UNA GENERAZIONE SULL’ORLO D’UNA CRISI DI NERVI.
Disorientati, dimentichi delle ideologie e orfani di significati e di sensi, i giovani dissociati rappresentati da Richard Lowenstein possono ambire a essere ritratto e paradigma d’una generazione sull’orlo d’una crisi di nervi. Incapaci di superare una linea d’ombra che in fondo non riescono neppure a riconoscere, disperatamente in cerca d’un’identità continuamente negata dalla precarietà e dalla caducità dei ruoli di volta in volta assunti nella società, vagano, in una confusione che sembra insolubile. Non si capisce neppure se l’idea di condividere un appartamento derivi esclusivamente da problemi economici: perché a tratti si ha l’impressione che la scelta sia originata da un irrisolto desiderio non di comunicazione, ma di comprensione.
Desiderio puntualmente, o quasi, frustrato. Si tende alla sovrapposizione dei monologhi, le parole degli altri non raccolgono quasi mai risposte: non s’infrangono su una qualsiasi opposizione, però; peggio ancora, scivolano via. Indifferenti.
Allora, prima di sintetizzare e dettagliare, per quanto possibile, la trama del film, vale la pena suggerire e segnalare “E morì con un felafel in mano” come emblema d’uno stato di disorientamento e insofferenza che, “miracolosamente”, accomuna le nuove generazioni occidentali. Non ha più eccessiva importanza il contesto: queste vicende, ambientate tra Brisbane, Melbourne e Sidney, possono pacificamente corrispondere a quelle di un giovane europeo o di un giovane statunitense. Condividiamo conoscenze e riferimenti letterari, musicali e cinematografici: si fatica a distinguere elementi “etnici” o almeno peculiari della patria d’origine di questo film.
In compenso, la familiarità con il disagio, il male di vivere e il disordine è innegabile. Bisognerà prendere atto definitivamente, prima o poi, che questa è una generazione sempre meno “x”, e sempre più segnata invece dall’assenza e (serve ripetere la parola chiave) dal disorientamento. Credo che mai come in questo periodo si avverta la necessità, detto in altre e più povere parole, di avere qualcosa di nuovo in cui credere: nuovo respiro, autentica rigenerazione. Houellebecq suggerisce una “nuova metafisica”. Altrove si auspica una “nuova ideologia”. Mentre intellettuali e statisti si baloccano in cerca di nuove e più credibili illusioni da dispensare con la consueta generosità al cittadino- consumatore, sembra che solo i sogni siano rimasti a dominare e vivacizzare le nostre menti. Nei sogni, forse, si nasconde la chiave d’accesso alla liberazione da questo micidiale malessere. Tornando definitivamente in ambito cinematografico, un’originale verità è stata raccontata, a questo proposito, da Richard Linklater in “Waking Life”. Sta a noi prenderne coscienza.
TRAMA.
La storia ha inizio con una morte. Seduto sul divano, di fronte alla televisione, con un felafel (piatto mediorientale a base di verdure e salsa di yogurt, d’aspetto simile all’involtino) in mano, un ragazzo muore. Danny (Noah Taylor, recentemente apprezzato in “Vanilla Sky” e “Shine”), è il primo ad accorgersene. Resta impietrito.
La narrazione recede fino a nove mesi prima. Brisbane: Danny è uno scrittore disoccupato, indebitato fino al collo, nel bel mezzo della sua quarantasettesima esperienza di condivisione d’un appartamento con coetanei in condizioni più o meno analoghe. Si parla di donne: lui, pur millantando un passato da Don Giovanni, è scapolo da sei mesi. Giustamente, gli viene fatta notare la leggera discrasia tra tono e contenuto delle affermazioni e la sua situazione.
«Hai venti e passa anni, sei senza lavoro, senza soldi, senza un cazzo di prospettive», e di donne neppure a parlarne. In fin dei conti, non può neppure dirsi convinto d’essere uno scrittore: una tesi incompleta alle spalle non basta.
Giura di poter scrivere di «illuminazioni filosofiche» e di storie di «prostitute malinconiche». Magari sulla carta da telex, come Kerouac, perché la pagina arresta e ostacola la naturalezza del flusso di coscienza.
I toni dei dialoghi sono grotteschi, cinici e spietati: felicemente, e regolarmente. Qualche passo è sinceramente delirante: si ammazza il tempo giocando a golf coi rospi, o contemplando l’hamburger appollaiato sul soffitto da anni.
Tra gli inquilini c’è Flip (Brett Stewart), innamorato della tintarella di luna e di una vicina irraggiungibile, Jabber detto “The Hut” (Haskel Daniel), che si qualifica semplicemente come «gestore del telecomando», ambita onorificenza domestica, e la dolce Sam (Emily Hamilton), prima affinità elettiva di Danny.
Presto arrivano nuove ospiti. Anya (Romane Bohringer, splendida in “Notti selvagge” di Cyril Collard), «enigmatica, affascinante, intelligente e spirituale», colpisce Danny. E non soltanto lui.
