Ligabue Luciano

Radiofreccia

Autore: 
Ligabue Luciano

Manifesto di una generazione sfortunata, e dell’epoca irripetibile delle radio libere; storia di un ragazzo, dei suoi errori, dei suoi amori e dei suoi sogni; storia del suo gruppo di amici, e della loro linea d’ombra; storia della vita in provincia negli anni Settanta, e della maledizione della droga; e memoria di quel che è stato, di quel che è perduto per sempre e di quel che nessuno potrà mai dimenticare, perché è ancora vivo nello spirito della nuova generazione.

Mentre scorrono le immagini delle strade attorno al Borgo, Radiofreccia, ex Radioraptus, trasmette gli ultimi messaggi dei suoi ascoltatori. Sta chiudendo i battenti, giusto poche ore prima di festeggiare i diciotto anni di attività. Ore ventidue del venti giugno 1993: Bruno, suo ideatore e fondatore, accende una candela e, rimasto solo nei vecchi studi, incomincia a raccontare. Radioraptus era nata, nel 1975, nella breve estate dell’anarchia delle frequenze, in un periodo in cui era possibile fondare un’emittente con pochi mezzi e, soprattutto, comunicare senza dover combattere censure, indicazioni e richieste degli sponsor, integrazioni e interventi della direzione. Qualche anno dopo, il suo amico Ivan Benassi, detto “Freccia” per via di una voglia a forma di punta di freccia, era stato trovato morto, abbandonato in un fosso. Overdose. Da allora, Radioraptus era diventata Radiofreccia.  
Il film è raccontato in analessi: da questo punto in avanti, assistiamo alla vita di un gruppo di cinque amici, Freccia (Stefano Accorsi), Bruno (Luciano Federico), Tito (Enrico Salimbeni), Boris(Roberto Zibetti) e Iena (Alessio Modica).
Nelle prime battute, l’atmosfera del film è particolarmente macabra: un maturo Bruno si sta congedando dal pubblico, rinunciando alla sua antica passione per la radio; parlando della storia della radio, prende spunto dalla morte di Freccia, e dal suo funerale; e, dal funerale, ci ritroviamo, con un ulteriore cortocircuito cronologico, a incontrare lo stesso Freccia di fronte alla lapide del padre, giusto qualche anno prima. Neppure dieci minuti di pellicola, e già abbiamo incontrato tre tipologie di morte.
La morte del sogno, o dell’ideale (la radio); la morte dell’innocenza, e della giovinezza(Freccia); la morte dell’autorità (il padre di Freccia), motore primo della ribellione.
Non sarà dunque un caso se la prima, vera ragione di malessere di Freccia andrà annidandosi nel suo nucleo famigliare: la madre ha scelto di convivere con il suo nuovo compagno, irritando e ferendo la sensibilità del figlio. I rapporti tra la nuova figura paterna e il ragazzo sono conflittuali: semplicemente, Freccia riconosce quell’uomo come un estraneo.
Ciò non significa che l’intera pellicola sia una riflessione sulla morte: ne è certamente permeata, ma non si fonda su un sentimento di questa natura.
“Radiofreccia”, opera prima di Luciano Ligabue, è un film che davvero riesce a sintetizzare e rappresentare fedelmente lo spirito di una generazione: e non soltanto per il diffuso ribellismo e per la confusa coscienza politica, o per l’entusiastica adesione a certe sonorità o per il gusto pionieristico dell’avventura radiofonica. La grandezza di questa pellicola risiede nell’aver saputo interpretare e dare voce, senza retorica e senza ridondanze imperdonabili, a quella provincia d’Italia altrimenti e altrove saccheggiata, e deformata. Ligabue racconta storia e spirito della sua realtà territoriale e di una società, e di un tempo, che ha vissuto e conosciuto in prima persona; il filtro d’una acquisita maturità artistica ed esistenziale regala al pubblico una piccola perla, scevra da ingenuità e da barocchismi.
Non si tira indietro, nella scelta d’affrontare temi difficili e delicati: questo è un film di denuncia, senza dubbio, sia per quel che riguarda la dipendenza dalla droga (Freccia è un eroinomane, e del mondo degli eroinomani racconta tutto quel che è raccontabile, senza tacere lo spaccio ai minorenni o gli episodi di delinquenza o il primo, effimero piacere e la successiva, inarrestabile sofferenza), sia per quel che riguarda i drammi domestici (non solo la violenta ed esacerbata rivalità tra Freccia e il compagno della madre: soprattutto, la vicenda di Tito, quasi parricida per difendere la sorella ed evitare l’incesto). E merita un plauso la scelta di non mostrare le immagini dello scontro tra Tito e il padre e della disintossicazione di Freccia: quel poco che il regista decide di offrire al pubblico è talmente evocativo da rendere pleonastica qualunque altra immagine.
Da non trascurare, nell’ottica di una importante archeologia del presente, la testimonianza delle vicende della radio libera: che incontra i primi problemi quando viene sponsorizzata e si trova costretta a cambiare la propria programmazione per andare incontro alle esigenze dei finanziatori.
Non mi sembra un elemento trascurabile, e non mi sembra pacifico che il pubblico accetti una soluzione del genere e la riconosca come unica possibile: che è in fondo quella che troppe emittenti hanno accettato, non cedendo al compromesso, ma vendendo la propria dignità; e della presunta indipendenza di queste emittenti abbiamo, purtroppo, prova quotidiana.
Infine, l’ultima annotazione a proposito delle “segrete” denunce contenute nel film è dedicata alla questione dei lavoratori. Pur senza enfatizzare la forzata disoccupazione dei cinque amici, ad un tratto, il regista la nomina e lascia intendere il disagio; disagio più acuto nel caso di Freccia, che si trova licenziato e isolato, e non tutelato, nel momento della maggiore necessità.
Le difficoltà economiche di Freccia si fanno emblematiche e sono certamente una concausa del suo malessere. 
Il linguaggio dei personaggi mi sembra pregevolmente aderente alla quotidianità; e ulteriore nota di merito credo possa essere ascritta alla scelta degli abiti, e degli interni. Non manca il bar come luogo di ritrovo per antonomasia: con un barman d’eccezione, Francesco Guccini, e la comparsata dei flipper e del calciobalilla.  Non mancano neppure i suonati del paese: chi in contatto con l’aldilà grazie ad un registratore, chi ossessionato dalla cinematografia e tutto dedito a trasformismi grotteschi. 
La colonna sonora, in doppio cd, è imperdibile: un’autentica immersione negli anni Settanta, da David Bowie a Iggy Pop, dai Doobie Brothers a Lou Reed, dai Lynyrd Skynyrd ai Creedence Clearwater Revival; il tutto ornato da un paio di brani inediti e da alcuni pezzi strumentali di commento, scritti da Ligabue: c’è qualche debito nei confronti di “Homeboy” di Eric Clapton e di “Paris, Texas” di Ry Cooder, ma l’esito è comunque interessante.
L’epoca delle radio libere ha più di qualche affinità con quella che stiamo vivendo, oggi, in rete: e non è solo una mia sensazione, questa. Non dimentichiamoci di difendere questo spazio. Perché difendendo la rete difendiamo la libertà d’espressione nel suo ultimo avamposto. Possiamo restituire le radio libere allo splendore di un tempo, adesso. Negli ultimi anni, è stato proprio il cinema a ricordarci i nostri debiti nei confronti del passato: affascinati da Radiofreccia, abbiamo compreso e trovato entusiasmo con il commovente  tributo a Peppino Impastato, “I cento passi”.

