Una donna viene uccisa con l’accetta, ha il volto diviso a metà
Un’altra strangolata
Un’altra ancora impiccata
Un’altra tagliata a pezzi con la motosega
Un’altra annegata nell’acqua bollente, la gola dilaniata da un gatto inferocito.
Bruciata viva
Sepolta viva
Torturata
Accecata
Pugnalata
Segata in due
Crocifissa
Decapitata.
Con queste confortanti parole si apre l’ultimo film di Lucio Fulci.
Si comincia con una lenta zoomata verso la capoccia del regista, ripresa dall’alto, sino ad offuscarsi nel centro della sua calvizie. Poi, dopo una dissolvenza, ci appare un tappeto rosso sangue gelatinoso: è un particolare del cervello del regista che pian piano comincia ad essere masticato e maciullato dai denti e dalle unghie d’un gatto.
Ovviamente i chili di cervello sembrano essere veri, mentre il musetto in movimento del felino è penosamente fasullo. Ricorda il giaguaro impagliato di “Apocapyto”, ma la sua presenza fra la carne viva ammassata è molto più insistita. Una metafora un po’ forte, probabilmente l’unica di tutto il film. C’è chi si sarebbe accontentato del titolo, di per sé esplicativo, tanto più che viene ripetuto dalla stessa voce del regista in una sequenza sperduta nel film.
L’idea iniziale non è male. Si parte dalla curiosità più elementare: i registi di film horror sono immuni alla truculenza delle immagini che generano? Riescono a dormirci la notte?
Dapprima Lucio Fulci pare dirci di no. Il lungo elenco di morte che apre il film altro non è che una nuova sceneggiatura che l’anziano regista sta concependo. La nauseante monotematicità sconvolge i pensieri scava affondo sin nell’inconscio che genera poi – altrove: nella quotidianità della vita privata – allucinazioni e incubi ad occhi aperti. L’incipit è interessante, denota un certo impegno che non intende disperdersi nella massa di film di genere.
Il fatto stesso di interpretare da sé il protagonista è una chiara scelta d’intenti. Che presto, ahinoi, si rivelano… sbagliati. Sì perché la trama prosegue in questo modo:
Lucio Fulci, regista di film horror, è ossessionato dalla violenza dei suoi film. La vede ovunque: il suono di una sega elettrica lo manda in delirio, vede sangue ovunque, lo costringe ad uscire di casa dove incontra la sorgente del rumore: un giardiniere malandrino che affetta legna nel pieno centro del paese. Ah, ha delle chiazze di sangue sulla fronte. Ma taglia legna. La reazione di Lucio Fulci imbarazza un po’ lo spettatore: prende un’accetta e scaglia la sua paura su tre barattoli di vernice rossa, che colano imperterriti e ignari di tutto. Il giardiniere, visto l’amico regista completamente esausto con un accetta in mano, anziché preoccuparsi della propria salute domanda “Tutto bene signor Fulci?”. Quest’ultimo, senza manco rispondere, torna in casa traballante. Ma le visioni non sono legate per forza a rimandi emozionali, a volte appaiono del tutto arbitrariamente. Tanto che il buon regista opta per lo psichiatra. Il quale, come tutti i medici ovviamente, è un poco di buono: lo ipnotizza e lo convince che per ogni delitto di cui sentirà anche solo parlare, il povero Lucio penserà di essere l’assassino. In realtà l’omicida è un tale incappucciato di cui ben presto si scopre l’impensabile identità…

(Lucio Fulci)

(Mario Brega)
Oh, cielo. Dunque. Chiarito che l’intento metanarrativo si spegne dopo pochi minuti di film, l’affetto che si prova per il vecchietto protagonista ci frena dal parlarne troppo male. L’abbigliamento innanzitutto è irresistibile: Mario Brega vestito da Investigatopo. Spassosissimo. Solo che, anziché essere inalberato come il Brega verdoniano, appare piuttosto spaesato, teneramente rincitrullito. E così passeggia da un set a Cinecittà, o per la cucina di casa, sempre con quell’aria mogia e pensosa. Poi, tra uno sguardo corrucciato ed uno assonnato, ecco materializzarsi un cadavere, o parti di esso. Un cranio nel microonde, un ammasso di carne decomposta e vermi fanno da sfondo. Ma sarebbe ingiusto parlare di questo film come fosse un’accozzaglia sterile di immagini raccapriccianti. No.
In questo film ci sono anche tette.
Seni di ogni tipo e taglia, pur restando nell’ambito della carnagione chiara occidentale. Si va dalla seconda della ragazza nel letto deflorata da un nazista bevitore di sangue, alla maggiorata nell’auto che si fa leccare da un corpulento e viscido sessantenne. Insomma: il cattivo gusto non è relegato alle scene di sangue, questo è da ammettere. Sarebbe ingiusto sostenere il contrario, perbacco.
Ogni tanto, fra i flashbacks, si contano anche le scene di film precedenti fulciani, tra cui il cammeo di Ria de Simone – che il pubblico ricorderà in La ripetente fa l’occhietto al preside e tanti, tanti, tanti altri – che si limita a cantare da soprano mentre viene schiaffeggiata dal suo uomo. Effettivamente l’estetica di quelle immagini non può non deprimerne l’autore. E infatti Lucio Fulci continua e vaga per le campagne laziali, e, mentre per caso fuma una sigaretta nel cuore della notte sperduto nella nebbia di una boscaglia innominata, ecco un omicidio, poi un altro… omicidi a cui il regista non assiste ma, per stregonerie della scienza moderna, di botto, sa di aver commesso. E utilizzando quale strategia cinematografia l’autore ci comunica i pensieri del protagonista? In che modo ingegnoso riuscirà a farci accorgere di cotante sensazioni? Semplice: il suddetto protagonista dice “Sono stato io”. Guarda per terra e ripete, per ogni omicidio – vale a dire una ventina di volte – quella stessa frase. Umiltà e povertà a volte non sanno essere sinonimi. Non ci si può nascondere dietro un low budget. Non sempre, almeno.
