Loach Ken

Paul, Mick e gli altri

Autore: 
Loach Ken

Yorkshire, 1995. Storia di un gruppo di lavoratori delle ferrovie britanniche. Paul, Mick, Jim, Gerry si trovano ad affrontare la difficile fase della privatizzazione delle aziende statali, e si scoprono, d’un tratto, non solo privati delle tutele e dei diritti acquisiti dopo decenni di battaglie sindacali, ma, per giunta, perfino caldamente invitati a dare le dimissioni: certo, previa buonuscita. 
Il problema è che, decidendo di lasciare l’antico impiego, dovranno poi accettare e prendere in considerazioni le nuove, odiose leggi del mercato. Dovranno scoprire la desolazione del lavoro interinale, l’umiliazione dei licenziamenti facili, testimoniando la riconquista da parte degli imprenditori del monopolio assoluto non solo del mercato, ma delle vite dei lavoratori stessi.
Promesse e premesse dorate, da parte di chi comanda: la parola d’ordine, flessibilità, nasconde la progressiva e apparentemente irrefrenabile tendenza al licenziamento e alla “ristrutturazione” delle “risorse umane” delle aziende. Ma i protagonisti del film sembrano, nonostante qualche esitazione, essere costretti dalle difficoltà economiche ad accettare le proposte dei nuovi padroni. Pur scossi, infastiditi, o disgustati. Nessuno si ribella davvero. Al limite, si oppone.
Tornano a cercare lavoro, dunque, facendo la spola tra i nuovi uffici di collocamento e le nuove agenzie di lavoro “a termine”: pagati a ore, per lavori spesso massacranti, in condizioni di sicurezza estremamente deficitarie; senza più il riconoscimento del fondo malattie, senza più avere diritto a ferie pagate, senza più poter contare su uno stipendio fisso a fine mese.
Le conquiste dei lavoratori, in altre parole, sono non falciate, ma letteralmente cancellate. Decenni di dure battaglie politiche e sindacali, secoli di sofferenza che si giurava fossero finiti, stanno per essere spazzati via dalla reazione poderosa dei proprietari delle industrie.
La responsabilità, o le responsabilità, sono difficili da determinare con chiarezza. Sta di fatto che la bella pellicola di Ken Loach si limita a registrare quel che sta avvenendo, con un apprezzabile nitore espositivo. Gerry (Venn Tracey), uno dei quattro protagonisti principali, era il responsabile sindacale del gruppo, prima della privatizzazione: è lui ad opporsi con maggior decisione e maggior fermezza alla nuova politica dei datori di lavoro, difendendo con coraggio, purtroppo invano, i diritti dei lavoratori, riconosciuti, è il caso di ricordarlo, grazie al sangue e alle battaglie dei lavoratori stessi. Gerry non accetta le nuove regole, rifiuta il cambiamento: è lucido, nel constatare che i lavoratori si trovano ad affrontare una condizione non di stallo o di transizione, ma di scacco matto. Qualunque mossa decidano di fare, sono sconfitti. Sia rifiutare le nuove leggi dei padroni, sia accettarle comporta una sconfitta per ogni lavoratore.
Perduti per sempre i più importanti diritti conquistati, in ogni caso. Perduta la certezza dello stipendio, riconoscimento delle proprie fatiche e delle proprie sofferenze, perduta la tutela della sicurezza sul lavoro, in onore alle ottiche odiose e assassine del guadagno ad ogni costo e della ricchezza di pochi conquistata grazie ai sacrifici sottopagati di tanti. Di troppi.
Ciò che non è perduto, né scalfito, almeno fino ad un tratto del film, è il sentimento di solidarietà.
Alla fine, sembrerà essere tradita non solo la solidarietà, ma l’umanità. C’è un incidente, si lavora di notte sulla ferrovia; si deve svolgere il lavoro in tempi brevi, con la massima efficacia. Saltano tutte le misure di sicurezza. Un treno passa e investe e ferisce mortalmente un operaio.
Subito, qualcuno propone di ricostruire l’accaduto per evitare di perdere anche quel lavoro. La proposta, disperatamente dibattuta e combattuta, viene alla fine accettata.
Umiliati, i compagni racconteranno un’altra versione dell’accaduto alle forze dell’ordine, pur di non trovarsi nuovamente disoccupati.
Tristissima la morale di questa tragicommedia di Ken Loach (titolo originale: “The Navigators”): si vuole testimoniare e si va a registrare un momento terribile per i lavoratori; non si dimentica di narrare le loro vite entrando in profondità, raccontando la miseria e l’amarezza delle loro giornate da disoccupati, o le micidiali traversie economiche da superare per poter far vivere serenamente la famiglia. Paul (Joe Duttine), ad esempio, è separato dalla moglie. Vive ospite, provvisoriamente, dell’amico Mick. Le figlie di Paul vivono con la sua ex moglie, che lui tenta di riconquistare senza fortuna: tenta di rivederle più volte, sempre ostacolato dalla sua ex compagna. Per via delle sue esigenze, dovrà accettare di scrivere la “lettera di dimissione” che gli garantirà la buonuscita di diecimila sterline e lo costringerà alla disoccupazione, o all’occupazione in servi della gleba-new style, e cioè a ore e secondo pareri, piaceri e necessità di padroni sempre diversi.


