con sentimento e semplicità, “il modo stesso d’intendere la vita quale metafora d’un mondo poetico, l’amore per la donna e quell’altro, forse ancora più tenace, per l’amicizia, una curiosità mai sazia per la cultura che, quando ufficializzata, diventava elemento d’imbarazzo, di timore reverenziale, l’amore - ancora - per la scrittura”[9].
Ma è importante anche l’amicizia, quella maschile, quella che pervade l’intero film, sia dentro che fuori dal set cinematografico, e questo lo si constata anche nella ricerca e nella volontà di affiancarsi sempre degli stessi collaboratori. Infatti, per Troisi molto importante fu la sua amicizia con Michael Radford basata sulla stima e sull’affetto reciproco, l’affetto che li lega emerge ovunque anche dalle immagini un po’ sbilenche, per un certo gusto di usare la steadycam al posto del troppo statico cavalletto. “Le morbide immagini seguono i ritmi asincronici del cuore di Massimo, ne inseguono il volto scavato, la voce atona, penetrano potentemente nello spettatore, a tal punto che la critica - quella ufficiale - può ben poco”[10]. Troisi cerca di far sentire la sua voce, la sua opinione, mettendo in moto delle riflessioni, e Radford gli dà una mano, “ accompagna la storia, segue l’attore quasi fosse un documentario, un documentario che mette a nudo emozioni, sensazioni, che deve parlare di cose complesse - l’amore, la poesia, la nascita, la morte - e lo deve fare nel modo più semplice, più lineare possibile”[11]. A causa di ciò la sceneggiatura finisce col diventare invisibile, quasi inesistente, non più necessaria. Il personaggio di “Mario Ruoppolo è … semplice, diverso dai personaggi nati dalla penna di Troisi. Lontano dai loro dubbi, dai loro rovelli esistenziali, dalle loro paure. Il regista attraverso di lui sembra volersi avvicinare alla vita, senza più frapporre diaframmi o barriere. E proprio per questo, forse, riesce ad avvicinarsi alla morte, evocata e accarezzata in tutti i film, ma rimasta fino a questo momento un’ossessione nascosta, forse la paura più profonda e più esorcizzata”[12]. Quindi anche la malattia ed insieme la morte, la sua risultante estreme, fanno la loro comparsa anche in questo film. Ma diversamente dagli altri film qui la malattia esiste, è reale, è presente, aleggia sul set, con la controfigura quando deve pedalare di spalle quando la salita si fa troppo faticosa. “Qui la malattia e la morte hanno un altro spessore e fanno meno paura: c’è nostalgia, purissima nostalgia che rende il testo più alto ed inaccessibile, al di là delle possibilità date all’analisi … Personaggio e interprete diventano tutt’uno e Massimo acquisisce un corpo simbolico, astratto, potentemente mitologico. Lega la sua immagine ad un ricordo che affiora potente nella memoria dello spettatore”[13]. Questo film risulta essere per Massimo Troisi la conferma del suo amore per la poesia.“Autore terminale, vive in prima persona la scoperta della emozione poetica come tentativo di vincere la malattia, di esorcizzare la morte, fino a fare della sua forte volontà di farlo, il contenuto profondo del film”[14].
Inoltre, il film è stato tacciato di inneggiare al comunismo, di essere un film politico, fraintendendo il vero messaggio del film, che è quello della poesia e del sentimento come metafora della vita. C’è anche da dire che il rapporto tra un intellettuale ed un esponente del popolo, non era neanche tanto semplice da raccontare e tecnicamente il film, poteva dare qualcosa in più. Questo film potrebbe essere definito triste ma bello, lento ma profondo, e questo potrebbe anche bastare. Il film, invece, è profondo, delicato, Troisi (anche se spesso sostituito dalla controfigura Gerardo Ferrara), Philippe Noiret e Maria Grazia Cucinotta sono stati valenti. Ci sono bellissimi passaggi indimenticabili rafforzati dai primi piani intensi di un Troisi, che forse non ci fa nemmeno piacere vedere così. Quindi ciò che importa non è più chiedersi se Il postino è un film fatto bene, ma è piuttosto, in modo profondo un film che si fa volere bene, malgrado alcune imperfezioni nella recitazione e nei luoghi. D’altronde “ … è evidente che quelli che sanno quali tormenti subiva Troisi per terminare le riprese non possono che essere doppiamente commossi per questa storia nella quale la realtà della commedia raggiunge la finzione del personaggio”[15].
