Scottish Pride.
Un giovane regista di Corbridge; un attore protagonista originario di Crieff, Pertshire, e un altro di Peterhead; un romanzo d’uno scrittore, sufficientemente maudit per venire eternato, di padre italiano e nascita a Glasgow. Ingredienti per poter parlare di un’opera “etnica” ci sono: è però difficile salutare questo complesso e artificioso drammone come sintesi dello spirito d’una terra e d’un popolo.
“Young Adam” è la traduzione cinematografica d’un libro da noi decisamente poco noto: zavorrata da un citazionismo perfino imbarazzante, annebbiata da una sceneggiatura paludosa e borborigmica nella prima parte e singultica fino all’afasia nella seconda, si segnala per qualche discreta fotografia e per l’evocativa colonna sonora curata da David Byrne.
Il film avrebbe potuto essere accompagnato dalle inevitabili polemiche per l’acquisito e sgradito “v.m. 18”: motivato plausibilmente da qualche scena di sesso che non lascia più nulla all’immaginazione, è segno d’una mentalità ancora vagamente bacchettona e di qualche bigottismo odiosetto, che neppure ondate di furibonde rivoluzioni culturali potranno estirpare dal Paesucolo nostro. Ma non s’è neppure verificato l’effetto boomerang auspicabile: che montasse la curiosità per ciò che è proibito. “Young Adam” s’appresta a uscire dalle nostre sale dopo pochissime settimane di programmazione: scivolando via, in silenzio.
Non è un buon film, ma non è neppure indecoroso: ha una sua interessante letterarietà, qualche sensata intuizione registica, un cast di tutto rispetto (molto interessante, per l’ennesima volta, l’interpretazione di Peter Mullan).
Che volete: Sic transit gloria Scotorum.
La trama.
Glasgow, anni ‘50. Joe Taylor (Ewan McGregor), giovinastro abulico e incolore, lavora assieme al vecchio popolano Leslie (Peter Mullan) sulla chiatta della di lui sciatta e androgina mogliettina, Ella (Tilda Swinton). Una mattina, Joe e Leslie ritrovano, tra i flutti del canale, il corpo di una ragazza. Le indagini delle autorità tendono a escludere il suicidio: sospettato dell’omicidio è un idraulico che la frequentava da qualche tempo. Joe è sempre più ombroso e lunare: vagabonda coi pensieri per mete che non conosciamo, e neppure possiamo intuire, almeno per qualche tempo. Intanto seduce la moglie del suo datore di lavoro, li spinge alla separazione, intreccia amorazzi e intrallazza come può, umano solo nell’animalità (scusate il paradosso) d’una carnalità senza traccia di sentimenti ed emozioni.
Il passato della vittima viene narrato con una tormentatissima serie di flashback, tramite le sempre più nitide memorie del contrastato Joe: Cathy (Emily Mortimer) era la sua compagna, e assieme avevano condiviso i primi tempi delle rispettive carriere artistiche, lei attrice e lui scribacchino dai tanti spettri e dagli scarsi scritti.
Si va verso la rivelazione dell’accaduto: la colpa d’un uomo che non ha animo e non ha coraggio d’assumersi quelle responsabilità che vanno schiacciandolo, l’innocenza di un povero disgraziato che si ritrova processato per un reato che non ha commesso (Cathy è caduta casualmente in acqua dopo l’ennesimo improbabile amplesso con Joe sulla banchina del porto e dopo avergli rivelato di aspettare un figlio da lui). L’atrocità della condizione di chi sembra tutto intendere e tutto interiorizzare, ma annaspa nell’incapacità d’incidere nella realtà se non attraverso una passività aberrante.
Joe non è un indifferente: assiste al processo, e tenta perfino, a suo modo, di discolpare l’accusato. Ma è un ignavo e un vigliacco: testimonia la vita senza viverla, sembra volersi lasciar “trascorrere” senza decidere mai, senza “essere” altro che l’eco della volontà e dei desideri di altri.
È come quello specchio che non si stanca di rimirare, ultimo omaggio della sua ex compagna: riflette, e non può sorprendere, né stupire, né vivere, perché nella sua natura esiste solo la ripetizione. Uno strano robot antropoide che viola le leggi della robotica. Sopravvive a se stesso; è una foglia morta che attende nuovi venti per morire ancora un po’ altrove.
