Liberamente ispirato a I mignotti – Vite vendute e storie vissute di prostituti e gigolò (Marenero, 2002) e Pornocuore – Sogni e desideri segreti di giovani omosessuali (Coniglio, 2005), due libri inchiesta firmati in coppia da Antonio Veneziani e Riccardo Reim, Altromondo è un’opera a metà tra il documentario e il film inchiesta, che si snoda in maniera coerente ma assai monocorde e ridondante dal punto di vista visivo, immaginando una consequenzialità narrativa che segue un iter crescente, dal sesso più degradato e degradante ai sogni d’amore puri ma difficilmente raggiungibili in una società che – è l’assunto principe del film – è ancora lontana dal riconoscere i giusti diritti alle coppie gay. È logico pensare che la prima parte del film, quella più dura e disturbante, attinga a piene mani da I mignotti, e che la seconda parte, quella più incline ad indagare i rapporti di coppia, prenda spunto da Pornocuore. Le opere di Reim e Veneziani, realizzate in prima battuta per Castelvecchi sul finire degli anni Novanta, hanno subito negli anni immediatamente successivi degli aggiornamenti, dovuti sicuramente all’ingresso del tema dei diritti degli omosessuali nell’agenda politica, così suscitando l’interesse dei produttori e del regista, Fabiomassimo Lozzi, il quale dichiarò che “ Realizzare questo progetto è stato una sfida contro tutte le convenzioni: quelle della produzione cinematografica italiana che non promuove opere anticonvenzionali, di sperimentazione; ma anche contro quelle della società e della cultura del nostro paese. Abbiamo cercato di dare una voce e un volto a tante realtà silenziose, nascoste e troppo spesso ignorate. Il film infatti è anche un documento di denuncia, dedicato a tutte le vittime della violenza omofobica che ancora persiste in Italia ”.
Peccato che a tali dichiarazioni, altisonanti e pretenziose, non siano seguiti i fatti, o quanto meno non siano seguiti come era immaginabile, perché la pellicola è, soprattutto nei contenuti, colma di cliché, di situazioni convenzionali e di stereotipi del mondo gay – e per fortuna che l’ha voluto intitolare Altromondo… - che ormai non conosce, almeno per curiosità di cronaca, solo chi vive davvero in un altro mondo. Il campionario che ci srotola davanti Lozzi passa dal dalla prostituzione ai degradanti incontri in bagni pubblici o nei parchi, dal sadomaso con le sue infinite variabili (i giochini, peraltro assai pericolosi, “master & slave”) ai vecchi “sempre in tiro” che impazziscono sui fondoschiena e i bassoventre dei ragazzini, fino ad evocare l’immancabile naziskin che ci racconta di aver “punito” con un tubo a gettito d’acqua bollente ficcato nel culo una checca di colore che l’aveva contattato perché eccitato dell’idea di farlo con un nazi. A questa umanità reietta e dimenticata, fa seguito quella più sicura di sé perché facoltosa – pago e quindi ottengo anche l’amore: è il caso di un napoletano con un muratore – e quella che ha avuto problemi seri nell’esser accettata dalla famiglia. Più ci si avvicina all’epilogo, più si spalancano pagine da libro Cuore: chi ha dei genitori fantastici e comprensivi, chi immagina d’esser mantenuto ballando al ritmo di Madonna, chi sogna il principe azzurro, fino a concludere nell’ideologico, nell’ortodossia pura: l’amore omosessuale non è solo più sensuale nel suo impareggiabile groviglio dei corpi, non è solo più dionisiaco – perché le “pompe” come te le fa un uomo non te le fa certo una donna -, ma è anche più animico e spirituale, pur mantenendosi laico che più laico non si può.

Questo è quanto, pur nell’indubbia ricerca di creare una pellicola che, quanto meno dal punto di vista estetico, volesse sganciarsi sia dal puro documentario che dall’opera di totale finzione. Girato su una lunga, snervante e ripetitiva sequenza di monologhi e conseguenti primi piani, contrappuntato da una musica spesso ingombrante e con poche variazioni di tono, Altromondo a volte riesce a raggiungere l’opposto rispetto agli auspici sbandierati dal regista: per larga parte della sua durata non fa un buon servizio agli omosessuali, e non riesce nemmeno a sostanziare questa decantata magia di un mondo al margine che, a ben guardare, tanto marginale non lo è più. Si chiude infatti evocando i PACS dopo aver immancabilmente – sia in apertura che in chiusura – stigmatizzato negativamente le parole di Ratzinger (l’omosessualità come devianza pericolosa), a giusta ragione ma con una eccessiva enfasi retorica. Ultima nota per i tantissimi giovani attori che prestano il loro volto al film, non tutti calati nel ruolo e in molti sopra le righe, per evidente ma discutibile scelta di regia.
Commenti
neo-fede!
neo-fede!
