“Waking life” è un’opera di straordinaria profondità e straordinaria sperimentazione. Una disamina raffinata e cruda dell’animo umano, una riflessione sul senso dell’esistenza, uno studio della percezione della realtà e una navigazione attraverso la dimensione del sogno e dell’illusione.
Sin dalle prime battute, l’estraniazione e lo stupore ammantano il pubblico di incertezza e, poco a poco, di ammirazione: quel che dapprima pare un’esaltazione dell’arte pittorica nel cinema, poiché il film è stato prima girato con attori reali e in seguito integralmente dipinto con tecnologie digitali, regalando allo spettatore la sensazione di vedere tele impressioniste tornare alla vita e sostituire la realtà stessa, in seguito si rivela un sofisticato omaggio all’arte letteraria: richiamati dal film non solo Sartre e gli esistenzialisti, ma Kierkegaard, addirittura, e Philip K. Dick, in un sincretismo apparentemente irrealizzabile. E dunque assistiamo ad una pellicola che vive, nella maniera più autentica e assoluta, una vita propria e va a rappresentare una futura pietra miliare e nell’ambito della tecnologia e della sperimentazione digitale, e nell’ambito della cinematografia impegnata, o, almeno, vincolata al tema dell’esistenza o della percezione della realtà; senza risalire a pellicole di anni trascorsi, nomino per la recente stagione “Mulholland Drive” di David Lynch e il remake di “Apri gli Occhi” di Amenabar, ossia il frainteso e maltrattato “Vanilla Sky” di Cameron Crowe, già recensito in precedenza.
Unitamente appunto al capolavoro di Lynch e al film di Crowe questo “Waking Life” sintetizza, chiude e sublima, nell’immaginario del pubblico, una trilogia che potremmo nominare “dell’identità della realtà”, o del “dominio del sogno”. Gli esiti delle trame sono certamente non sconvolgenti; e probabilmente, dopo decenni di letteratura e di cinematografia di fantascienza, non innovativi. Quanto più conta, tuttavia, è che in quest’opera il regista, Richard Linklater, abbia concretizzato quanto appariva non concretizzabile: per definire e individuare la visione del protagonista di tutto ciò che lo circonda, appunto, ha ridipinto ogni immagine e le ha regalato sfumature e colori accesi e baluginanti, risplendenti di vitalità e incandescenti di amore per l’arte, in aperto contrasto col tema del film, con i concetti elaborati ed espressi e con la sua Weltanschauung, che è ribelle, rivoluzionaria, estrema e disperatamente rabbiosa.
In fin dei conti, questa tecnica di “pittura delle immagini” ha restituito al cinema il sapore dell’avanguardia, lucida e potenzialmente isolata nel suo estremismo spirituale e culturale, che appunto l’arte pittorica conobbe nell’avventura dei pittori Impressionisti.
Waking Life si apre con l’incontro, a metà strada tra l’onirico, il surreale ed un vissuto contaminato da un’esperienza traumatica che rilegge nella memoria, deviandolo e travisandolo, un momento del passato, tra un bambino e una bambina. Il bambino, giocando con lei, risponde alle sue domande e, forse inconsapevolmente, sceglie la sua sorte: dal gioco sorgerà una profezia, che vuole sogno e destino chiavi della sua esistenza. Come ciò avvenga, sta al pubblico vedere, capire ed interpretare.
Da quel tratto, la narrazione vive un salto di un paio di decenni; il bambino è adesso un giovane che sbarca in una città, dove ha inizio una peregrinazione visionaria e immaginifica, che, da un passaggio ottenuto da un marinaio che guida sulle strade una barca con quattro ruote, veleggerà verso incontri con scrittori, antropologi, filosofi, critici, attraverserà lo specchio della lucidità per offrire spaccati deliranti e sublimi di dialoghi farneticanti e nichilisti tra avventori di un bar, attraverso il suicidio di un esteta avvilito dalla tristezza dell’esistenza e omaggi alla pittura surrealista e all’arte di Magritte; l’ultima scena del primo tempo è poi incredibilmente perfetta, si tratta di una sorta di intervista tra un regista e un giornalista, vertente attorno al tema del sacro: tema del sacro che si vive in frangenti di un silenzio impeccabile e commovente, e si conclude con l’assunzione dei due personaggi tra le nuvole; nuvole che spezzano il cielo, e si dissolvono infine, lasciando stupefatto l’osservatore.
Temi degli incontri di questo onironauta saranno inizialmente le riflessioni sull’arte, l’esistenza e la verità e la comunicazione; col passare del tempo, il film si trasformerà in una gravissima e densa meditazione sul ruolo dei media, e della classe politica, e della libertà del popolo. Ripeto, straordinario. Straordinario nella profondità, nell’intellettualismo, nella sperimentazione.