C’e ancor oggi qualcosa di molto struggente nelle sequenze di Il postino C’è un desiderio che traspare da ogni parola, da ogni immagine del film, che, forse ne è il motivo, l’intenzione profonda: andare al fondo delle cose fino a toccarle per scoprirne l’anima. E’ la testimonianza, quasi un testamento spirituale, di come il respiro poetico dell'amore, espresso dai versi di Neruda, sia stato tradotto nella spontaneità e nella semplicità di una prova d'attore. Troisi ha raccolto l'eco e l'ispirazione dell'alto magistero stilistico del letterato e lo ha applicato al suo comportamento di commediante sublime e popolare: nel portalettere che arranca in bicicletta e incontra l'esule Premio Nobel c’è il soffio vitalissimo di un personaggio che incarna le ragioni e le esigenze più immediate del sentimento. Troisi, inoltre, aveva una personalità forte e morbida allo stesso tempo, era una persona pudica al punto di inserire poche scene d’amore nei suoi film, ed aveva una personalità intrisa di leggerezza, che riusciva a prendere con filosofia, da buon napoletano, tutte le cose della vita, compresa la morte. In Il postino il personaggio di Mario Ruoppolo risulta essere più semplice in quanto è diverso dagli altri nati dalla penna di Troisi. “Lontano dai loro dubbi, dai loro rovelli esistenziali, dalle loro paure [ Massimo Troisi attraverso il personaggio di Mario] … sembra volersi avvicinare alla vita, senza più frapporre diaframmi o barriere. E proprio per questo, forse, riesce ad avvicinarsi alla morte, evocata e accarezzata in tutti i film, ma rimasta fino a questo momento un’ossessione nascosta, forse la paura più profonda e più esorcizzata”[16].
L’interpretazione Troisi è davvero magistrale, rivoluzionando i suoi criteri di recitazione e portandoli ad una punta drammatica degna quasi di Eduardo, mentre prima Troisi recitava con giochi di parole, qui recita principalmente con la mimica facciale. Il film, suo malgrado è diventato oggetto di culto e di luogo comune: la spontaneità di Troisi e la semplicità che scaturiva dalla sua recitazione e da tutto il film, è divenuta, purtroppo, commercialità e, a tratti sopra o sotto valutazione.
Concludendo Il postino “ … è un film tutto sfumature e mezzetinte, un’opera cullata dalla musica nostalgica di Luis Enrique Bacalov, [vincitore del premio Oscar come miglior colonna sonora]. Mettendo in scena l’Italia degli anni Cinquanta, Radford sviluppa un’allegoria sulla forza della parola e dei sentimenti che possono cambiare la vita più delle rivoluzioni materiali. Senza la minima retorica, il suo piccolo postino meridionale porta più speranza in un mondo migliore che tutti i leaders politici con le loro affermazioni”[17].
[1] F. Liberti, Michael Radford: Troisi, il cinema e l’Italia di oggi, “Cineforum” n.337, settembre 1994, p. 47.
[2] E. Comuzio, Michael Radford: Troisi, il cinema e l’Italia di oggi. Il postino, “Cineforum” n.337, settembre 1994, p. 50.
[3] Cfr., M. Hochkofler , (a cura di), Comico per amore, Marsilio Editori, Venezia, 1998, p. 235.
[4] V. Zagarrio, (a cura di), Cinema italiano anni novanta, Marsilio, Venezia, 2001, p. 17.
[5] E. Comuzio, op. cit., p. 50.
[6] M. Hochkofler , op. cit., p. 236.
[7] E. Comuzio, op. cit., p. 50.
[8] D. Salvi, Il Postino, in F. Chiacchieri, D. Salvi, (a cura di), Massimo Troisi: il comico dei sentimenti, Stefano Sorbini Editore, 1996, p. 169.
[9] D. Salvi, op. cit., p.165
[11] D. Salvi, op. cit., p.167
[11] D. Salvi, op. cit., p. 169.