Eh si, un film ispirato a
Eh si, un film ispirato a testi scritti da due amici a te molto cari;) Ma credo non renda un buon servizio ai testi, che a questo punto sono curioso di leggere.
mi spiace non averne copia a
mi spiace non averne copia a casa, altrimenti te li avrei passati io;)
Fa nulla, magari troverò il
Fa nulla, magari troverò il mondo di rimediarli ugualmente.
il film non l'ho visto né ne
il film non l'ho visto né ne avevo sentito parlare prima. in ogni caso l'analisi di Federico mi fa pensare che non sia, come dire, imprescindibile. m'incuriosiscono invece i due testi di partenza, soprattutto dopo aver incrociato il Maestro Veneziani in quel di Roma grazie all'intercessione di Gianfranco. il dramma del mondo LGBT è che incappa troppo spesso in una rappresentazione, una narrazione di sé da altromondo, quando invece sarebbe ora che tutti capissero che siamo sulla stessa barca. se si abbassassero i toni e si usasse di più la ragione e il linguaggio del civismo, forse anche in Italia non si parlerebbe più di "altri diritti". è anche vero che dinanzi al muro di gomma delle alte sfere vaticane e di chi, in parlamento, si genuflette ogni due per tre, non servono a nulla nemmeno i discorsi seri e posati.
"il dramma del mondo LGBT è
"il dramma del mondo LGBT è che incappa troppo spesso in una rappresentazione, una narrazione di sé da altromondo, quando invece sarebbe ora che tutti capissero che siamo sulla stessa barca. se si abbassassero i toni e si usasse di più la ragione e il linguaggio del civismo, forse anche in Italia non si parlerebbe più di "altri diritti". è anche vero che dinanzi al muro di gomma delle alte sfere vaticane e di chi, in parlamento, si genuflette ogni due per tre, non servono a nulla nemmeno i discorsi seri e posati".
Mi sento di sottoscrivere totalmente queste parole di Simone. Perchè non valorizzare per davvero la diversità, invece di fare sempre rappresentazioni così stereotipate? Per il resto, confermo: film trascurabile, e curiosità per le inchieste di Veneziani e Reim.
se ti - vi - va di scriverne,
se ti - vi - va di scriverne, ci fate un grosso regalo: sono tra i (pochi) libri che ci mancano per completare l'opera omnia della veneziani e della reim...
Se li trovo volentieri,
Se li trovo volentieri, almeno uno dei due. Li cercherò, del resto sono stati ristampati e ampliati pochi anni fa, non dovrebbe essere una ricerca impossibile.
Sarebbe il caso di smetterla
Sarebbe il caso di smetterla di dire che la colpa della 'nostra' situazione è anche del Vaticano. Ma sì certo, l'impresentabile parrucconismo della gerarchia ecclesiastica, di per sé, è sufficiente a reprimere qualsivolgia tentazione audace della vita. Ma basta però! Fatevi un giro nei locali o nelle sedi ormai 'istituite ed istituzionalizzate' del vivere gayo. Non mi pare che il sentir cattolico c'entri (nel senso di entrarci e d'influenzare gli animi): la vita omo si svolge noiosamente tra riti funebri e cliché da cinematografia holliwoodiana. Uscito da questo consorzio del vivere mondano, il povero cristo si ritrova con tutti i suoi problemi e i diritti che non ci sono. Ma se lo stesso povero cristo mettesse, nella vita di tutti i giorni, un 'filino' dell'impegno che mette nel muovere il culo, forse le cose cambierebbero. E di molto.
Diamo sì la colpa al Vaticano (ma che gli americani hanno il Vaticano in casa? no, eppure se si leggono storie omosessuali o si vedono film in cui la situazione non è migliore o peggiore del nostro amato paese. Anche quando si chatta con 'omo' olandesi o austriaci o tedeschi c'è chi non si mostra e ha paura di esporsi), ma diamo la colpa anche a noi stessi (mi ci metto anche io, anche se, essendo 'frocio moderno' come anche sottilmente enunciato, in tempi scorsi, dall'estensore dell'articolo in questione, la mia posizione rispetto alle problematiche è anni luce avanti). Ma diamo la colpa anche a pubblicazioni come quelle di Veneziani e Reim (mi assumo tutte le responsabilità, anche se sono amici del Franchi) che in anni passati avevano l'allure del maledettismo di strada, ora rappresentano solo l'ancieme regime della condizione sessuale (e dico sessuale e non omosessuale).
Il consiglio che posso dare a Simone e allo stesso Leon è che non perdano tempo a ritrovare vecchi libri ammuffiti... c'è tanto altro da fare e leggere.
Probabilmente hai ragione,
Probabilmente hai ragione, Alfredo. Non vivendo questa condizione io posso solo supporre, e guardare da fuori - e dunque valutare e commentare secondo la mia personalissima ottica, che ti assicuro essere sul tema molto libera e aperta ma evidentemente non partecipe come può esserlo quella tua o di Simone. Delle opere di Veneziani e di Reim mi incuriosiva capire che taglio avessero, più che altro.