Tre nomi per presentare il film.
Daniele Luchetti è il regista di questa pellicola coraggiosa e demistificatoria, il suo maestro Nanni Moretti interpreta un politico emergente prepotente e arruffone, Silvio Orlando è un giovane ghostwriter, catapultato in un sistema corrotto ed eticamente degradante, che tenta di sfuggire all’altrimenti inevitabile intossicazione. “Il Portaborse” è un film intelligente, tristemente profetico e terribilmente scomodo: dubito che nel 1991 si potesse pensare all’odierno collasso berlusconiano, all’epoca era opportuno denunciare certi atteggiamenti di certa classe politica per rappresentare il malessere e la nausea che attanagliavano il popolo, e contribuire a combattere vezzi, corruzione e malcostumi. La sfiducia nella classe politica esplode in quegli anni: nessuno, nessuno davvero poteva immaginare un governo composto da un esercito di “Ministro Botero”, soltanto dieci anni dopo il film. Non rimane dunque che aver fede negli onesti portaborse, oggi più di allora?
Troppo poco: se così fosse, non c’è scampo neppure per le illusioni.
Un film che spezza ogni speranza: nessuno detronizza il Ministro Botero, a chi gli si oppone non resta che un dignitosissimo isolamento.
Luciano (Silvio Orlando) è un professore pieno di passione per l’insegnamento e d’amore per la Letteratura: costretto a vivere separato dalla compagna (Angela Finocchiaro), una cattedra assegnata a Bergamo, arrotonda i magri introiti derivati dalla sua attività scrivendo romanzi per uno scrittore che ha perduto ogni ispirazione. Giunto alla terza pubblicazione “in nero”, viene segnalato allo staff del rampantissimo Ministro Botero (Nanni Moretti), uomo che si vanta d’aver letto con grande attenzione prefazioni, indici e quarte di copertina senza aver mai terminato un libro, e dunque ha un disperato bisogno d’un’eminenza grigia che ragioni in sua vece (o d’un ventriloquo, dipende dai punti di vista).
Luciano è accecato dalla sua stessa buona fede e dal suo entusiasmo: così, pur riluttante all’idea di distaccarsi dai suoi allievi a poche settimane dalla Maturità, abbandona il suo incarico di docente per sostenere il Ministro nella incombente (e inattesa) campagna elettorale. Poco a poco, s’accorge che l’arroganza e l’ignoranza del suo generosissimo “benefattore” nascondono un marciume imbarazzante: un’elezione irregolare, un complesso sistema di scambio di voti, una trasparente dedizione alle tangenti, un viziosissimo circolo nepotistico e clientelare s’accompagnano alla spietatezza nei confronti degli antichi collaboratori, alla risolutezza e all’ambizione senza scrupoli in ambito politico, ad un cinismo almeno ributtante.
Luciano ha ricevuto favori e fortune: il trasferimento della sua compagna a Roma, una macchina di lusso, ricchi biglietti da cinquantamila elargiti con indifferenza e superiorità dagli scherani del Ministro e via discorrendo. È combattuto: opporsi al Ministro significherà perdere ogni vantaggio, e ritrovarsi più povero e isolato che in passato; opporsi al Ministro significherà però mantenere dignità e rispettare la propria coscienza.
Il conflitto interiore del piccolo e antieroico professore è ben incarnato dall’efficacissima interpretazione di Silvio Orlando: l’esito è quello che ogni uomo onesto s’auspica. Ma non è, come si poteva prevedere, immune da una malinconia micidiale.
Appunti.
Luchetti ha il coraggio di non regalare, come si accennava, un lieto fine a una vicenda così stomacante e così crudamente realistica: Botero trionfa alle elezioni e il suo ormai ex portaborse si ritrova a sprofondare nell’amarezza e nella disillusione più cupa. Nessuno può nascondere l’evidenza: da odiosi individui come il Ministro interpretato dal grande Moretti siamo oggi circondati, a umilianti prevaricazioni e a prepotenze di vario genere assistiamo pressoché quotidianamente: leggi “padronali”, piogge di condoni, controllo totali(tario)zzante dei media. La differenza con quel che accadeva nel 1991 è che oggi è sopraggiunta una sinistra spregiudicatezza: non si nasconde (quasi) più nulla, si va allegramente a esibire qualunque sopruso e si ostenta ogni sopraffazione, all’insegna di una straziante “poetica del paraculo” che tutto può e tutto decide.
In fin dei conti, viviamo in un decennio che ha visto erigere statue a Bettino Craxi in qualche sperduta provincia italiota: al peggio, insegna Moretti, non c’è mai fine. E allora continuiamo così, facciamoci del male.
Un’avvertenza: interiorizzare questo film, sentir crescere dentro di sé il malessere per il degrado della vita politica nel nostro Paese e non scendere in piazza per manifestare è una contraddizione imperdonabile. Piazze, bar, mercati, salotti: ovunque siate, dibattete, dialogate, prendete coscienza, informate chi vuole tenersi distante da ciò che sta accadendo e siate difensori della democrazia, della libertà d’ogni cittadino, dell’uguaglianza d’ogni cittadino di fronte alla legge. Di Botero ne nasceranno sempre più: sembrano riprodursi come gremlins, se m’è concessa una battuta. Nessuno può restare indifferente, non più, non ora.
