Martinelli Franco

Italia a mano armata

Autore: 
Martinelli Franco
E si passi al poliziottesco. Un’immagine per tutte, un’icona di cinema che parla da sé.
Il volto di quest’uomo.
 
 
 
Maurizio Merli, dopo uno sceneggiato tv in cui interpretava Garibaldi – saltuariamente riproposto da Piero Angela in uno special sull’eroe dei due mondi – trova il ruolo che lo porta al successo: il poliziotto dagli sganassoni poderosi che non sopporta la delinquenza, in ogni sua manifestazione. I clichè di questi film, accusa certa critica, si ripetono identici in vuoti intrighi tutti uguali che puzzano di manganellate e stoicismo di quinta categoria. Questi critici birboni ignorano una cosa fondamentale, che è l’unica – a dispetto di dubbie rivalutazioni sui pregi cinematografici di questi… poliziotteschi, appunto – a poter scagionare Merli e il suo cinema da qualsivoglia obiezione critica: Maurizio Merli è bellissimo. E i registi lo sanno e, bontà loro, abbondano in rapide zoomate su quegli occhi di ghiaccio.
 
 
 
 
Quanto è bello?
E i film più riusciti, peculiarità lampante di questa fetta di cinema popolare, sono quelli in cui il colore dei suoi capelli raggiunge la saturità della luce solare. Eccezionale.
Tanzi è sì un poliziotto modello – ghigna quando muore un delinquente, il suo sguardo diviene cupo e iroso se sente parlare anche lontanamente di un furto – ma ciò che conta di più sono i suoi occhioni azzurri. La mascella è marmorea ma quanto diventa ancor più rocciosa e cogitabonda se al commissario salgono i cinque minuti?
 
Lo stereotipo dei poliziotteschi ha per lo più una tappa obbligata: è la sequenza in cui i modi del protagonista in questione sono troppo “personali”, ossia violenti, per cui è costretto a consegnare distintivo e pistola al suo superiore. Ma dopo aver agito da solo, furente come pochi, riacquisterà il proprio orgoglio sul sangue dei cattivi giustamente maciullati sull’asfalto.
Questo topos si è spinto oltre il poliziottesco, un esempio per tutti è “Piedone lo sbirro” in cui a Bud Spencer accade la stessa e identica, ma sempre emozionantissima, disavventura.
 
 COME FARE INCAZZARE UN UOMO
 
 
 

Italia, ruggenti anni ’70: un’avvenente fanciulla dall’impensabile passato dickensiano accompagna il fratellino alla fermata del bus per la scuola in una Torino mai stata così bella.

Il pulmino della scuola s’aggira per le vie raccattando qua e là taciturni marmocchi dai modi anche troppo signorili, data l’età farfallina in cui si trovano, e il sole di mezzogiorno spacca le pietre. Da qualche altra parte della città alcuni adolescenti giocano a pallone con un tale. Distinto, nobile d’animo e di palpabile simpatia. Hanno forse idea, questi bricconcelli, di quale privilegio la sorte abbia fatto dono a tutti loro? Conoscono forse l’identità che si cela sotto quel concentrato di perfezione fisica ed encefalica? Nemmeno se lo sognano.
 
Il pulmino della scuola, tornando a noi, ad un tratto incrocia una macchina bloccata sul ciglio della strada. Ha il cofano scoperchiato ed il conducente ha la barba. Per chi è pratico di certo cinema il segnale è lampante. L’ignaro autista, invece, si preoccupa di soccorrere l’ispido figuro e qualcosa di terribile accade, anzi è già accaduto. Due schiaffi, un pugno, bimbi che piangono. Il pulmino è sequestrato: altri due brutti ceffi spuntano fuori dai cespugli e scappano a bordo della vettura, seminando terrore e follia a mano armata.
 
Ma chi si celava, in quella piazza rovente, tra riccioluti malandrini accapigliati dietro un pallone? Non di certo il Pasolini grimaldiano: sarebbe passato di lì in macchina e dopo la mezzanotte. Era invece uomo di tutt’altra fatta che si prodigava del portare giustizia in ogni centimetro calpestato dai suoi mocassini camosciati: proprio lui. Il commissario Leo Tanzi.
 