Smarriti in un sistema che li costringe ad un isolamento e ad una emarginazione umiliante, soffocati dalla crisi economica e pressati dalle visite degli esattori dell’affittuario, i ragazzi sopravvivono tra amorazzi e stravaganti riti domestici; e non mancano culti officiati nel nome della Luna.
Non è che il principio delle strampalate avventure di Danny, che nell’arco dei nove mesi successivi si troverà ad affrontare due nuovi traslochi, a Melbourne prima e a Sidney poi, costretto a coabitare con nuovi “fratelli” e a volte di nuovo a fianco degli amici di Brisbane, scribacchiando racconti che invia a Penthouse vagheggiando i promessi venticinquemila dollari di retribuzione.
Il clima è finalmente “Anti-Friends”: le false e ipocrite vite, melense e allegrotte, dei ragazzotti che dividono l’appartamento nelle fiction catodiche coeve, trovano un’equa replica in questo grido di rabbia di Danny.
Ecco la realtà che s’impadronisce dei cliché della finzione. E la annienta.
«I've lived in 49 shared households in what seems as many years. I’ve been ripped off, raided, threatened, burnt out, shot at, cheated on, scabbed in every one of those years. My beds are foam slabs on the floor. My cupboards are stacks of stolen milk crates. I've lived with tent-dwelling bank clerks, albino moontanners, psycho fucking drama queens, acid eaters, mushroom farmers, brothel crawlers, hard-core separatist lesbians and obscurely tiger-throated Japanese girls! I’m in a psycho-fucking nightmare from hell and I’m fucking fed up with it!»
Un racconto scritto distrattamente, e per disperazione, potrà forse risolvere la disastrosa condizione economica di Danny. Un’amicizia fraintesa potrà trasformarsi in un grande amore; e la cupa e fascinosa Anya si rivelerà prigioniera delle sue contraddizioni e dei suoi contrasti.
Il tono sarcastico e cinico della narrazione vela e maschera un’immensa sofferenza di fondo. E l’epifania grottesca della morte altro non è che la tragica fine di un amico: il divertimento che, fino a quel punto, aveva sposato la storia, si spegne all’improvviso. Un film intelligente, ben girato e deliziosamente scritto. Non solo una commedia.
APPUNTI.
Eclettica e felicemente postmoderna la colonna sonora del film: si va dalla Cavalcata delle Valchirie di Wagner (con relativo omaggio ad “Apocalypse Now!”), alle ballate di Nick Cave, da “The Passenger” di Iggy Pop a Moby.
“E morì con un felafel in mano” è basato sull’autobiografico romanzo-cult dell’australiano John Birmingham, pubblicato nel 1994. Il libro è stato pubblicato in Italia dalla Fandango.
Il film è stato dedicato alla memoria del frontman degli INXS Michael Hutchence. Fraterno amico del regista, era stato protagonista nel suo “Dogs in space”, nel 1987.
Lankelot, G. Franchi. Gennaio 2004. Prima pubb: Lankelot.com
«I would like to think that cinema is more than just a new way of telling a story, which is what it seems to have become these days. Its ability to be artform and communicate, reflect and effect in a multitude of ways which have only started to be discovered, make the current dumbing down of the medium to the general public quite distressing».
(R. Lowenstein).
Regia: Richard Lowenstein. Sceneggiatura: Richard Lowenstein. Tratto da un romanzo di: John Birmingham. Direttore della fotografia: Andrew de Groot. Montaggio: Richard Lowenstein. Interpreti principali: Noah Taylor, Emily Hamilton, Romane Bohringer, Alex Menglet, Brett Stewart, Produzione: Richard Lowenstein, Domenico Procacci, Andrew McPhail. Origine: Australia / Italia, 2001. Durata: 107 minuti. Approfondimento: Frameonline / Repubblica.
Commenti
http://www.lankelot.eu/?p=645 qui il romanzo!
Non sapevo fosse tratto da un libro.
(d'altronde, ignoro un'infinità di cose)
Grazie.
Figurati;). E' stata una felice scoperta anche per me, qualche anno fa. Fonte di parecchi pensieri nuovi e di opportuna analisi comparata e via dicendo.
"Il clima è finalmente ?Anti-Friends?: le false e ipocrite vite, melense e allegrotte, dei ragazzotti che dividono l?appartamento nelle fiction catodiche coeve, trovano un?equa replica in questo grido di rabbia di Danny".
Sì, mi piace ne intuisco il senso. Volo su e-mule a scaricarlo. Per il libro vedremo. Nel senso di.
Assolutamente sì. Non dimenticare la prospettiva australiana (e quindi: chiaramante para-anglosassone) e quanto al resto goditelo. Quel Birmingham forse è stato penalizzato dalla Fandango (paradosso? forse no).
Visto oggi. Per quanto mi riguarda notevolissimo. Difficile, sconnesso, incomunicabile, ma bellissimo. Grazie, Gianfrà.
(grazie a te. se vorrai condividere impressioni e suggestioni in un nuovo articolo te ne saremo tutti grati;) )