All’inizio, Eva Harrington viene introdotta come l’essenza della femminilità. E nel film, Eva ha un carattere falso e machiavellico. Dunque il nome non è casuale e la presunta essenza del femminile viene associata a comportamenti tutto fuorché onesti. Il nesso donna-perversità è vecchio quanto l’Eva biblica, anzi di più e come minimo è un po’ trito. Malgrado ciò, nel cinema americano del secondo dopoguerra ha gremito di sé innumerevoli soggetti. Da Hollywood, ha ricevuto la rappresentazione forse più compiuta proprio in “All about Eve” di Mankiewicz. Eva Harrington è quasi quintessenziale, inglobando o abbattendo chiunque si ponga fra lei e il suo obiettivo. Adula, ammalia e trionfa indomita: è l’emblema del male assoluto.
L’obiettivo di Eva (Anne Baxter), nel caso specifico, è la celebrità. Penetra nel mondo del teatro sognando quello del cinema. È una ragazzetta piena di arrivismo che si finge sola e vedova, impietosendo un gruppo di professionisti del palcoscenico per farseli amici. In particolare, diventa l’assistente personale di Margo Channing (una Davis al suo meglio), talentuosa attrice che è ben lieta di sfamare la sua vanità smisurata con le zelanti attenzioni di un’ancella tutta per sé. Se non fosse che la neoarrivata assistente, dietro i modi servizievoli, coltiva segrete brame arrampicatrici: s’ingrazia a ruota il soggettista Richards e la moglie, il regista Sampson (Gary Merrill, marito di Davis al termine delle riprese) e infine il critico De Witt (George Sanders, premiato con l’Oscar), tutto allo scopo di sostituire Margo nei ruoli principali degli spettacoli venturi. La consumata diva, che è sveglia quanto la rivale, annusa però l’aria di intrigo. Si distacca brutalmente da Eva, ma nondimeno si guadagna le antipatie del resto della compagnia che vede nella fanciulla la devota aiutante di sempre.
Per la matura Margo è un momento di forte perplessità. Eva è una spina che le si è piantata nel fianco, suscitandone la gelosia, ma anche innescando in lei un processo di autocritica sul suo ruolo di attrice e di donna. Nel teatro, mondo-metafora della società, in cui le posizioni di decisione e controllo sono coniugate (quasi sempre) al maschile: il soggettista, il regista, il critico, ecc., lo spazio che si apre alle donne è (quasi sempre) soltanto quello dell’attrice. Riflette Margo: di cosa si sostanzia questo ruolo, se non implica altro che un ripetere a memoria, sotto la direzione di un regista, le battute scritte da un soggettista, che sulla stampa saranno giudicate da un critico? L’attrice è dunque l’ultimo ingranaggio di una triade maschile. Fino all’età moderna, non a caso, gli uomini recitavano anche le parti femminili. Il quadro forse è mutato soltanto per esigenze di maggiore realismo nella rappresentazione di un mondo, il nostro, che in effetti è bi-sessuato. A Margo la situazione è chiara. «Sono solo un corpo e una voce», sibila.
Da questa prospettiva, allora, potremmo leggere pure l’ambizione di Eva Harrington come qualcosa di diverso. In un ambiente dalla gerarchia sessuale così rigida quale è quello dello spettacolo in “All about Eve”, la sua potrebbe essere piuttosto una specie di fretta, o di ansia, per accaparrarsi uno dei pochi posti che gli uomini hanno lasciato a disposizione di coloro che hanno il sesso sbagliato come lei. Naturalmente, pur raffinata, la sceneggiatura di Mankiewicz non arriva a tanto e neppure sembra farlo il libro di Mary Orr, da cui questa è tratta. Anzi, come si è già notato, Eva è presentata come l’«essenza della femminilità» proprio perché tanto intimamente immorale. Dal canto suo, Margo alla fine mediterà l’abbandono delle scene, per recuperare in extremis la sua identità di moglie: secondo lei, ciò che «fa davvero sentire tale una donna» e che finora lei aveva trascurato a vantaggio della carriera. È l’ultima scarica misogina di un film sì avvincente, sì confezionato alla perfezione (tredici nominations, miglior film del ’51) ma anche, e soprattutto, decisamente sessista nel profondo.
Pk-., luglio 2004
Commenti
E andiamo col ritorno di Buckia! Vai Paddy rilanciane almeno 4!
(ricordo bene il contesto di gender studies da cui derivò questa ricca serie di scritti. Sarà prezioso riproporlo;) )
Per me è un capolavoro: di elegante regia, di sceneggiatura, messa in scena e di recitazione. Cinico, disilluso e disperato. Ogni volta lo guardo incredula di tanta bellezza.
L'istrionica Davis è insuperabile.
Grazie di averlo riproposto.
Raffaella
"È l?ultima scarica misogina di un film sì avvincente, sì confezionato alla perfezione ... ma anche, e soprattutto, decisamente sessista nel profondo" visto tantissimi anni fa ma se la memoria non mi inganna arrivai alle medesime conclusioni