Ligabue Luciano

Radiofreccia

Autore: 
Ligabue Luciano
Provincia mon amour

Si beve, si canta e si ascolta buona ed indimenticabile musica nella provincia emiliana, a metà anni settanta.
Non solo.
Le radio libere che presto imprigioneranno i loro sogni nelle dure leggi del business, impigliate come mosche cieche nelle ragnatele nello sviluppo magmatico della società, sono un eccezionale veicolo di amor proprio e di manifestazione dell'io, sull'onda di un'epoca irripetibile per il mondo della musica e del rock in particolare.
C'è molta Italia in questa piccola città di provincia, arroccata come tante, essa semplicemente abbarbicata per le distese della pianura padana, con lo sguardo verso l'America e le radici saldamente ancorate all'italianismo più puro e duro, fancazzismo fantasioso fatto di lunghe serate al bar dove l'importante è non farsi trascinare in qualche epica sfida dal sapore vagamente western dove in gioco non è la vita, ma l'onore e pagare da bere.
Sarà ma questa noia, questa nebbia, questo scarpinare senza meta fino a consumare le scarpe e le gomme della utilitaria e le ore, questi pomeriggi che non passano, queste strade che sono sempre poco trafficate eppure così invitanti, questo aspetto ruvido, ripido e forse a volte ridicolo della provincia, ebbene appartiene geneticamente a tanti provincialisti che comunque non si sono mai sentiti emarginati e che in fondo su queste immagini ci viaggiano.
Che il viaggio sia con noi, finche c'é ne è.
Freccia (Stefano Accorsi all'esordio o quasi, in splendida forma e mai più tornato su questi livelli) ha una famiglia senza padre e la Serena Grandi che recita benissimo la parte della mamma che trova consolazione in amplessi quanto feroci tanto senza amore.
Freccia ha un gruppo di indimenticabili amici con cui vive la vita che ha, anche se magari ne avrebbe voluta un'altra o vorrebbe viverne un'altra, tanto per assaggiare che sapore ha un'esistenza  stringente, soffocante, priva di suoni e rumori, con il silenzio agghiacciante che trasmette la catena di montaggio di una fabbrica.
Freccia con i suoi amici (tutti attori alla prima prova) mette su una radio. Erano gli anni settanta, una radio libera sembrava come le ali per Icaro.
Strumenti di cera per volare nel cielo e toccare il sole e dire io esisto.
Freccia è.
Uno di noi.
Uno di quelli.
Che hanno lo stomaco pronto a vomitare, il cuore pazzo e stralunato ma comunque che vuole ballare a ritmo di rock.
Freccia vuole fare a botte con il mondo, ma il mondo ha lo spirito di un boxeur e i suoi pugni sono coltelli affilati, inganni pungenti, crudeli sadismi. E leggi inderogabili, concessioni a tempo. Insomma quando si è giovani il mondo pare un po' così, indifferente, insensibile, incastrato.
E arriva la droga. Rifugio, scappatoia, fuga,sempre droga che ammazza.
"Radiofreccia" non è un' elegia e nemmeno un minimalismo tout court sul giovanilismo imperante che in quegli anni sembrò farsi pensiero dominate e unica via al vivere.
Questo è un film che non rappresenta la proiezione dell'io straripante di Ligabue, cantante tuttofare, discusso,discutibile e soprattutto poco generoso nell’innovarsi.
E' invece un pellicola dura ma delicata, che profuma di vero e fatica,  tensione, azione , fatta di sangue e sudore, di odori forti senza moralismi da due soldi, una denuncia non schiettamente di parte, partitocratica o partigiana, ma un convincente e ispirato spaccato, quelli che si chiamano film generazionali, con la vita di tutti messa in onda da un gruppo di amici in una piccola, ricca ma tetra cittadina fatta di poche cose e molte chiacchiere e miliardi di leggende tramandate di bar in bar.
Un film di quelli che non hanno pretese, ma che rivela che i giovani pretendono e non mantengono.
Di quelli che lasciano commozione, malinconia, sapori densi, acri e forti come una buona doppio malto nordica amaragnola eppur così dolce, distillata e distillante per le anime che hanno sete.
Per le anime che sognano emozioni, che desiderano mondi diversi, che vivono mondi strutturati male o comunque non desiderabili, pieni di abusi edilizi costruiti sulle lande sperdute e immense delle anime sensibili.
Un film, certo, dunque non un Vangelo, ma con un bel messaggio, una scenografia convincente, una colonna sonora da urlo che saccheggia alcuni dei più bei pezzi rock del decennio rockettaro per eccellenza e ci dona perle quali David Bowie, Iggy Pop e altri venti almeno.
Un piccolo gioellino semplice come una bevuta d'acqua fresca nelle sere cariche di arsura, certo con qualche smagliatura ed ingenuità che non lo fanno assurgere a capolavoro.
Radiofreccia è un blues, suadente triste e pieno di anima, che forse avrebbe meritato molto di più, cinematograficamente parlando, in un panorama nostrano decisamente asfittico, strozzato dalla povertà di idee e più spesso dalla totale carenze di fondi.
Se non che c'è di mezzo il rocker più in voga del momento e molti si fanno accecare solo da Ligabue. Ma qui il Ligabue sceneggiatore e regista rivela una inclinazione filmica davvero sorprendente prontamente smentita dal successivo film "Da zero a dieci", deludente e assai sconclusionato.
Si dice in genere che un cantante non può fare cinema, come gli scrittori sono tutti stonati e non sanno cantare neanche una ninna nanna.
Ma Freccia non ne vuole sapere, la sua è una storia che fa correre e scorre via aspra e dura come la vita. 
 
