Lupino Ida

La grande nebbia

Autore: 
Lupino Ida

Brughiere inglesi o tangenziali padane non fanno da cornice alla vicenda. Chi ha tradotto un titolo bello e diretto come “The bigamist” con l’ampolloso “La grande nebbia”, allora, presumibilmente voleva riferirsi alla confusa condizione mentale di Henry Graham: il commesso viaggiatore che sta al centro dell’ambiguo melodramma diretto da Ida Lupino nel 1953. Nel film sono esplorate le sue pretestuose peregrinazioni da un capo all’altro degli States, le sue curiosità extraconiugali, le tormentate fughe e i continui ritorni dalla moglie Eve. A dire il vero, l’andamento oscillatorio di Henry pare saturo di autoindulgenza più che di sincera pena: ma sarà che vi è impresso il ritmo tedioso della scialba recitazione di Edmond O’ Brien. Più che pensoso e straziato, cioè, spesso il povero Henry sembra inebetito: soprattutto a fronte della dinamica intelligenza di sua moglie, interpretata dalla deliziosa Joan Fontaine. Subito, la voce narrante di Henry ci informa come il loro matrimonio, già fondato su misteriose basi dato il netto divario fra i due, fosse entrato in crisi profonda dopo la scoperta della sterilità di lei. Senza troppa incisività, allora, Henry propose di battere la strada dell’adozione. Eve parve accantonare per sempre, al contrario, qualunque prospettiva di maternità: si gettò a più non posso negli affari, di fatto finendo per assumere le redini dell’impresa di famiglia.

 

Così, Henry si limitava a presenziare a qualche cena di lavoro. Restava atono a fissare la grazia di Eve nell’intrattenere gli ospiti, il suo senso dell’opportunità nel chiudere le trattative. Non aveva paura di farsi scavalcare, o di risultare dominato, tanto sollecitamente Eve provvedeva da sola a minimizzare la sua grinta, a scusare la sua autonomia, a presentare ai clienti una gerarchia matrimoniale più tranquillizzante: «Oh, il cervello è Henry, io conto davvero poco: svolgo solo funzioni di rappresentanza». Con la conduzione dell’azienda al sicuro nelle mani della moglie, Henry poteva buttare il suo tempo ciondolando in anodini e nominali viaggi d’affari, libero di abbandonarsi in lagnosi monologhi sulla sua condizione di marito trascurato.

 

A Los Angeles, lenisce la sua insicurezza corteggiando Phillis (Ida Lupino), che vive da sola e si mantiene lavorando in un ristorante cinese. Lei ha il cuore scottato da infelici relazioni passate, e dietro la risposta pronta e l’aria di sufficienza nasconde uno sconfinato bisogno di tenerezza. Forse per paura di ferirsi di nuovo, forse per una sorta di rassegnata saggezza, Phillis di lui non vuole sapere niente, preferisce ignorarne sia l’origine che lo status: lo accoglie, lo coccola, con il calore e la condiscendenza con cui lo saluta e lo aspetta. Non trasgredisce alla discrezione di questa “invisibile” condotta, anche quando si scopre incinta di lui: mai lo reclama per sé, e infatti Henry resta lontano da Los Angeles per mesi.

 

Nel frattempo, lui si era ripromesso di rilanciare il matrimonio. Sentendosi in colpa per averla tradita, affiancava la moglie più da vicino nel lavoro e le dimostrava un’attenzione nuova. Anche Eve aveva mutato atteggiamento, fino al punto di acconsentire all’adozione di un bambino. Quando Henry fa ritorno a Los Angeles e apprende della gravidanza avanzata di Phillis, però, la sua doppia vita sfocia negli esiti estremi di una bigamia compiuta: pur coi nervi a pezzi, l’indeciso commesso viaggiatore si risolve di sposare Phillis. Di lì a poco, l’equilibrio si spezza. Le parallele esistenze di Henry vengono allo scoperto, e le due donne lo trascinano in tribunale. Sebbene giunga inevitabile la condanna della legge, la predica finale del giudice si accoda all’impianto generale del film, che evita con cura facili derive colpevoliste. “The bigamist” è una raffinata anatomia dell’animo maschile, e una mappa degli itinerari che lo conducono dritto al corto circuito. Le protagoniste, con una precisione da orologio, dimostrano quanto sia semplice spogliarlo della sua sicurezza: Eve, trasferendo su di sé la prerogativa virile dell’ambizione e del comando; Phillis, che si mostra capace di un’indipendenza ad oltranza, scardinando i presupposti della relazione di coppia. Entrambe, cioè, seppure in modi diversi, agiscono per le vie di una loro individualità autonoma, sottraendosi alle aspettative di controllo sempre covate dall’uomo: lo racconta Lupino con un occhio arguto e sorprendentemente freddo.

