Madden John

Proof

Autore: 
Madden John
Regia: John Madden
Soggetto e sceneggiatura: David Auburn
Direttore della fotografia: Alwin H. Kuchler
Montaggio: Nick Audsley
Interpreti principali: Gwyneth Paltrow, Anthony Hopkins, Hope Davis, Jake Gyllenhall
Musica originale: Stephen Warbeck
Produzione: Hart/Sharp
Origine: Usa, 2005
Durata: 100’

 

La ventisettenne Catherine ha scelto di assistere in casa il padre Robert, geniale matematico colpito da una forma progressiva di pazzia. Per cinque anni si è dedicata a questo compito, tralasciando gli amati studi – ha ereditato parte del talento paterno – e finanche se stessa, il suo aspetto, gli amici e la vita libera che prima poteva condurre.
Alla morte del padre si ritrova disorientata e depressa, dimessa e trascurata nell’abbigliamento, frastornata in una grande casa vuota, dove tutto parla della presenza condizionante del genitore e il suo fantasma sembra venire a colloquiare con lei.
Catherine ha visto la progressiva decadenza fisica e mentale di colui che negli ambienti accademici viene considerato tuttora un mito, una sorta di idolo, lei sa quali sacrifici ciò abbia comportato e quali solchi le abbia tracciato nello spirito un’esperienza simile.
Robert viene visto come un semidio anche da Hal, un giovane studente che ha incominciato a frequentare la casa di Catherine per esaminare i più di cento quaderni d’appunti, la maggioranza demenziali, lasciati dal professore. Sua speranza è ritrovarvi qualche nuova scoperta, una traccia di lucidità, poiché è difficile credere che una sì brillante mente possa essersi spenta in quel modo e abbia degenerato nella grafomania.
Solo Catherine sa che cosa abbia significato vivere per cinque anni con lui, illudersi in una guarigione durante un prolungato periodo di benessere e poi vederlo ripiombare nel suo mondo di visioni, occuparsi di lui nelle faccende più prosaiche, rinunciare a se fino venire completamente travolta nel meccanismo dell’amore-doverizzazione. E alla fine fare i conti con il dolore della perdita, ma anche con un innegabile senso di liberazione e sollievo.
Catherine è, all’inizio del film, come racchiusa in una bolla dalla quale non riesce a comunicare né con Hal, troppo preso dal suo entusiasmo per il privilegio di scartabellare tra i documenti del grand’uomo, né con Claire, la sua superficiale sorella, venuta appositamente da New York a Chicago per assistere ai funerali e intenzionata a vendere la casa, affinché divenga un museo. Ella invita pressantemente Catherine a trasferirsi a New York, dove ritiene potrà venire curata dalla depressione, lasciando intendere un desiderio di liberarsi della scomoda sorella, considerata inaffidabile e destinata probabilmente a finire come il padre.
Claire vive un innegabile senso di colpa per non aver aiutato Catherine nell’assistenza al genitore, per non esser mai stata presente in casa, lei è la sorella intraprendente, quella che ha fatto carriera, inviato denaro, ma non si è sacrificata come Catherine. Dai dialoghi si capisce bene come le due parlino senza comunicare davvero, vivono realtà e situazioni molto differenti.
Claire ritiene che Robert avrebbe potuto esser curato in un’apposita struttura, in cui Catherine si è sempre rifiutata di farlo ricoverare, pagandone un alto prezzo in qualità della vita.
Il colpo di scena si ha quando Catherine fa ritrovare a Hal un quaderno con un’importantissima teoria matematica. Era rimasto chiuso in un cassetto della scrivania del professore e, di fronte agli allibiti Hal e Claire, Catherine rivela di essere lei l’autrice dei calcoli, non il padre.
Il mondo sembra crollarle addosso quando non viene creduta.
La sua scrittura e quella di Robert sono quasi uguali, per Hal quel quaderno costituirebbe la dimostrazione che l’ingegno del grand’uomo non s’era del tutto spento durante glli ultimi anni della sua vita.
La mancanza di fiducia delle due persone che dovrebbero esserle più vicine fanno piombare Catherine in un mutismo assoluto, proprio quando aveva ricominciato ad acquistare speranza e ad uscire dal proprio chiuso mondo durante una dolce notte d’amore con Hal.
Catherine diviene una sorta di automa, Claire la convince a partire per New York con lei, tutto sembra esserle indifferente. Il riconoscimento della paternità dello scritto e quindi delle sue capacità le avrebbe dischiuso le porte del mondo accademico e avrebbe contribuito a farla rinascere dopo anni di silenzio ed emarginazione. Sarebbe esistita anche lei, con la sua originalità, e non solo il grande matematico defunto.
Proprio quando sembra essersi rassegnata a tutto, Hal, che si è consultato con eminenti studiosi, si dimostrerà fiducioso verso di lei e Catherine si aprirà poco a poco alla vita.
 
