CINEMA INDIPENDENTE
Negli anni ’50 ad Hollywood le cinque major – Paramount, Warner Bros., MGM, RKO e la 20th Century Fox – spadroneggiavano ancora nonostante la diffusione della televisione: molti cittadini americani avrebbero rinunciato gradualmente al cinema, preferendo di gran lunga stare a casa in pigiama, comodi in poltrona.
La capacità attrattiva del cinema “ufficiale” però scemava giorno per giorno; ed oltre alle case produttrici indipendenti già affermate, come la United Artists, si fece spazio un circuito di film più attrattivi e meno educativi: nasce il fenomeno dell’exploitation, opere commerciali indipendenti dai temi scottanti diretti ad un pubblico giovanile. Fra i pionieri ricordiamo senz’altro Ed Wood, ma ciò non deve trarre in inganno: malgrado alcuni registi dallo scarso talento, si fecero strada molti autori straordinari, seppur nel circuito di B–Movies. L’American International Pictures, ossia l’AIP, produsse generi vari, dall’horror sino ai primi soft–porno, con particolari elementi di violenza talvolta vagamente impegnati politicamente. Fra i registi più significativi: in primis John Cassavetes 1 (Ombre, Shadows 1961), il maestro dell’orrore Roger Corman (La piccola bottega degli orrori, The Little Shop of Horrors 1960), e nel genere erotico Russ Meyer.
È negli anni ’60 che nasce il fenomeno dei Drive–in, al polo opposto dei cinema d’essai, accompagnato dalla Coca Cola e dai popcorn: per un pubblico adolescente che si apparta alla ricerca d’emozioni forti. La censura che attanagliava gli Studios era quasi totalmente ignorata dagli indipendenti e, visto il successo di particolari temi, lentamente anche le cinque majors si fecero conquistare – e, più di loro, il grande pubblico – da elementi di violenza ed erotismo. Nei successivi anni ‘70 Hollywood s’affidò al sesso e al sangue come mai in passato (basti pensare a nuovi autori quali Scorsese, Coppola o Cimino).
IL REGISTA
Russ Meyer (1923 – 2004), già documentarista nella seconda guerra mondiale, è fotografo per Playboy e per alcuni film (Il gigante, Giant 1956, con James Dean); firma opere da regista e produttore caratterizzandosi presto con una singolare effige: il seno femminile. “Regista delle maggiorate” autore di “film di tette”, Meyer è considerato il pioniere del genere erotico o soft–porno (per inciso: i film porno non nascono ora, ma col muto). Tra i titoli più noti Lorna (1964), Mondo Topless (1966), Faster Pussycat, kill! Kill! (1965) e Motorpsycho, sempre del 1965.
TRAMA
Vixen è una donna dai facili costumi, sposata con un pilota particolarmente ingenuo ed onesto. Ha un rude fratello motociclista, che vive con la coppia portando con sé un amico di colore. Vixen approfitta di ogni situazione per tradire il marito, che dichiara di amare; ogni amico di lui verrà trascinato dalla scatenata passione di lei. All’arrivo di un sospetto irlandese la situazione, già tesa per altri motivi, degenera.
IL FILM
Il cinismo nella descrizione dei personaggi in Vixen è tremendo. È impossibile fare una distinzione netta tra villians e personaggi positivi, la stessa Vixen ha una psicologia talmente irregolare e ricca di contraddizioni da sfuggire a qualsiasi etichetta. È una ribelle, infrange ogni regola morale e tabù sessuale, ama il marito ma lo tradisce spudoratamente, odia i neri ma ne è attratta, non è fedele nemmeno a se stessa. Il marito è un personaggio annacquato, fiero di essere americano e dichiaratamente insipido, forse perché fedele e l’unico ad avere dei principi. Ci sono in Vixen elementi visibili anche nella precedente produzione di Meyer: un inedito auto citarsi, che è più che ribadire certe ossessioni. A partire dalla scelta di maggiorata come istituzione estetica femminile americana, al riutilizzo d’inquadrature d’altri film (in Mondo Topless sono ricorrenti micro-sequenze tratte da Vixen e da Lorna), al riproporre alcuni personaggi (Tom, il fratello della protagonista, e Neils, il suo amico di colore, ricordano i tre motociclisti di Motorpsycho) e certi elementi narrativi (il dialogo fra i piloti in questo film e gli operai in Lorna sono molto simili).

