
Ballo a tre passi, primo lungometraggio del regista dorgalese Salvatore Mereu, è un film “etnico”, di stampo neorealista (e inevitabilmente calcato su stereotipi e luoghi comuni che non credo abbiano entusiasmato gli isolani) strutturato in quattro episodi. Il titolo deriva da una danza popolare: lascio la parola, a questo proposito, all’amico Paolo Pintus. “Una leggera variante de “su ballu tundu” (il ballo in cerchio), la bibbia di tutti i balli sardi. Senza il ballu tundu, non ci sarebbero gli altri balli, a quanto si dice. Si tratta di un ballo di gruppo (tutti i balli sardi sono di gruppo), con i componenti – se non ricordo male sempre in numero pari – che si dispongono in cerchio, girano a ritmo di fisarmonica, o di launeddas, poi si aprono e descrivono coreografie con i piedi senza mai rompere il cerchio composto. I “tre passi” sono una variante. Si parte sempre in cerchio e, a turno, una coppia va in centro attenendosi a tre passi standard mentre attorno il cerchio continua a girare a ritmo. Si pensa sia una sorta di buon auspicio per le coppie, di fatto il ballo è patrimonio delle feste tipiche di matrimoni o accasamenti (fidanzamenti ufficiali)”.
Trama. I quattro episodi, fondati su un meccanismo da “Film Rosso” kieslowskiano (o da “Amore a prima vista” szymborskiano, per dare un riferimento ai letterati), sono legati dall’apparizione spettrale e (precariamente) casuale di un personaggio già incontrato altrove: altra comunanza è quella dell’ambientazione, una Sardegna stranamente cristallizzata al dopoguerra per quanto concerne tecnologie, dialetto, usi e costumi (e la tentazione, altrimenti, sarebbe di definirla: rigidamente arcaica). Le analogie si interrompono qui: la sensazione dello spettatore è che si siano assemblati quattro mediometraggi senza rispettare criteri di coerenza, coesione e uniformità.
La debole linea rossa del film è costituita dalle quattro stagioni che nominano ogni singolo episodio: sprofondando nella retorica, potremmo associare ogni stagione e ogni episodio a una metafora d’un periodo dell’esistenza.
La primavera annuncia un episodio che, in pieno postmoderno e con qualche ironia, avremmo potuto ribattezzare “Thalassa, Thalassa!”: quattro marmocchi si accingono a vedere il mare per la prima volta nella loro vita; dopo un allegro viaggio a bordo di un furgoncino, s’inerpicano per le dune e si ritrovano di fronte a un paesaggio mozzafiato. Il più emozionato si rifugia in un luogo riparato per dare vita alla scena di masturbazione più gratuita della storia del cinema italiano (inspiegabile): gli altri s’immergono nelle acque, giocando tra i flutti. L’atmosfera è tenue ed elegiaca (onanismo a parte): il vivace (e incomprensibile, ma sottotitolato) dialetto dei giovinastri regala verve alla scena. Nel secondo episodio, estivo, un pastore rapidamente apparso nella “Primavera” viene sedotto e folgorato da una gioiosa ninfa francese. Le difficoltà di comunicazione tra i due (la canterina lingua transalpina non si sposa con i borborigmi del tardo-Tytyrus) si risolvono dopo una mirabolante giornata di pesca, con inevitabile sodomia di stampo, ahimè, pecoreccio.
Nel terzo episodio, autunnale, una monachina torna in famiglia per il matrimonio d’una consanguinea: ella è sposa a Dio, ma c’è chi, pur anziano, la brama assicurando che “non teme nessuno” (battuta memorabile). Si tratta della migliore delle quattro parti: davvero affascinante la scena del banchetto nuziale spezzato da un’improvvisa pioggia, e suggestivo il ritorno del sole richiamato dalla musica e dal canto autoctono. Felice incarnazione della speranza.
Nell’ultimo episodio, un uomo si congeda dalla vita dopo aver vissuto una stravagante ultima notte in compagnia di una dolce prostituta, che lo accompagna all’epilogo cantando “Cielito Lindo”. Una surreale processione di vivi e di morti, comprensiva d’una parata dei protagonisti del film, segna un commiato forse pleonastico e vagamente già visto.
Ultimi appunti. L’impressione che Mereu sia un regista di talento (e dotato d’una tecnica sensibilmente superiore rispetto all’altro nuovo cineasta “etnico” italiano, il salentino Winspeare) è confermata da una sensibilità per le descrizioni paesaggistiche e per l’arte del silenzio che rappresenta più di una lusinghiera promessa: la certezza è che dovrebbe accantonare, magari solo provvisoriamente, le ambizioni di convogliare in sé il triplice ruolo di regista, soggettista e sceneggiatore: questo film non ha nessuna storia da raccontare, è leggerino e leziosetto e inciampa in una povertà d’argomenti che spaventa.
Peccato, perché l’artista sardo sembra maturo per un progetto di più ampio e autentico respiro. Non è assolutamente essenziale abbandonare la Sardegna: all’opposto, sarebbe splendido se Mereu raccontasse (svelasse) lo spirito di un popolo misterioso, dignitoso e pieno di storia. Soltanto, riterremmo più corretto che un sardo raccontasse la sua terra evitando imbarazzanti cliché: dai pastori semianalfabeti nostalgici della pecorella alla leggendaria turista facilotta, dai camioncini scassati con la guida a destra agli angoscianti rituali para-rurali del matrimonio, si esce dalla sala convinti che il tempo si sia fermato al primo Novecento. Possibile? Mi rispondano i sardi, dei continentali diffido. Mereu non regala un’immagine edificante della Sardegna: se “Ballo a tre passi” voleva essere poesia delle origini, ha irrimediabilmente scantonato nella prosa delle convenzioni.
Lankelot Franchi, con la collaborazione di Paolo Pintus, settembre 2003
Prima pub - lankelot.com
Regia: Salvatore Mereu. Soggetto e Sceneggiatura: Salvatore Mereu. Direttore della fotografia: Renato Berta, Tommaso Borgstrom, Paolo Bravi, Nicolas Franik. Montaggio: Paola Freddi. Interpreti principali: Caroline Ducey, Michele Carboni, Massimo Sarchielli, Daniele Casula, Yaël Abecassis.
Musica originale: Giampaolo Mele Corriga.
Produzione: Gianluca Arcopinto, Andrea Occhipinti.
Origine: Italia, 2003.
Commenti
"L?impressione che Mereu sia un regista di talento (e dotato d?una tecnica sensibilmente superiore rispetto all?altro nuovo cineasta ?etnico? italiano, il salentino Winspeare)..." (ma che fine hanno fatto, 3 anni dopo?
una settimana senza connessione. recupererò prima possibile. è un gran bel film
Sta girando "Sonetaula" dal libro di Giuseppe Fiori, e fra gli attori ha recuperato il ragazzino (adesso è un vecchio) di "Banditi a Orgosolo".
Winspeare boh.