Complimenti a chi ha avuto il coraggio e l’onestà di girare e interpretare un film del genere: non è un capolavoro, e spiace ammetterlo, ma vale più d’un capolavoro per lo spirito di denuncia che lo anima, e lo rende unico.
Regia: Daniele Luchetti. Soggetto: Franco Bernini, Angelo Pasquini. Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli. Direttore della fotografia: Alessandro Pesci. Montaggio: Mirco Garrone. Interpreti principali: Nanni Moretti, Silvio Orlando, Angela Finocchiaro, Giulio Brogi, Anne Roussel. Musica originale: Dario Lucantoni.
Produzione: Angelo Barbagallo, Nanni Moretti.
Origine: Italia, 1991.
Durata: 92 minuti.
Info Internet: Nanni Moretti Home Page.
Lankelot Franchi, ottobre del 2003
Commenti
Un?avvertenza: interiorizzare questo film, sentir crescere dentro di sé il malessere per il degrado della vita politica nel nostro Paese e non scendere in piazza per manifestare è una contraddizione imperdonabile.
"Complimenti a chi ha avuto il coraggio e l?onestà di girare e interpretare un film del genere: non è un capolavoro, e spiace ammetterlo, ma vale più d?un capolavoro per lo spirito di denuncia che lo anima, e lo rende unico. " ecco la chiusa te la sottoscrivo, e ricordo (ed ho interiorizzato bene un film che non mid eceva cose nuove). Una certa diffidenza verso l'ultimo Moretti in particolare mi lascia assai tignoso nel giudicare esteticamente, senza per questo, come hai fatto benissimo tu, voler sottovalutare o non lanciare un grido d'allarme circa il contenuto.
"Il conflitto interiore del piccolo e antieroico professore è ben incarnato dall?efficacissima interpretazione di Silvio Orlando: l?esito è quello che ogni uomo onesto s?auspica. Ma non è, come si poteva prevedere, immune da una malinconia micidiale."
Ho apprezzato molto Orlando in questo film, specie nel finale :-)
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"La differenza con quel che accadeva nel 1991 è che oggi è sopraggiunta una sinistra spregiudicatezza: non si nasconde (quasi) più nulla,"
Già, che altro dire? Non posso che concordare con il tuo parere.
"Complimenti a chi ha avuto il coraggio e l?onestà di girare e interpretare un film del genere: non è un capolavoro, e spiace ammetterlo, ma vale più d?un capolavoro per lo spirito di denuncia che lo anima, e lo rende unico".
Vero. Sì, il regista è stato davvero coraggioso a stigmatizzare un tema vecchio ma sempre attuale come la corruzione politica del nostro paese, utilizzando l'anima candida di un professorino di provincia. Perfetto Nanni Moretti nel ruolo dell'odioso ministro: flemmatico, serioso, viscido, arrogante senza volersi sporcare le mani, è lo specchio perfetto di una classe politica che proprio quando usciva il film stava per essere travolta da noti scandali.
Un applauso a Orlando, per me, uno dei più bravi attori italiani.
Raffaella
Lucchetti è un regista mediocre, ma questo film non è malaccio, anche se, come lasci intendere, non proprio memorabile. Il tema è interessante, ma i personaggi, a mio modesto avviso, non sono molto credibili (non ho trovato memorabili le prove di Moretti e Orlando, ne come sono stati caratterizzati). Però, lasciami dire, Franco, quella per Berlusconi è proprio un'ossessione. Nei tuoi pezzi sta spesso in mezzo come il prezzemolo. Mi limito a un consiglio, se nel futuro ti ributterai in qualche rensione: lascia perdere, stona, il pezzo ci perde. sempre.
5. E' lui che stona nella democrazia, e in una Repubblica parlamentare. Prima si leva dalla politica e torna a fare l'imprenditore - affrontando, come ciascuno di noi, i relativi problemi con la legge - meglio è. Preferisco che i miei pezzi ci perdano, ma che la denuncia dell'anomalia antidemocratica non scompaia; col peso maggiore che viene dalla mia appartenenza, ormai solo ideale, a un'area che lui giudica, bontà sua, "alleata" o "di sua proprietà".
2., 3., 4. > il discorso sul contenuto - mai come in questo caso - assume un'importanza semplicemente preponderante. E opportuno sempre più, a maggior ragione in tempi di scollamento dalla Res Publica, rifletterci su e cercare di testimoniare ogni tipo di sentimento e sensazione in proposito. Grazie ragazzi.
6 - si, certamente, il discorso è chiaro è sempre il medesimo, mi sorprendevo solo di trovarlo spesso citato nei tuoi pezzi. Sai, io sono sempre stato convinto che, in qualsiasi contesto, più si parla di un personaggio e più si ottiene l'effetto contrario se lo si vuol demonizzare. L'arma migliore è sempre l'indifferenza, l'oblio. O, almeno, io mi son sempre regolato cosi con i miei nemici. E lo si evince spesso da ciò che scrivo, facci caso... Berlusconi, chi?
Questo è un pezzo dell'ottobre del 2003: purtroppo, pieno governo forzista. Come si poteva glissare?
(purtroppo c'è poco da demonizzare. C'è da denunciare, stigmatizzare, ribadire, rivendicare. Giustizia).