L’erotismo del film è ben dosato, arricchito di una sottile, cartoonistica a volte, ironia visibile persino nella forma delle sopracciglia della ragazza. Vixen è sfacciatamente immorale, ma generosa nella sua perversione; allo stesso tempo è intollerante ed egoista, insulta con sarcastiche frasi avvelenate Niles il ragazzo di colore, fuggito dagli States per un oscuro passato – probabilmente per via di umiliazioni razziste nei suoi confronti. La ninfomania della ragazza non risparmia nessuno, il caso vuole che Niles sia l’unico a non accedere pienamente al suo corpo, neppure lo stesso fratello di sangue o la donna del suo amante sfuggiranno al suo sesso. Il fascino dell’erotismo meyeriano sta nel non essere scabroso né osceno: così come le foto hard delle riviste patinate non sono paragonabili ai giornali porno di massa. La fotografia è un capitolo fondamentale, poiché Meyer stesso ne è il curatore; benché essa ci mostri dei nudi canonici, lo strabordare mammario è identificabile nel canone statunitense, cela una malsana depravazione che è tutt’altro che patinata. Essa è ben visibile nelle azioni dei personaggi e nei dialoghi, falsamente qualunquisti e di genere. L’apparizione dell’irlandese comunista è grottesca e dissacrante: ad un tratto alcuni personaggi – in questo caso il nero e il bolscevico – si riscattano, si mostrano più che umani, il loro punto di vista sembra convergere con quello del regista, pare che parlino per lui. Libertà, umanità e voglia di riacquistare dignità, ecco cosa traspira dalle loro parole; indignati dalla volgarità di un’America incestuosa che fotte, tradisce e non risparmia nessuno. I due si alleano, decidono di trasferirsi a Cuba approfittando dell’aeroplano del pilota e della sua immorale sposa; ma presto l’utopico progetto decade, l’odio di Vixen per Neils è ancora più acceso quando i due alleati tentano di sabotare il volo; come se non bastasse ecco che la corazza di giustizia dell’irlandese si sgretola in un urlo bestiale contro il ragazzo di colore: “nigger” sarà la goccia che fa traboccare il vaso. Ciò che prima sembrava lo sguardo ideologico del regista, ora è parodia e contraddizione. Meyer è un bugiardo, come lo è Vixen, come lo è il moralista, la cui sincerità è visibile nella sola perversione.
L’happy ending è fasullo e ambiguo. Il comunista è stato sconfitto, i due americani l’hanno vinta e il ragazzo di colore è tratto in salvo e spinto verso la retta via. Ma è davvero così?
Vixen tace, il marito pilota al suo fianco fa scendere dall’aeroplano il ragazzo nero, il quale gli dice: “Tu sei solo il male minore”. Vixen rappresenta un’America immorale e infedele, ma il suo onesto marito non è poi da meno. Anch’egli è un’immagine sporca di un Paese non troppo pulito. “Il male minore” sostiene il ragazzo, andandosene. Del resto anch’egli non è poi un santo.
Non c’è un personaggio positivo, ognuno è imprevedibilmente incosciente e non cristallino. Meyer non sta da nessuna parte, se non dalla parte del cinema nel suo potere di rappresentazione, di eccesso e di distorsione.
Il cinema di Meyer è piena goduria per l’occhio e la mente, non basta vederne un solo film, bisogna tracannarlo a grandi sorsate, fin quando non se ne ha abbastanza.
Altro che B – Movies...
Soggetto: Russ Meyer, Anthony-James Ryan.
Sceneggiatura: Robert Rudelson.
Interpreti principali: Erica Gavin, Garth Pillsbury, Harrison Page, Jon Evans, Vincene Wallace, Robert Aiken.
Fotografia: Russ Meyer
Montaggio: Russ Meyer, Richard S. Brummer.
Musica: Igo Kantor.
Produzione: Russ Meyer, Eve Meyer.
Origine: Usa, 1968.
Durata: 70 minuti.
Commenti
"Meyer è un bugiardo, come lo è Vixen, come lo è il moralista, la cui sincerità è visibile nella sola perversione"
Ecco. Ecco. Ecco. Stupendo.
:) Hai notato l'autocensura?
Come hai fatto a risolvere la mia perdita delle unghie? Spiega che correggo.
Stupendo.
"Non c?è un personaggio positivo, ognuno è imprevedibilmente incosciente e non cristallino. Meyer non sta da nessuna parte, se non dalla parte del cinema nel suo potere di rappresentazione, di eccesso e di distorsione. "
> Grande scelta.
Peccato che ci sia un tag che rimane relegato a questa sola recensione. Avrebbbe altresì parecchi spunti di analisi, quel tag.
ahahah
E qui c'è un tag, ahimé,
E qui c'è un tag, ahimé, trascurato e assai poco utilizzato. Lo ribadisco.
aahahaaha
aahahaaha