NOTE
 
Pubblicato già su Ciao. It. Qui solo per reiterare la stessa (o comunque da me apprezzata)  di Gianfranco Franchi.

In Lankelot:
Ligabue Luciano - Radiofreccia - franchi
Ligabue Luciano - Radiofreccia - baol70
ISBN/EAN: 
8010020066483

Commenti

Scrivi: "(Stefano Accorsi all?esordio o quasi, in splendida forma e mai più tornato su questi livelli)" > assolutamente vero. Mentre scrivo il commento m'accorgo della speciale nota. Danke, ma adesso voglio godermi a oltranza la tua;)

"Freccia vuole fare a botte con il mondo, ma il mondo ha lo spirito di un boxeur e i suoi pugni sono coltelli affilati, inganni pungenti, crudeli sadismi. E leggi inderogabili, concessioni a tempo. Insomma quando si è giovani il mondo pare un po? così, indifferente, insensibile, incastrato.
E arriva la droga. Rifugio, scappatoia, fuga,sempre droga che ammazza."

> notevole. Il discorso legato a saper incassare i colpi, che rimane sottotraccia, è semplicemente fondamentale.

"Un piccolo gioiellino semplice come una bevuta d?acqua fresca nelle sere cariche di arsura, certo con qualche smagliatura ed ingenuità che non lo fanno assurgere a capolavoro.
Radiofreccia è un blues, suadente triste e pieno di anima, che forse avrebbe meritato molto di più, cinematograficamente parlando, in un panorama nostrano decisamente asfittico, strozzato dalla povertà di idee e più spesso dalla totale carenze di fondi."

> buono per una quarta da edizione critica:)

Sono d'accordo, Accorsi (che comunque non era un grande attore nemmeno allora)è peggiorato di molto nelle sue ultime interpretazioni.

""Radiofreccia" non è un? elegia e nemmeno un minimalismo tout court sul giovanilismo imperante che in quegli anni sembrò farsi pensiero dominate e unica via al vivere." Ma era l'unica via Paolo. E ancora non abbiamo smesso. "Stiamo ancora passando"

"E? invece un pellicola dura, delicata, che profuma di vero e fatica, tensione, azione , fatta di sangue e sudore, di odori forti senza moralismi da due soldi, una denuncia non schiettamente di parte, partitocratica o partigiana, ma un convincente e ispirato spaccato, quelli che si chiamano film generazionali, con la vita di tutti messa in onda da un gruppo di amici in una piccola, ricca ma tetra cittadina fatta di poche cose e molte chiacchiere e miliardi di leggende tramandate di bar in bar."
Ecco, direi che qui hai toccato il cuore del film, che personalmente ho apprezzato molto.
Il successivo da zero a dieci era poco significativo, niente a che vedere con l'esuberanza e la freschezza di questo.

1. 2. Sì, t'ho apprezzato come scrittore ma anche come lettore carpisci alla grande. Non solo qua da me, in giro. Capisco che le citazioni non sono sempre gradite ma... sei grosso :-)

3. Sono in fase meretricio, mi vendo anche per una quarta di copertina, ma ben inteso, scelgo io il libro da chiudere :-D

4. Non voglio essere snob e assolutista, ma forse è l'unico film dove mi ha veramente convinto. Poi...mi è sembrata una ripetizone assidua di certi sguardi e caratterizzazioni qui recitate a dovere in una trama che non richiedeva altro.

5. "da zero a dieci" è noioso, sostanzialmente. Questo, per ambientazione e temi e anche per il devastante impatto della colonna sonora, mi ha davvero emozionato. E lo so che emozionandomi forse il giudizio ne risente. Vabbé umano sono :-)

5. Sì Lalla. Ma ne abbiamo parlato. Sappiamo in merito, io e te.

Quanto mi piace il Baol. Grosso.

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