I DOLORI DEL “BORO PARIOLINO”
La prima sensazione, uscendo dalla sala, è presto definita: imbarazzo. L’idea che un film del genere abbia ottenuto finanziamenti statali perché giudicato “di interesse nazionale” è quantomeno raccapricciante: ma non stupisce, considerando quale sia il governo che ha avuto il coraggio di valutare “d’interesse nazionale” una storia di mortale stupidità e allucinante idiozia alto-borghese come questa. Fosse questa l’unica malefatta…
Si tratta del primo lungometraggio di Luca Lucini, tratto da un libro che, previa circolazione underground negli annoiati ambienti pariolini, è stato pubblicato da Feltrinelli (impensabile? Un tempo. Rinnegarsi è facile).
È una pellicola artefatta, sciatta e trasandata: capace di massacrare, nella colonna sonora, gruppi di tutto rispetto come i Lamb e i Grandaddy, accostati a Tiziano Ferro e a Le Vibrazioni. Capace di ridicolizzare le radio, perché i collegamenti tra una scena e l’altra poggiano sull’intervento d’una patetica e intossicante voce d’un deejay che – oltre a nauseare per via d’un ridicolo accento milanese che pare vagamente fuori luogo per il contesto della storia – infila una memorabile sequenza di banalità, ovvietà e idiozie allo stato puro: facendo un po’ il verso alla già deprecabile tendenza di certi speaker delle radio commerciali e ai “vee-jay” di certe televisioni di stampo stars & stripes – che ormai, vale la pena forse ribadirlo, sembrano ambire ad atrofizzare il cervello degli adolescenti.
“Tre metri sopra il cielo” meritava di circolare nell’ambiente che l’aveva originato, cui continua ad appartenere: quello dei boriosi figli di papà che infestano una piccola parte della città di Roma. Il film ha lo stesso “interesse nazionale” della spazzatura delle serie di “motorini, jeans e maglietta” di Nino D’Angelo: si tratta di opere uccidi-cervello che testimoniano e confermano il degrado dell’intelligenza e il coma profondo dell’immaginazione di un popolo.
La trama è presto sintetizzata: Step (Riccardo Scamarcio) è un giovane “boro pariolino” (la parola gergale “boro” ha una pregnanza più deteriore di “coatto”: il boro non diverte neppure, stomaca) che, godendo degli illimitati finanziamenti del ricco papà, si diletta di corse in moto e di atti di teppismo. Il giovane pariolino ha picchiato a sangue, anni prima, l’amante della mamma: da allora, nonostante abbia misteriosamente (ma non troppo) evitato il carcere, ha deciso di vivere al di sopra della legge, del bene e del male: del resto, ha il denaro per permetterselo. E così, tra scazzottate, risse, intimidazioni, invasioni e distruzioni delle case degli altri pariolini nelle feste, minacce e piccole violenze al gentil sesso, il giovane boro si gode la sua esistenza. Torna a casa quando vuole, nessuno può dargli ordini.
A casa lo attende il fratello maggiore, manager rampante, rispettoso dell’autorità paterna ma vagamente intossicato dalla sua dedizione al lavoro.
Step e i suoi amichetti (non tutti ricchi & dannati come lui: c’è il caso umano proveniente dalle periferie, presentato – ovviamente – come un mostro, povero, ladro e farabutto, e l’altro caso umano delle periferie raccontato con la pietà che si riserva agli infelici e ai disadattati, il povero “Pollo” – manco a dirlo) si dilettano di corse in moto: da veri bori, hanno deciso di scimmiottare la più rivoltante immagine catodica della gioventù americana e, trasportando una “groupie” sul sellino, sfidano la morte impennando. Ah, che meraviglia! Le famose “pinne”, così si chiamano da queste parti, non potevano mancare.
In questo scenario, in cui si fatica a evitare la tentazione di tapparsi le orecchie ad ogni passaggio del “Dj Bus” e si stenta a trovare una ragione di simpatia nel ricco teppistello e nel suo gruppo di amici, si inseriscono delle figure femminili. Una di loro, Babi (da reggersi la pancia), figlia d’una famigliola in grado di definire, sportivamente, “donazioni” delle marchette pagate alla scuola privata per impedire la sua sospensione, una sorellina adolescente che sembra lo stampino delle adolescenti da “Cioè” (esiste ancora?), ricca e belloccia (ma senza l’ombra d’una personalità), fa inevitabilmente centro nel ruvido cuore del boro pariolino: non può redimerlo (del resto, non saprebbe quali alternative esistenziali proporgli), non sa strapparlo dalla sua cricca di teppisti, sembra essere sedotta dalla sua indole violenta (un post-fascista? Neppure. Non c’è traccia di politica) e muore dalla voglia di perdere la verginità con lui. Accadrà, siatene certi.