Per i pignoli mi prodigo, ma si badi che non accadrà più, di sottolineare che in questo film il commissario fa Betti di cognome. E tutto questo, evidentemente, merita una sobria spiegazione. Maurizio Merli interpreta il commissario Tanzi in “Il cinico, l’infame e il violento” e in “Roma a mano armata”: senz’ombra di dubbio le sue interpretazioni più riuscite: c’è poco da girarci attorno: Merli raramente è apparso così bello e insuperabile. Raramente è stato così biondo. Quindi in ogni suo film è bene chiamarlo col nome che gli è più appropriato: Leo Tanzi.
Gradirei non tornare su questo argomento, per piacere. Poche certezze in questa breve vita, ma ben consolidate. 

Il rapimento è sventato presto e dopo trenta minuti dall’inizio lo spettatore medio è quasi convinto che il film sia finito. Invece no… con un’abile quanto insulsa inventiva narratologica il regista – che non ci scappa, tra un po’ lo prenderemo per la collottola – decide di sparpagliare una benché minima logica frantumandola in tante idee incomprensibili che fanno del film un cumulo di spari e cazzotti senza nesso logico. Non c’è niente di negativo, ovviamente, in tutto ciò, è sempre una delizia vedere un’auto lanciarsi addosso ad un’altra e poi incendiarsi. Alle volte capita che le macchine che si inseguono e si scontrano siano più di due, ma non vorrei anticiparvi troppe cose...
 
 
 
È interessante rilevare con quanta insistenza il regista – per il momento ricordiamo che si chiama Franco Martinelli – inviti lo spettatore ad assorbire i singulti tintinnanti di un’orda di genitori arrabbiati, i cui figli presto saranno liberati, il tutto servito in lunghe e chiassose immagini strappalacrime alternate a zoomate su un volto impotente quanto intollerante come questo:
 

 
Il resto del film dunque lo ignoriamo. Lasciamo agli specialisti e ai cinefili con la terza media di gustarsi gli ultimi 60 minuti di film. Passiamo invece al regista… quest’uomo dal nome insapore cela in realtà una carriera cinematografia senza pari. Non si usano eufemismi, di uomini come lui il nostro paese ne vanta pochi: signori e signore ecco a voi Marino Girolami.
Se questo nome continuasse a risuonare sterile alle vostre orecchie si potrebbero citare film a caso nella sua interminabile filmografia: vengono in mente “Pierino contro tutti”, “Kakkientrupen”, “Decameron proibitissimo, Boccaccio mio statte zitto!”, “Sesso profondo” e alcuni tra i più inconcludenti film con Franco e Ciccio, ad esempio lo sgangherato (si pensi che nella mezzora finale i due protagonisti recitano pochissimo) “Don Franco e Don Ciccio nell’anno della contestazione”. Aggiungiamo "L'esercito più pazzo del mondo" con Leo Gullotta in abiti femminili e direi che basti.
 
Si torni a Tanzi, via.
Il giallo dei suoi capelli in questo film è un capolavoro. Come giallo è il colore della pellicola, la luce cocente di mezzogiorno – perché questa stagione cinematografica, breve ma intensa, pare sia avvenuta solo nelle ore più calde della giornata. Notare, per la gioia delle donzelle in sala, che Tanzi porta soltanto camicie sbottonate. Avranno alzato la temperatura affinché mostrasse il petto villoso tutto il tempo. Se l’ingiustizia fosse personificata da una donna, non avrebbe scampo davanti ai mustacchi castani di Tanzi, virili da mettere soggezione a Rodolfo Valentino. Pettinati, ovviamente. Per non parlare di quegli occhi…
La ragazza di cui si parlava all’inizio, sorella di uno dei bimbi rapiti, può secondo voi rimanere immune al fascino prorompente della forza bruta? Non aggiungo altro.
 
