Fulci Lucio

L'aldilà ...e Tu Vivrai nel Terrore

Autore: 
Fulci Lucio
Regista artigiano di talento, noto ai più come fratellino minore del famoso Dario Argento (non per età, evidentemente: Fulci è del 1927) negli anni dell’horror a go go, Lucio Fulci ha articolato la sua lunga carriera cinematografica attraversando vari generi. Cominciò la carriera come sceneggiatore e aiuto regista di Steno, si cimentò per tutti i Sessanta in commedie che lanciarono il duo Franchi Ingrassia (tra le tante: Le massaggiatrici, Come inguaiammo l’esercito), fino a trovare, a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, la via più congeniale al suo cinema: il thriller / horror. Di notevole fattura, considerando il registro di genere e gli scarsi mezzi a disposizione, Non si sevizia un paperino (con Tomas Milian e Florinda Bolkan), picco creativo del periodo in questione che lo consacrò al thriller, pur per qualche anno abbandonato per dedicarsi all’avventura per bambini (Zanna Bianca, Il ritorno di Zanna Bianca) e allo spaghetti western (I quattro dell’Apocalisse). Fu però con Sette note in nero, ritorno al thriller - migliore incursione nel genere, a mio parere – che arrivò la possibilità di dirigere, con un budget più elevato del solito, nientemeno che il sequel del fortunato Zombie di Romero (Zombie 2). Fu un buon successo di pubblico che sciolse gli ultimi dubbi in merito al genere sul quale il regista si sarebbe dedicato nel prosieguo della carriera: lo splatter-horror. Capostipite dell’ultima parte di carriera di Fulci fu proprio questo L’aldilà (sottotitolo: …e tu vivrai nel terrore), pellicola manifesto del suo cinema irrazionale e truculento, disturbante e visionario, sulla quale al tempo si è abbattuta (e in Italia ancora non si trova la versione integrale) la scure della censura in maniera ancor più funesta di quanto non avvenisse nei suoi stessi sanguinosi lungometraggi. La trama del film, che andrò sinteticamente a tratteggiare, fu solo un pretesto per dar modo al regista – sul modello motivazionale caro ad Argento – di dare sfogo all’ossessione personale tradotta in immagini. Immagini che ancora oggi, a distanza di venticinque anni, mantengono una forza visiva difficilmente riscontrabile nell’accozzaglia di prodotti di genere venuta alla luce nel periodo più grigio del nostro cinema.
 
"...ora affronterai il mare delle tenebre e tutto ciò che in esso vi è di esplorabile..."  
 
Louisiana, 1927. In un albergo dalle fattezze sinistre abita un pittore considerato dalla popolazione uno stregone blasfemo. La folla inferocita andrà a stanarlo nella sua stanza, lo torturerà in maniera crudele e lo murerà vivo. Cinquant’anni dopo l’albergo viene rilevato da Lisa, che l’ha ottenuto in eredità e che è decisa a restaurare la cadente abitazione per riadattarla e modernizzarla per nuovi possibili inquilini. Il terrore si palesa subito, tra morti violente, deliri ossessivi di una ragazza cieca e inquietanti presenze che si manifestano ai malcapitati protagonisti della storia. Eppure Lisa tarda assai a capire l’effettiva pericolosità della situazione in cui si trova, fino a che le incongruenze della vicenda e le inquietanti presenze non si palesano ai suoi occhi. Nel tentativo di venire a capo dell’orrore si imbatte in un libro che esplicita chiaramente i motivi della carneficina in corso: l’albergo in questione, il cui nome poteva risultare effettivamente un po’ sinistro (Hotel SettePorte), sarebbe una delle sette porte dell’inferno sulla terra. Nonostante l’aiuto di un medico, trovatosi per caso tra i protagonisti dell’intreccio, Lisa sprofonda pian piano in una dimensione altra che si fa realtà parallela, quantomai reale, che la conduce, inseguita dai morti viventi, ad oltrepassare la porta dell’inferno. Senza possibilità di ritorno.
 
 
Come dicevamo in sede d’introduzione la trama è quasi priva di senso logico, la sceneggiatura un optional e gli attori ridicoli, ma la visività, l’ossessione per l’immagine che anima Fulci nella costruzione della pellicola, riesce a catturare totalmente l’attenzione dello spettatore interessato. Del resto, gli horror che abbondano in truculenze non hanno mai avuto gran bisogno di sceneggiature credibili, ma se al contrario è carente l’estro visivo manca tutto, o quasi. Da questo punto vista Fulci ipnotizza lo spettatore con un incipit da favola, tutto giocato sui contrasti di luce in bianco e nero, evocando atmosfere gotiche di notevole impatto emotivo. L’incipit (una decina di minuti scarsi), è bene evidenziarlo, è la parte migliore dell’opera in questione, la quale diventa da subito inorganica e irrazionale, perdendo il filo e la congruenza narrativa prima della metà del percorso. In compenso il sangue abbonda, gli effetti non sono affatto male e la regia di Fulci ispirata, con una particolare propensione per il dettaglio sugli occhi e per i primi piani. Certo l’idea degli Zombie è del tutto fuori luogo (arrivano nel finale), ma Fulci stesso spiegò che si trattò di un’imposizione del possibile distributore tedesco, beffardamente defilatosi una volta che l’opera fu portata a termine.
 