Tratto da una rappresentazione teatrale, il film mette in scena pochi personaggi ben studiati, tra i quali spiccano il professor Robert (Anthony Hopkins) e Catherine, interpretata da una Gwynet Paltrow graziosa e tormentata.
Due sono i rapporti principali a venir considerati: quello tra genialità e follia e quello tra padre e figlia.
Se la genialità può in qualche modo trasmettersi geneticamente, in questo caso in Catherine – Claire è molto più limitata, scrive sempre lunghe liste delle cose da fare e poi le spunta man mano che le ha realizzate, ha la vocazione della contabile – vien da chiedersi se anche una vena di pazzia non sia insita nella genialità stessa.
Il sospetto che Catherine sia destinata alla stessa fine paterna s’insinua nelle persone che stanno a contatto con lei, ella stessa teme questo rischio, tanta è la stanchezza accumulata e il disorientamento in cui si trova.
Forse inizialmente, ormai abituata alla condizionante presenza paterna, non sa quasi che farsene della propria libertà e della vita che ha davanti. I ritmi della follia le erano entrati nel sangue.
Il legame con Robert era molto forte – un rapporto tra affini – ma ha rischiato di stritolarla. Il professore, dal canto suo, ha vissuto un’odissea penosa alternata a fasi di lucidità, è stato vittima di un male inesorabile e subdolo e contemporaneamente carnefice della persona che più gli è stata accanto.
La sua sorte – per età, per legge naturale, per destino – era segnata, ha rischiato di trascinare con se anche la figlia, che nel periodo oscuro della depressione e della fatica esistenziale è riuscita, forse come forma ultima di salvezza, ad elaborare una scoperta importante quanto quella paterna.
 
Marina Monego, agosto 2006  
ISBN/EAN: 
8717418067588

Commenti

non ho capito dove esprimi un parere sul film

E' uno dei pochi film che ho visto in sala quest'anno, accidentalmente e in compagnia stravagante. Francamente mi sembrava un Beautiful Mind dimesso e assai semplificato, un semplice intrattenimento borghesotto e naturalmente americano senza altro senso che quello di divenire un blockbuster autunnale. Ecco, Ryo, te lo dico io. E' mediocrità di qualità.

Ryoga: vabbè, le rec ai film non sono il mio forte ed infatti sono rare. Allora, il film a me è piaciuto, scorre via liscio, gli elementi che mi hanno colpito li ho scritti, sa intrattenere e probabilmente mi ha colpito più di altri film per motivi personali che preferisco tacere. Si vede che è tratto da un lavoro teatrale, è stato presentato alla Biennale di Ve l'anno scorso. Ho trovato ben presentato il rapporto tra chi s'ammala di demenza o similari e chi assiste. In genere impotente.

Dimenticavo: l'ho visto in dvd.

L'ho trovato un film piatto e scontato. Se ci sono motivazioni personali che ti avvicinano al tema, Marina, posso capire l'interesse. Altrimenti non ne vedo: non c'è uno scossone, un sussulto in tutto l'arco della pellicola. Gli attori recitano di maniera, la sceneggiatura è fallace e la regia non ne parliamo. Questo è il regista di Shakespeare in love (vinse clamorosamente e immeritatamente l'oscar per il miglior film qualche anno fa), pellicola senza dubbio migliore pur se sopravvalutata.

no, non voleva essere in alcun modo una critica al tuo scritto: la mia domanda era ingenua e mirava semplicemente a quello che diceva.

Lèon: sì, il film ha toccato alcune corde esistenziali, per questo probabilmente sono stata spinta a scriverne.
Skakespeare in love l'ho visto: sopravvalutato, è carino soprattutto l'attore che interpreta il drammaturgo.

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