[12] A. Coluccia, (a cura di), Scusate il ritardo: il cinema di Massimo Troisi, Lindau, Torino, 1996, p. 82.
[13] D. Salvi, op. cit., p. 171.
[14] M. Hochkofler , op. cit., p. 236.
[15] Gili J.A., Le facteur. Un poète amateur contre l’injustice du monde. “Positif”, n.423, maggio 1996, p. 58.
[16] A. Coluccia, op. cit., p. 82.
[17] Gili J.A., op. cit., p. 58.
Salvatore Gervasi, giugno 2007
Regia: Michael Radford con la collaborazione di Massimo Troisi
Soggetto: Liberamente tratto dal romanzo Ardente Paciencia , (Il Postino di Neruda) di Antonio Skármeta (Garzanti)
Sceneggiatura: Anna Pavigniano, Micael Radford, Furio e Giacomo Scarpelli e Massimo Troisi
Direttore della Fotografia: Franco Di Giacomo
Scenografia: Lorenzo Baraldi
Costumi: Gianna Gissi
Musiche: Luis Enrique Bacalov
Montaggio: Roberto Perpignani
Interpreti: Massimo Troisi (Mario Ruoppolo), Pilipphe Noiret (Pablo Neruda), Maria Grazia Cucinotta (Beatrice Russo), Linda Moretti (Donna Rosa), Renato Scarpa (il telegrafista), Anna Bonaiuto (Matilde), Mariano Rigillo (Di Cosimo)
Produzione: Mario e Vittorio Cecchi Gori - Cecchi Gori Group Tiger Cinematografica - Penta Film e Gaetano Daniele per Esterno Mediterraneo Film, coproduzione italo-franco-belga Blue Dalia Production K2 TWO
Distribuzione: per l’italia, Cecchi Gori Group Tiger Cinematografica ; per l’estero, Miramax Film (consociata alla Disney Production). Colore. Durata: 113 minuti. Prima: alla LI Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il 1/09/1994
Commenti
"Le riprese iniziarono nell?autunno del ?93 a Pantelleria, proseguirono a Salina e si conclusero a Procida."
> A Salina io e Patrick siamo passati, e con l'occasione abbiamo apprezzato almeno qualcuna delle location. D'una bellezza mozzafiato.
"Mario non diventerà mai un poeta, ma la sua poesia sarà composta dai suoni della campana, dai rumori del vento che soffia e delle onde del mare dell?isola in cui vive, e nel battito del cuore di suo figlio che deve ancora nascere; diventerà tutt?uno con i suoi desideri e aspirazioni di uomo legato a una terra, a una donna e al figlio che sta per nascere."
> questo è un passo altrettanto lirico.
" la politica ricompare con più forza, una concezione della politica come qualcosa in grado di fare del bene, che parte da idee giuste e sostiene giuste cause, anche se poi la realtà delle cose risulta essere diversa."
> eh, qua ci sarebbe parecchio da discutere. Considerando che quelle idee che questo film pure diversamente dal libro veicola sono, extra drammatico contesto cileno, tutt'altro che giuste, e tutt'altro che libertarie. Non è colpa della politica in senso stretto, ma dell'ideologia sbagliata.
"il film è stato tacciato di inneggiare al comunismo, di essere un film politico, fraintendendo il vero messaggio del film, che è quello della poesia e del sentimento come metafora della vita."
> trovo anch'io che sia bello proprio per questo. Ancora qualche fotogramma sui "compagni" e diventava materiale da sezione di partito.
"Troisi ha raccolto l?eco e l?ispirazione dell?alto magistero stilistico del letterato e lo ha applicato al suo comportamento di commediante sublime e popolare: nel portalettere che arranca in bicicletta e incontra l?esule Premio Nobel c?è il soffio vitalissimo di un personaggio che incarna le ragioni e le esigenze più immediate del sentimento. "
> altro passo notevole. Grazie Salvatore!
E' un film che mi affascinò molto e mi colpì sinceramente, anche per via delle drammatiche coincidenze con le sorti di Troisi. Amore, amicizia, mare, poesia: cosa mancava per essere un film da letterati? L'impegno politico. E' l'unico frangente in cui il cuore cede visibilmente il posto alla cerebralità e alla maniera. L'unico limite. Per fortuna, attutito;).