Paul sarà testimone del tragico incidente del compagno, di notte, sui binari della ferrovia. Il dialogo che si svolgerà tra lui e Mick, esasperato e avvilente, è un manifesto efficace della condizione di scacco matto di cui parlava il sindacalista Gerry.
Pellicola fondamentale non per ragioni estetiche: è infatti pur pregevole la fusione di tragedia e commedia, e ben curata la fedeltà al parlato nei dialoghi, e dettagliata la ricostruzione degli ambienti di lavoro e del clima che si respira nei nuovi uffici di collocamento, ma ciò non basta per poter parlare di un’opera straordinaria.
Questo film rappresenta una visione fondamentale per ragioni morali. Serve a prendere coscienza di quel che sta avvenendo. Si accetta con troppa leggerezza l’epoca della precarietà e della flessibilità: si dimentica che si sta ammettendo, in questo modo, la liceità del nuovo potere dei datori di lavoro: che è davvero, sostanzialmente, totale; e più di stampo feudale che da proto-rivoluzione industriale.
Non è ancora tardi per capire e studiare quel che sta avvenendo. Non è tardi per denunciare quel che sta avvenendo e riprendere a rivendicare i propri diritti. È necessario non riposare più, però, e non “lasciar fare” senza criticare o senza, almeno, indignarsi. Non è tardi. Non ancora.

Regia: Ken Loach.
Soggetto e sceneggiatura: Rob Dawber.
Direttore della fotografia: Mike Eley, Barry Ackroyd. 
Montaggio: Jonathan Morris.
Interpreti principali: Dean Andrews, Thomas Craig, Joe Duttine, Steve Huison, Venn Tracey, Sean Glenn.  
Musica originale: George Fenton.
Produzione: Ulrich Felsberg, Rebecca O’Brien, Peter Gallagher. 
Origine:  United Kingdom, 2001.
Durata: 92 minuti.

In Lankelot:
Loach Ken - Il vento che accarezza l'erba - Léon
Loach Ken - Paul, Mick e gli altri - franchi 
 


Gianfranco Franchi, Lankelot, aprile del 2003.
Prima pubb: Lankelot.com

ISBN/EAN: 
8032807022000

Commenti

ndr: 501! ufficiale, finisco l'archivio entro fine dicembre.

?Le conquiste dei lavoratori, in altre parole, sono non falciate, ma letteralmente cancellate. Decenni di dure battaglie politiche e sindacali, secoli di sofferenza che si giurava fossero finiti, stanno per essere spazzati via dalla reazione poderosa dei proprietari delle industrie?.

?La responsabilità, o le responsabilità, sono difficili da determinare con chiarezza. Sta di fatto che la bella pellicola di Ken Loach si limita a registrare quel che sta avvenendo, con un apprezzabile nitore espositivo?.

?Ciò che non è perduto, né scalfito, almeno fino ad un tratto del film, è il sentimento di solidarietà?.

?Alla fine, sembrerà essere tradita non solo la solidarietà, ma l?umanità.
Questo film rappresenta una visione fondamentale per ragioni morali. Serve a prendere coscienza di quel che sta avvenendo?.

Sto applaudendo, Gianfranco.

La sincerità non dovrebbe essere una categoria cinematografica: la settima arte ha più a che fare con il sogno e l'evasione che con la realtà.
Forse però la realtà non funziona al cinema solo perché narrarla è incredibilmente più difficile che inventarne una: è anche per questo che Ken Loach riesce ogni volta a interessare, commuovere e far inquietare il suo pubblico, nonostante le innegabili ripetizioni stilistiche e di sceneggiatura.

Paul, Mick e gli altri, prima che vittime della privatizzazione inglese, sono persone simpatiche ma fin troppo umane. Loach non risparmia né gli imprenditori - i famosi manager bravi a licenziare - né i lavoratori - che si sono guadagnati il "diritto" a lavorare meno. Alla fine, tira un bilancio, e se è a favore dei vecchi tempi non è certo per un pregiudiziale diritto acquisito.
Come sempre, si ride molto durante, si patisce molto dopo.
E Loach mi piace molto.
Grazie, Gianfranco

Raffaella

Grazie a te. Giorni fa parlavo con un vecchio amico di mio nonno, un anziano imprenditore capitolino con un certo nome. Mi raccontava dei suoi dipendenti: "E' da non credere: 13°, 14°, 102 ore di permessi, ferie, malattie..." - e giù a lamentare certi privilegi. Allora gli ho raccontato cos'è successo dopo 10 anni di Ulivo e Forza Italia. Niente 13, niente 14, niente permessi, niente ferie pagate, niente malattie: contratti a progetto che diventano praticamente assunzioni a tempo indeterminato dal punto di vista delle pretese dell'azienda, senza avere niente - né dal punto di vista salariale, né dal punto di vista delle tutele - dei contratti a tempo indt.