Tra gli attori spicca Wiley Wiggins, protagonista principale, deliziosamente alienato e combattuto, privo di narcisismi irritanti e di eccessi gestuali nell’interpretazione; merita menzione la presenza di Ethan Hawke e di Steven Soderbergh, già noto al grande pubblico come regista di “Traffic”.
Quanto all’attività del Linklater, ispirato regista di questo ottimo Waking Life, ricordo su tutti “Prima dell’Alba”, del 1995, premiato a Berlino.
La colonna sonora del film è sicuramente da acquistare: apprezzabilissimo un omaggio a Chopin, se non ho male inteso almeno, ma al di là di questo vibriamo tra musiche capaci di immergerci e accompagnarci nella navigazione e nel naufragio del protagonista con la dolcezza struggente degli archi e le ossessive reiterazioni dei passi di Glover Gill, interpretati da Tosca.
Unico limite della pellicola, probabilmente, si rivelerà, a lungo andare, qualche turbinosa e cervellotica disamina di uno degli infiniti personaggi che incontra il nostro Wiggins: non posso consigliare questo film a chi ha in odio le divagazioni e le speculazioni intellettuali, o a chi detesta l’arte letteraria; a costoro posso consigliare di presentarsi in sala muniti di pazienza, e di godere almeno della bellezza desueta delle immagini. Non si era mai visto nulla del genere: si entra nel cinema e si esce ricordando gli artisti d’avanguardia di Montmartre, e si passeggia per le strade discutendo di vecchi racconti di Borges in cui il confine tra realtà e sogno si è dissolto.
Imperdibile.
Gianfranco Franchi, Lankelot, maggio del 2002.
Importanti sezioni di questa recensione, rivista e ampliata nel maggio del 2003, sono state pubblicate nel mese di maggio 2002 su ciao.com e su lankelot.com
Regia: Richard Linklater.
Soggetto e Sceneggiatura: Richard Linklater.
Direttore della fotografia: Richard Linklater, Tommy Pallotta.
Montaggio: Sandra Adair.
Interpreti principali: Wiley Wiggins, Ethan Hawke, Julie Delpy, Adam Goldberg, Nicky Katt.
Musica originale: Glover Gill.
Produzione: Caroline Kaplan, John Sloss, Jonathan Sehring.
Origine: Usa, 2001.
Durata: 99 minuti.
In Lankelot:
Linklater Richard - Dazed and Confused ("La vita è un sogno") - franchi
Linklater Richard - School of Rock - franchi
Linklater Richard - Waking Life - franchi
Commenti
Dire che è intrigante la tua presentazione è poco. In settimana vedrò assolutamente il film, che ho scaricato. Suggestiva la definizione che dai di Linklater: onironauta. E poi, quante interessanti contaminazioni emergono dalla tua analisi. L'accostamento ideale allo spirito di Mulholland Drive poi, è la ciliegina sulla torta. Su Vanilla sky ancora resto interdetto, sono tra quelli che ha avuto difficoltà ad interpretarne il finale, e dunque il senso globale che il film voleva trasmettere. In ogni caso, è solo un dettaglio, se ho inteso bene la carica vivivo-narrativa che emana questo film, sono certo che è un'esperienza che non si può non fare.
:).
L'accostamento con VS e MD è esclusivamente legato al momento dell'uscita nelle sale in UE e USA, possiamo anche - o: ormai - scavalcarlo. Il pezzo è antico e va contestualizzato;).
In tutta onestà credo che questo sia davvero un film inguardabile. Chi l'ha visto può capire che intendo.
(aggiungo, per non essere frainteso: non è un commento negativo. A film finito scoppia proprio il cervello, allo spettatore; e sono totalmente favorevole a certe conseguenze).
Ma quasi dimenticavo che di Linklater, di questo film e della speciale serata della tua prima visione di WL non se n'è ancora parlato qua (e non nel forum). E quindi.
Finito adesso. Interiorizzo e poi magari chioso. Dico che a prima impressione è un film da consigliare ad libitum, molto anni 2000 e seguenti. Anche tecnicamente credo abbia il suo fascino. Semmai, ritorno.
non è comunque digeribile con facilità. magari serve del bicarbonato emotivo o empatico-esistenziale :-)
Hammer lo vide con me, qualche anno fa.
Per me era la xx visione. Mi ha cambiato la vita, 'sto film.
Pazzesco :)
9 a Fra', dopo Felafel è la seconda grande "grossa" dritta che mi dai. Pazzesco, crudo, impensabile, ma da pensare :-)
Prometto che se tra qui e il 2009 scrivo di cinema è solo per casi del genere, in cui sono impazzito:).
Ave amice.