La dolce Babi testimonierà il falso in un processo (per evitare il sole a strisce all’indomito Step, che ha rotto il naso a un signore “accidentalmente”), si godrà l’esperienza da “groupie”, cambierà un discreto numero di abiti (come cantavano i Depeche Mode, “Princess D. is wearing a new dress”), farà scivolare via gli slip in un paio di circostanze, amerà Step e poi, finalmente annoiata, passerà ad altro compagno.
Questo film voleva cantare l’adolescenza ed essere l’elegia della “prima volta”. Riesce solo a nauseare per la falsità che si respira dal principio alla fine; per la tenace idolatria d’un mondo di individui spesso ingiustamente fortunati, che non può riscuotere simpatie; per l’aberrante pochezza della trama e per l’intellettualmente squalificante profilo dei personaggi.
Un aspetto, però, si rivelerà miracolosamente utile: far circolare questo film nelle periferie romane aprirà gli occhi alle nuove leve a proposito dell’intelligenza e dello spirito dei cosiddetti pariolini.
Extra moenia, “Tre metri sopra il cielo” è semplicemente spazzatura, e neppure troppo decifrabile.
Morale della favola: se questo è cinema, Muccino è un genio e perfino la grottesca Caterina di Virzì merita d’essere rivalutata, per lo “spessore” della rappresentazione delle “analogie ambientali”.
Questo film è un insulto alla povertà, e un’aggressione all’intelligenza.
Degno della damnatio memoriae.
Lankelot, G.Franchi. Aprile del 2004. Prima pubb: Lankelot.com
Regia: Luca Lucini. Sceneggiatura: Teresa Ciabatti, Federico Moccia. Tratto da un romanzo di: Federico Moccia.
Direttore della fotografia: Manfredo Archinto.
Montaggio: Fabrizio Rossetti.
Interpreti principali: Riccardo Scamarcio, Mauro Meconi, Maria Chiara Augenti, Katy Louise Sanders.
Musica originale: Francesco De Luca, Alessandro Forti.
Produzione: Cattleya, con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Origine: Italia, 2003.
Durata: 101 minuti.
Info Internet: Sito Ufficiale.
Recensioni in rete: Gli Spietati
Commenti
Dio fulmini Moccia, epigoni e traduttori cinematografici. Artigianato grossolano di merda.
Il film non l'ho visto, il libro non l'ho letto, e non farò mai nessuna delle due cose, naturalmente. Mi chiedo, com'è sei andato addirittura al cinema a vederlo?
Un solo appunto, che poi appunto non è, ma ci tengo a dirlo: il centrosinistra ha finanziato opere "altrettanto degne" e in misura maggiore del centrodestra. Quindi non è questione di livello culturale, ma dei soliti amici degli amici degli amici...
via così,alla grande!!!!! :-)
:).
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Buona domanda. Sono andato al cinema a vederlo per via della persona con cui uscivo quella sera, era stata una sua richiesta.
Buono anche l'appunto, condivido.
Sai perchè mi fanno rodere gli sperperi per queste "opere"? Perchè hanno contribuito in maniera decisiva ai recenti tagli al finanziamento del cinema italiano.
Però, è giusto ammettere che ci dovrebbero essere commissioni giudicanti che valutino solo ed esclusivamente il valore artistico, culturale, pedagogico ed educativo di un film. Ma avverrà mai nel nostro belpaese? Io non credo.
Tra qualche generazione, forse.
Sbagliamo tutto: se qualcosa, qualcuno ha successo ed è ottuso ci dobbiamo solo chiedere perché e non continuare ad attaccarlo. Siamo d'accordo, è sbagliato, è fastidioso, superato, antiprogressista, antievoluzionista ma... il 'pubblico', la 'gente' lo apprezza lo vuole e lo cerca, non possiamo richiedere delle commissioni ma dobbiamo lavorare e capire, dobbiamo mettere tutti nelle condizioni di scrivere e fare film, il successo è un segno del tempo e cercare di fermarlo è sbagliato.
Noi siamo un pochino diversi dalla maggioranza, sappiamo scegliere un po' di più, sappiano discernere, per noi ragioneremo in un modo ma non possiamo applicare i nostri 'schemi' a tutti.
'Arancia meccanica': ho letto il romanzo molto tempo fa, con grande difficoltà (se qualcuno l'ha avuto in mano saprà di che parlo, MALEDETTI NEOLOGISMI!!!) e adesso voglio chiedervi, da avvocato del diavolo (o dal ragazzo di un avvocato... di un diavolo... mah) al di là del tema della libertà individuale - che è evidente scavi una voragine tra sé e... quest'altra cosa -, che cosa distingue i 2 antieroi negativi? Perché è più 'accettabile' Alex?
Consiglio la visione di "Cattive ragazze" della nota regista Marina Ripa di Meana. Eccellente emetico. E'uno degli esempi più agghiaccianti di sperpero di denaro pubblico in periodo craxiano.
Corsi e ricorsi storici.