 

 
Si potrebbe dire che fra le comparse si contano Toni Ucci, Maurizio Mattioli, Enzo Andronico e Sergio Fiorentini – uno tra i migliori doppiatori italiani, interpreta Cacciapuoti nel “Maresciallo Rocca”. Ma davanti a Tanzi ogni attore sminuisce la propria attrattiva. Avercene di attori incapaci ma con un fascino manesco di tale raffinatezza come fu quello di Maurizio Merli.
Che stia in silenzio, che reciti con la sua voce – Dio ne scampi e liberi – o che sia doppiato, che guidi all’impazzata o che salga sui tetti – altra tappa obbligata in tutti i suoi film – Tanzi è sempre di un bello che più biondo non si può.
 
C'è poco da rivalutare. Solo da ammirare. 
 
Regia:  Franco Martinelli
Soggetto e Sceneggiatura: Vincenzo Mannino, Leila Buongiorno, Gianfranco Clerici.
Montaggio: Vincenzo Tommasi
Interpreti principali: Maurizio Merli, John Saxon, Raymond Pellegrin, Sergio Fiorentini.
Origine: Itala, 1976.
Genere: Poliziottesco.
Durata: 90 minuti
ISBN/EAN: 
000

Commenti

Here comes the HAMMER!

Altro che Beckett!

ahah

Tra l'altro la morte di Merli non è che sia proprio simbolo di grandi imprese, coraggio, bombe e pistolettate... Gli è venuto un infarto giocando a tennis. Ma per me è comunque morto da eroe.

"Quanto è bello?
E i film più riusciti, peculiarità lampante di questa fetta di cinema popolare, sono quelli in cui il colore dei suoi capelli raggiunge la saturità della luce solare.
Eccezionale."

> ahahahaha

“Ma chi si celava, in quella piazza rovente, tra riccioluti malandrini accapigliati dietro un pallone? Non di certo il Pasolini grimaldiano: sarebbe passato di lì in macchina e dopo la mezzanotte. Era invece uomo di tutt'altra fatta che si prodigava del portare giustizia in ogni centimetro calpestato dai suoi mocassini camosciati: proprio lui. Il commissario Leo Tanzi.”

> ahahahahahaha

“Avercene di attori incapaci ma con un fascino manesco di tale raffinatezza come fu quello di Maurizio Merli.
Che stia in silenzio, che reciti con la sua voce - Dio ne scampi e liberi -  o che sia doppiato, che guidi all'impazzata o che salga sui tetti - altra tappa obbligata in tutti i suoi film - Tanzi è sempre di un bello che più biondo non si può.

C'è poco da rivalutare. Solo da ammirare”.

> Beh, è una delle stroncature più intelligenti, caustiche e brillanti mai lette da queste parti. Scrivi cose terrificanti ma probabilmente non se ne accorgerà mai nessuno. Nella particolare circostanza, esterno tutta la mia solidarietà e la mia comprensione. Del resto, ero un maestro della scarrellata sul telecomando, bastavano pochi fotogrammi. Ma sono limitato:)

Grandissimo.

Ho il libro per te. Anzi, i libri. Per ora posso suggerirti solo il primo della serie di 4, quello che sto finendo. E’ uno dei capolavori della letteratura europea, ceka in particolare. C’è un trionfo di paradossi, grottesco, non sense.
Hasek, “Il buon soldato Sc’veik”.
Non privartene per nessuna ragione al mondo.
E’ già tuo.

Non so nulla sulla reperibilità, ma dovrebbe essere economica feltrinelli (la mia è un’ediz economica del 1961).
Aspettati qualcosa di fertile per i tuoi film, e per la tua scrittura. Da centellinare, nel tempo, perché spesso certi dialoghi sono così folgoranti che ti spengono.
Troverai spie, manicomi, cappellani alcolisti, volontari per la Guerra, un soldato “idiota” che idiota davvero non è. Impagabile, modernissimo. Geniale.

Grazie, ricordo che me l'avevi consigliato a Roma, forse tre o quattro anni fa (diosanto...). In compenso sto leggengo Proust, sono ancora a Combray, ma non mi chiamo Arpa ergo non so se lo finirò mai...

8> il libro è disponibile, non l'avevo mai cercato perché non ricordavo l'autore...

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