Nella nuova ondata di film comici statunitensi – tutti figli, naturalmente, del Saturday nitgh live – c’è un fattore comune imprescindibile: gli anni ’70. È usuale infatti la ricostruzione di quel periodo, spesso come beffa, altre volte come preoccupante nostalgia (Strarsky & Hucht, 2004) spesso squallida. Dagli anni ’90 negli USA si è formato un “non ufficiale” gruppo di comici definito col nome di Frat Pack, che come spiega Wikipedia, è una storpiatura di Rat Pack, il noto gruppo di adepti di Frank Sinatra, un po’ divi un po’ (poco?) malavitosi. Ed il gruppo ideale è formato dalla generazione di comici più pagati di Hollywood: Ben Stiller, Owen Wilson e il fratello Luke, Vince Vaughn, solo per citare i più stomachevoli e tirati a lucido. A questi vanno aggiunti Jack Black e le sue smorfie pleonasticamente yankee, l’istrionico Steve Carrell e Will Ferrell, forse gli unici del gruppo che, oltre ad essere vivacemente più espressivi degli altri hanno anche tentato la strada del drammatico o della commedia sofisticata (Jack Black poi è stato inserito da Peter Jackson nel suo King Kong).
Altra premessa: quando uno del gruppo realizza un film – come attore, regista o sceneggiatore – partecipano amichevolmente tutti gli altri, a costo di limitarsi ad un fulmineo cammeo.

La leggenda di Ron Burgundy, dunque. Anni ’70, naturalmente, l’epoca degli orribili pantaloni a zampa e dei colletti lunghissimi di camicie marroni o a righe. Discutibilissime basette fino al mento e capelli lunghi dietro le spalle: il decennio più sfortunato del cinema, secondo solo agli anni ’80. Non si può metterlo in ridicolo. Nel film la ricostruzione è minuziosa, nei colori, i costumi, se vogliamo esagerare può essere considerato un “film in costume”. L’umorismo però, ecco la novità. Che in verità non di novità si tratta, ma di “differenza” rispetto ai canoni comici degli ultimi anni. Diciamo che siamo molto più prossimi ai Monty Python che alle commedie rosa di Ben Stiller, se in quest’ultime vige la gag dell’imbarazzo (es. Ti presento i miei, Duplex et similia) in Anchorman regna il gusto dell’assurdo e la fuga dal senso logico. Will Ferrell ne è protagonista indiscusso, misurato nella recitazione ma pregno di idiozia, non pura come in Stanlio e Ollio, ma presuntuosa, che tenta di nascondersi dietro la propria sicurezza di sé, a sprazzi simile a quella di Peter Sellers in The pink panther. Ma non esageriamo con i confronti.

Il film parla di un gruppo di giornalisti, ognuno di essi ha un proprio ben definito ruolo, chi si occupa del meteo, chi è l’inviato speciale e c’è chi, leader indiscusso, legge i titoli in studio: è l’anchorman, il leggendario Ron Burgundy. Già dal nome… Si dà il caso che Burgundy legga le notizie da un monitor posto sotto la telecamera: basta un errore del gobbo che l’uomo legge qualsiasi strafalcione vi sia scritto. Ma in quanto a scarsa intelligenza il più dotato è Brick, il metereologo, mirabilmente interpretato da Steve Carrell. Egli è stupido. Ciò che gli esce da bocca non ha un senso, in nessuno degli universi paralleli immaginabili. Egli è decelerato.
Il gruppo insomma è coeso e attivissimo, idiota ma non per questo “fracassone”, come si diceva un tempo. Organizzano feste, si godono la celebrità, sono seguiti da tutta la città: San Diego. Un giorno però spunta una donna: la virilità del gruppo è lesa dalla capacità della nuova arrivata. Naturalmente sboccia l’amore tra Ron Burgundy e con essa anche un’accesa rivalità. I ruoli si scambiano, Burgundy cade in miseria. Ma all’ultimo “riavrà la sua occasione”, come direbbe una recensione da quotidiano edicolabile.