Allora mi ha chiesto dove lavoro. Gliel'ho detto, ma gli ho spiegato che sono sostanzialmente un privilegiato, rispetto ad altri: la mattina posso entrare in ritardo (ma recupero durante la pausa pranzo).

Penso sempre a quando si studiava la Rivoluzione Industriale e la Seconda Rivoluzione. Studiavamo con insegnanti che ci ripetevano che dovevamo restare basiti di fronte alle condizioni dei lavoratori. Non potevano sapere che avremmo avviato, noi come nuova generazione, la pratica dei corsi e ricorsi storici. Perché appunto, questo non è ancora niente. La situazione si aggraverà.
Questa l'italia che abbiamo ereditato e stiamo vivendo, impossibilitati a cambiarla da una coscienza - quella che tra i leader politici si trovano, guarda caso, grandi imprenditori. Curioso.

(quanto a Ken Loach, lo conosco davvero troppo poco, rispetto alla sua produzione, per potermi avventurare in un'analisi comparata. Scrissi di questo film perché mi sembrava enorme che uscisse nel 2001 e non sortisse effetti. Mio padre è tra quanti lavorarono sulla legge 626, quella della sicurezza sul lavoro. Grasse risate amare, adesso, quando ci si accorge che nei cantieri e nei campi non viene tendenzialmente applicata.

Se il Governo deve essere gestito a beneficio dei cittadini - e almeno continuiamo a ritenere che la teoria sia questa - ogni condizione di possibili interessi privati nella cosa pubblica deve essere eliminata. Ci scandalizziamo quando sentiamo che i parenti di Milosevic hanno prosperato sulle spalle dei Serbi con le loro aziende. Ma l'immagine che stiamo dando del nostro Paese all'esterno è esattamente la stessa. Sul piano pratico non ci si può sentire garantiti dal fatto che un ex presidente dica che le aziende le gestiscono i figli. In questo modo non sapremo mai se le scelte sono fatte per il bene nostro o per il bene loro. Non è una questione di schieramenti, è una questione di competenze. Com?è possibile che siamo stati messi nella condizione di poter pensare, vista la situazione, che lo Stato, cioè noi, abbia perso migliaia di miliardi in tutte le gare perché forse qualcuno ha sovrapposto gli interessi politici di parte su una questione fondamentale per lo sviluppo. Non importa che sia avvenuto davvero, è il fatto che ci siano le condizioni ad essere grave. I danni in ambito internazionale sono enormi, perché un'azienda straniera non ha più nessun interesse a venire in Italia se permane il sospetto che anche le scelte industriali fondamentali soggiacciono agli interessi di singoli politici.
Per i lavoratori italiani non c?è alcuna copertura.
Sì, Gianfranco, la situazione è tremenda.

Raffaella

legge 626:
mi spiace per tuo Padre: non ci sono stati mai tanti incidenti come adesso.
C?è un dilagante smarrimento.

E' un momento che va affrontato con calma e determinazione; nell'attesa di poter vedere davvero rigenerata la classe politica, e la coscienza della nazione. L'importante è non perdere la speranza.

Attualmente non disponibile in DVD
(anche la speranza, dico)

Roma, 4 mar. (Adnkronos/Adnkronos Salute) - "Abbiamo un triste primato europeo, 4 morti per infortuni sul lavoro ogni giorno, 7.875 per incidenti e malattie professionali in cinque anni". E' un bollettino di guerra quello riferito da Pietro Mercandelli, presidente dell'Amnil (Associazione nazionale mutilati e invalidi lavoro), alla presentazione, oggi a Roma, dell'Associazione Lavoro & Sicurezza.

"Un numero che non tiene conto dei 200mila infortuni stimati ogni anno: quelli che non vengono denunciati perche' legati al lavoro nero", dice Mercandelli.

consiglio di vedere anche un film italiano (io l'ho visto ieri sera in dvd): Volevo solo dormirle addosso, di Eugenio Cappuccio.
è del 2004. ricordo quando uscì. c'è Pasotti e non andai a vederlo.
Invece non è male. Non è un capolavoro.
Parla di un giovane formatore di lavoratori per azienda (ovvero, forma venditori) che in seguito a decisioni prese altrove deve, per rimanere al posto di lavoro con un'ottima promozione, licenziare il 27% della filiale italiana in tre mesi, con il budget predefinito dai piani alti, senza creare malcontento nei lavoratori licenziati, senza aprire contenziosi con sindacati, licenziare e rendere tutti felici.
il film è tratto da un romanzo che ha lo stesso titolo "Volevo solo dormirle addosso" di Massimo Lolli, uscito per Limina Edizioni.
è un buon film. non consola, anzi. il contrario.
"desideri e obiettivi. niente progetti."
lavoro lavoro lavoro. solo questo. Pasotti fa il lavoratore indefesso, con un po' di cuore ma non troppo, con una relazione amorosa che non cura, mettendo al centro se stesso e il lavoro. conosce gente ed è solo. il suo mondo è tra un "ti stimo molto" e un "si tromba?"
film che consiglio. italiano.
ripeto, non eccezionale, ma sopra la media (italiana). Guarda caso, la sceneggiatura non è del regista.

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