Una volta arrivati a conclusione della visione molti interrogativi resteranno senza risposta e, probabilmente, ad alcuni di voi verrà voglia di scervellarsi un po’ sui motivi simbolici disseminati qua e là per la pellicola. A questo proposito un consiglio: non vi affannate, lasciate stare. Non c’è nulla da trovare di diverso rispetto a ciò che il regista ci mostra, un elogio della morte e dell’esecuzione fantasiosa, un tripudio splatter fine a se stesso, per un “godimento” di pancia tutto immediato. Inutile girarci intorno, se non siete amanti dell’horror questo film non è per voi. Se invece siete amanti di cinema e di citazionismo cinematografico troverete rimandi evidenti agli horror gotici argentiani (e non solo quelli) che immediatamente precedono quest’opera: la chiusura dell’incipit sul primo piano delle fiamme è  pressoché identica all’ultimo quadro (quello in cui scorrono i titoli di coda) di Inferno. Sempre da Inferno (film con il quale condivide lo stesso effettista - vedere credits) attinge certamente l’idea della dimora del male (La madre delle Tenebre, per la quale era stata edificata la dimora a più stanze). Stesso discorso vale per Suspiria e la dimora-collegio della Madre dei sospiri.  

Lucio Fulci morì all’inizio dei Novanta, poco prima che proprio Dario Argento gli affidasse la regia di M.D.C. maschera di cera (horror trascurabile), passata poi all’effettista Stivaletti. Oggi il suo cinema – come spesso accade post mortem – è stato rivalutato dalla “critica illuminata”, forse perché sdoganato da Quentin Tarantino, il quale ha trovato, nel costruire le sue note opere, forte ispirazione nella visività dei film del nostro. Tarantino è stato folgorato, a suo tempo, da Sette note in nero, a conti fatti il film che vi consiglio (unitamente a Non si sevizia un paperino) se volete imbattervi in questa cinematografia di frontiera, certamente da riscoprire. 

Regia: Lucio Fulci. Soggetto: Dardano Sacchetti. Sceneggiatura: Dardano Sacchetti, Giorgio Mariuzzo, Lucio Fulci. Direttore della fotografia: Sergio Salvati. Scenografia e costumi: Massimo Lentini. Montaggio: Vincenzo Tomassi. Interpreti principali: Katherine MacColl, David Worbeck, Cinzia Monreale, Antoine Saint-John, Veronica Lazar, Anthony Flees, Giovanni De Nava, Al Cliver, Michele Mirabella. Effetti speciali: Germano Natali. Musica originale: Fabio Frizzi. Produzione: Fabrizio De Angelis per FULVIA FILM SRL. Altri titoli: “The Beyond”, “Seventh Doors of Death”. Origine: Italia, 1981. Durata: 87 minuti.
 
Approfondimenti in rete: www.luciofulci.altervista.org

Léon, febbraio 2007.

 

ISBN/EAN: 
8032442203734

Commenti

Si parlava di artisti di nicchia. Non so se lo riconoscete come artista, ma di nicchia lo è certamente;)

Ma dai, fico! Ce l'avevi li a portata?

Siccome io mi impicco, se mi ordini una copia e te lo pago poi?

Dovrebbe bastare ordinarla sul sito del Foglio, aspetta.

http://www.ilfoglioletterario.it/filmare.htm

risparmi sicuramente rispetto a IBS;)

(no io non ce l'ho, l'argomento mi interessa in maniera molto laterale - ma ho memorizzato Lupi come studioso di Fulci, tra le altre cose, ed ecco qua;) )

Ok, Grazie mille (so che non è il tuo genere).

Ora che ci penso ho "Profondo Rosso" a pochi passi da casa. Lo compro li, ho letto sul sito che ci dovrebbe essere.

Ho sempre avuto un atteggiamento irrispettoso verso questo film. Non l'ho visto interamente e quindi non mi sbilancio, ma quel che ricordo sono trash e grasse risate (il titolo è degno dei peggior "Sartana"). Però rispetto il tuo approccio al film e non mi sbilancio, cullandomi nella mancata visione integrale.

(ricordo Mirabella però... dio quante risate!)

(ti prego di aggiungere ": l'aldilà" al titolo...)

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