Appunti.
Ripetitività e monotonia, aridità mentale, grigiore dei gesti come sotto quei cieli plumbei dove tutto scorre inerte e senz’anima. È l’immagine delle vicende e dei personaggi di “Young Adam”. Donne che incontrano Joe perché è piacente, un po’ dannato, poco impegnativo emotivamente e si propone come una macchina da sesso a servizio dei loro desideri. Si tratta però solo di incontri di corpi che, forse, garantiscono orgasmi e qualche sogno irrealizzabile. Né Ella né Cathy, infatti, riescono a vivere a lungo accanto a quest’uomo che, dopo ogni amplesso si rifugia nel silenzio, a fumare e meditare sulla vita che vorrebbe e mai avrà per l’inettitudine e la palese viltà con cui si propone.
Tutti praticano una ginnastica sessuale neanche erotica, puro istinto ferino fatto di azioni reiterate che non possono scivolare nella sessualità del desiderio perché non sono agognate, ma si ritrovano lì quasi per caso. Amplessi che Ella, Cathy e soprattutto Joe potrebbero compiere con chiunque altro, quasi senza accorgersene. Così, un po’ per il ruolo che si è cucito addosso, un po’ per il destino che va scegliendosi, Joe prosegue a fare il robot del coito con la sorella di Ella e l’ennesima consorte trascurata da un marito lenone.
Se voleva rimarcare meschinità e miseria sentimentale di certi soggetti il regista riesce nell’intento, come nell’affermare un fatalismo che guida le esistenze di questi dannati dal destino, vittime della loro stessa ostinazione a non cambiare, incapaci ad ascoltare il cuore.
L’unica loro attenuante può essere quella del mondo in cui vivono, delle dure condizioni esistenziali che gli attaccano sulla pelle una dura scorza. Ma diventano insensibili, refrattari a coinvolgimenti emotivi perché sono dei vinti. Sono deboli e per amare – che significa anche soffrire – c’è bisogno di coraggio. Chi si rifugia in una parvenza di rapporto questo coraggio non lo possiede né lo ricerca.
Due scene imperdonabili.
La chiatta sfila lungo un canale, un bambino che è a bordo cade in acqua. Dal battello un giovane si getta a salvarlo. Nella mente scatta in ralenti il bianco e nero del film di Jean Vigo, “L’Atalante”, riproposto nei primi anni Novanta come sigla del ghezziano “Fuori Orario”, sulle note di Because the night di Patty Smith. L’uso è imperdonabile perché quella scena è un’icona.
Joe è in casa davanti alla macchina per scrivere senza riuscire a riempire alcun foglio. Cathy, che ha lavorato tutto il giorno, torna inzuppata. Mentre Cathy si spoglia fra i due c’è un dialogo concitato sulla reciproca occupazione del tempo. Lei è seminuda, eccitante, in reggicalze e calze nere e Joe, che per tutta la giornata ha fatto la crema (sic) gliela getta addosso, le svuota sul corpo una bottiglia di ketch-up, farina, sale e altri ingredienti, prende una verga e la percuote sulle natiche, come da tradizione punitiva anglosassone. Poi, nell’orgia di viscidume dolce-salato, la possiede.
Un bel nove e mezzo – senza settimane – alla banalità che non è neppure plagio, è anch’essa ripetitività e dejà vu. Un po’ di sesso sado-maso alla “Salon Kitty”, un poco di violenza psicologica e complicità vittima-carnefice alla “Portiere di Notte”. Che Mackenzie ami Joe identificandosi con la sua coazione a ripetere?
Lankelot Franchi & Enrico Campofreda, ottobre 2003. Prima pubb: Lankelot.com
Regia: David Mackenzie. Sceneggiatura: David Mackenzie. Tratto da un romanzo di: Alexander Trocchi. Direttore della fotografia: Giles Nutgens. Montaggio: Colin Monie. Interpreti principali: Ewan McGregor, Tilda Swinton, Peter Mullan, Emily Mortimer, Jack McElhone. Musica originale: David Byrne. Produzione: Jeremy Thomas. Origine: Uk/Francia, 2003. Durata: 98 minuti. Info Internet: Sito ufficiale; Intervista a McGregor (Trovacinema).
Commenti
Qua il romanzo di Trocchi:
http://www.lankelot.eu/?p=761
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