Nell’alternarsi di tette, cervella, vermi, citazioni inaccettabili – la scena della doccia con una bionda pettoruta poi coperta di sangue, il tutto intervallato con primi piani di Mario Brega Investigatopo che ricrea la posa della Medusa del Caravaggio – c’è il nulla. Ma sul serio.
Le allucinazioni fanno parte dell’inconscio, gli omicidi a cui assiste lo spettatore dovrebbero far pensare al reale, il sogno e la veglia, il cinema e la mancanza di fantasia cervellotica della psichiatria… Tra i vari messaggi, i più eclatanti sono due: la violenza dei film in fondo non è contagiosa (il protagonista infatti si consola con una bella infermiera su uno yacht) e gli psichiatri sono dei potenziali assassini. In senso allegorico, ovviamente. Eh già.
Certo è che la ridicolaggine del complesso rende, parzialmente, visibili le sequenze più orripilanti. Che hanno poco dell’incubo: la suspance è praticamente nulla, il loro essere terrificanti ha una sola valenza: sono un’offesa irrimediabile all’intelligenza estetica del cinema.
Regia: Lucio Fulci
Soggetto e Sceneggiatura: Lucio Fulci, Giovanni Simonelli, Antonio Tentori.
Montaggio: Vincenzo Tommasi
Musica: Fabio Frizzi
Interpreti principali: Lucio Fulci, David Thompson, Malisa Londo, Ria de Simone, Adriana Russo, Paul Muller.
Fotografia: Sandro Grossi
Produzione:Executive Cine Tv
Origine: Italia, 1990.
Durata: 90 minuti
Commenti
"Insomma: il cattivo gusto non è relegato alle scene di sangue, questo è da ammettere. Sarebbe ingiusto sostenere il contrario, perbacco."
> ah ah ah
"il cammeo di Ria de Simone - che il pubblico ricorderà in La ripetente fa l'occhietto al preside e tanti, tanti, tanti altri -“"
> aahahahahah
“Certo è che la ridicolaggine del complesso rende, parzialmente, visibili le sequenze più orripilanti. Che hanno poco dell'incubo: la suspance è praticamente nulla, il loro essere terrificanti ha una sola valenza: sono un'offesa irrimediabile all'intelligenza estetica del cinema.”
> ho capito, è un capolavoro. Grazie Luca! Gran lavoro.
Sintetico ma sincero. Non mi andava di aggiungere altro...
Di questo regista ho visto solo "non si sevizia un paperino", che dell'horror aveva poco.
E' un fiasco generalizzato o ha mancato solo questo film?
No, credo che questo sia il livello più basso. E non conosco l'opera per parlare di grande autore. Federico ci dirà di più.
“Ma sarebbe ingiusto parlare di questo film come fosse un'accozzaglia sterile di immagini raccapriccianti. No.
In questo film ci sono anche tette.
Seni di ogni tipo e taglia, pur restando nell'ambito della carnagione chiara occidentale. Si va dalla seconda della ragazza nel letto deflorata da un nazista bevitore di sangue, alla maggiorata nell'auto che si fa leccare da un corpulento e viscido sessantenne. Insomma: il cattivo gusto non è relegato alle scene di sangue, questo è da ammettere. Sarebbe ingiusto sostenere il contrario, perbacco”.
Hai colto nel segno, questo è il vero motivo della pellicola, ciò che la rende un degno trash movie. Ma ricordiamoci anche La pretora, dello stesso Fulci, in cui le tette erano quelle ben più degne di nota della Fenech, e il contesto meno rivoltante;)
Il Fulci peggiore, questo? Mah, forse. e forse no. Ricordiamoci “Il miele del diavolo” e “Aenigma”. Potrei aggiungere, per certi versi, anche “Quando Alice ruppe lo specchio”, ma ha un taglio talmente comico-surreale che può essere spassoso (nonostante le schifezze: cervella, frattaglie…). Secondo me addirittura voluto. Per quanto riguarda “Quando Alice ruppe lo specchio” sono curioso di sapere se l’hai visto, Luca. E che ne pensi. In caso contrario vedilo e poi mi dici (mi piacerebbe avere tuoi commenti su sto film), fammelo come favore personale:)
Del Fulci thriller e horror consiglio due film più uno: “Non si sevizia un paperino”, “Sette note in nero”, e anche “L’aldilà “, che ha un incipit bellissimo, a mio parere.
“Si parte dalla curiosità più elementare: i registi di film horror sono immuni alla truculenza delle immagini che generano?”
Domanda elementare che qualche volta mi sono fatta anch’io.
Per il resto, ’sto film mi dà l’impressione di una schifezza….
Spettacolare, semplicemente spettacolare. Comq mi viene voglia di vederlo, leggendoti. Ma non lo vedrò :D ahahahah
Federico il film non l'ho ancora visto. Appena lo passano in tv, provvederò :).