Allora. Ricapitolando: Ben Stiller. Da brividi. No, siamo lontani dai suoi aborti, così come da quelle commediacce con il biondo, vale a dire Owen Wilson. Will Ferrell si distanzia, lo ha dimostrato con Woody Allen nel suo Melinda e Melinda e nell’interessante Vero come la finzione, del regista di Neverland. L’umorismo di Ferrell è molto più vicino – e debitore – del “comico demenziale” esilarante dei fratelli Zucker e delle loro Pallottole spuntate (Naked gun). Battute vicino al nonsense più estremo, situazioni paradossali, gesti infantili, trame che hanno la spudoratezza del ridicolo. Will Ferrell non fa smorfie, non è capace, si spera. Ha un volto quasi inespressivo, contano le stupidaggini che dice. Ma ha lo sguardo da tonto, questo sì, gli si deve riconoscere. Non eccede. Alcune battute del film, via:
“Hanno fatto degli studi, sai. Il sessanta per cento delle volte funziona tutte le volte”
Oppure il dialogo tra Brik e Burgundy:
“Io amo il tappeto…”
“…”
“Io amo… la scrivania”
“Brik, che stai facendo, stai guardando gli oggetti nell’ufficio e dici che li ami?”
“Amo la lampada…”
“Ami davvero la lampada o lo stai dicendo solo perché l’hai vista?”
“Amo la lampada!”
Il film è dunque una sorpresa, più che altro perché – forse casualmente – le gag becere di altri film del gruppo qui sono negate, per lasciare più spazio all’assurdo, al demenziale e alla parodia. Non è un capolavoro, è un concentrato di nonsensical e gag da cartone animato (Brik che diventa amico dell’orso feroce e ci sale sopra) condite con un ritmo travolgente, una volta tanto. Un filmetto, ma imperdibile. Capita anche questo.
PS
Il protagonista è doppiato da Pino Insegno. Eppure il film è guardabile.
Miracoli della tecnica.
Regia: Adam McKey. Sceneggiatura: Will Ferrell, A. McKey. Fotografia: Thomas Ackerman. Montaggio: Brent White. Interpreti principali: Will Ferrell, Steve Carrell, Christina Applegate, Paul Rudd, Tim Robbins, Ben Stiller, Jack Black, Vince Vaughn. Musiche: Alex Wurman. Produzione: David O. Russell. Origine: USA 2004.Durata: 94 minuti.
Commenti
Wilson però in "Darjeeling limited" non è male. E a proposito di "nuovi" comici Usa, Schwartzman forse non è un grande?
Grazie per la dritta, epic, lo guarderò!
Ho paura di vedere quel film, quindi ancora non posso rispondere :)
(mamma mia quella famiglia Coppola, quanto nepotismo...)
beh, il “biondo” ha co-sceneggiato alcuni film di wes anderson (e ne I Tenenbaum, lui e suo fratello Luke sono grandi, secondo me), e Vince Vaughn ha girato una commedia uscita in Italia con un titolo demenziale, “Ti odio, ti lascio, ti…” (titolo originale: “The break-up”. Non chiedete come si possa, eh) che, vista al cinema, è stata una piacevole sorpresa. Non scontata (anche se qualche battuta lo è¨). Vabbè.
1. ah, Schwartzman in Rushmore l’hai visto? grande, davvero. ed era nella band poi venuta al successo con “Californiaaaa…” (comunque, anche lui parte della famiglia Coppola…)
sembra un film interessante, ma “impedibile” che vuol dire? che non si può calpestare? ;-) scherzo!
ciao!!
:))
un frammento del film... http://www.youtube.com/watch?v=1DkpJbOHh2c
"tutti figli, naturalmente, del Saturday night live"
> Forse serve una nota, amice...
Strarsky & Hucht,
> http://en.wikipedia.org/wiki/Starsky_and_Hutch
"Diciamo che siamo molto più prossimi ai Monty Python che alle commedie rosa di Ben Stiller, se in quest'ultime vige la gag dell'imbarazzo (es. Ti presento i miei, Duplex et similia) in Anchorman regna il gusto dell'assurdo e la fuga dal senso logico."
> Fico.
“le gag becere di altri film del gruppo qui sono negate, per lasciare più spazio all'assurdo, al demenziale e alla parodia. Non è un capolavoro, è un concentrato di nonsensical e gag da cartone animato (Brik che diventa amico dell'orso feroce e ci sale sopra) condite con un ritmo travolgente, una volta tanto. Un filmetto, ma imperdibile. Capita anche questo”.
> Gran pezzo, come sempre. Danke Hammer!
ps Pino Insegno è la dimostrazione di quel che stiamo soffrendo: la crisi economica e la decadenza dell’arte dell’attore, ma anche il petrolio alle stelle.
Pino Insegno. Solo scriverne il nome mi nausea.