 

Regia: Ida Lupino.

Titolo originale: The Bigamist.

Soggetto: Lawrence B. Marcus, Lou Schor.

Sceneggiatura: Collier Young.

Direttore della fotografia: George E. Diskant.

Montaggio: Stanford Tischler.

Interpreti principali: Edmond O’ Brien, Joan Fontaine, Ida Lupino, Edmund Gwenn, Jane Darwell.

Musica originale: Leith Stevens.

Produzione: Film-Makers’ Cooperative.

Origine: Usa, 1953.

Durata: 79 minuti.

 

pk

ISBN/EAN: 
8033406826419

Commenti

"Brughiere inglesi o tangenziali padane non fanno da cornice alla vicenda. Chi ha tradotto un titolo bello e diretto come ?The bigamist? con l?ampolloso ?La grande nebbia?, allora, presumibilmente voleva riferirsi alla confusa condizione mentale di Henry Graham"

> conservo un ricordo torbido della nebbia padana. Non mi ha sedotto e non mi ha affascinato, a dispetto delle reminiscenze sclaviane (l'adorabile mostruosa Buffalora di Dellamorte Dellamore, nota anche come Inverary a ben guardare. E pensavo: Inveruno?).

Qui sei in un campo del tutto sconosciuto. "Lupino" mi manca sul serio.

"Le protagoniste, con una precisione da orologio, dimostrano quanto sia semplice spogliarlo della sua sicurezza: Eve, trasferendo su di sé la prerogativa virile dell?ambizione e del comando; Phillis, che si mostra capace di un?indipendenza ad oltranza, scardinando i presupposti della relazione di coppia. Entrambe, cioè, seppure in modi diversi, agiscono per le vie di una loro individualità autonoma, sottraendosi alle aspettative di controllo sempre covate dall?uomo: lo racconta Lupino con un occhio arguto e sorprendentemente freddo".

> ogni volta che ti leggo sul tema "gender studies" mi vengono in mente scene triestine di 4-5 anni fa, eri assolutamente preso dalla tua ricerca. I risultati - stando ai tuoi pezzi di cinema, e a quell'articolone su Wallstonecraft - sono egregi. In questo caso credo che tu vada proponendo al 99% dei lettori una scheda su un film che altrimenti non avrebbero nemmeno sentito nominare.

Domanda: perché lo sguardo della Lupino è "sorprendentemente" freddo?

Perché era una regista donna negli anni Cinquanta (quelli della mistica della femminilità ormai ben nota) che ha fatto un film mettendoci tutta se stessa ben sapendo di incontrare il vuoto in termini di pubblico e consenso. Eroicamente controcorrente.

Ricordi altro nella sua filmografia?
Qualcosa di memorabile per varie ragioni, che non sia questo "Bigamist"?

Credo che qui abbia dato tutto. E che l'abbiano fatta sparire piuttosto in fretta.

Cerco la voce su IMDB, magari i nostri cinefili (cinefagi) sapranno diversamente illuminarci. Mom.

http://www.imdb.com/name/nm0526946/

è dramma Lupino.

locandina+codice ean!

locandina+codice ean!

Opzioni visualizzazione commenti

Seleziona il tuo modo preferito per visualizzare i commenti e premi "Salva impostazioni" per attivare i cambiamenti.