Sta a noi, adesso, non dimenticare.

Lankelot, Gianfranco Franchi, aprile del 2003. Prima pubb: Lankelot.com

Regia: Luciano Ligabue.
Soggetto, Sceneggiatura: Antonio Leotti, Luciano Ligabue.
Tratto da un libro di: Luciano Ligabue.
Direttore della fotografia: Arnaldo Catinari.
Montaggio: Angelo Nicolini.
Interpreti principali: Stefano Accorsi, Luciano Federico, Alessio Modica, Enrico Salimbeni, Roberto Zibetti, Francesco Guccini, Little Taver, Manuel Maggioli. 
Musica originale: Luciano Ligabue, John Fogerty. 
Produzione: Domenico Procacci, Claudio Maioli.
Origine: Italia, 1998.
Durata: 112 minuti.


In Lankelot:
Ligabue Luciano - Radiofreccia - franchi
Ligabue Luciano - Radiofreccia - baol70

ISBN/EAN: 
8010020066483

Commenti

http://www.lankelot.eu/?p=796 (Pietrangeli)
http://www.lankelot.eu/?p=1061 (Moretti)
http://www.lankelot.eu/?p=997 (De Maria su Pazienza)

sullo stesso periodo storico.

"Ligabue racconta storia e spirito della sua realtà territoriale e di una società, e di un tempo, che ha vissuto e conosciuto in prima persona; il filtro d?una acquisita maturità artistica ed esistenziale regala al pubblico una piccola perla, scevra da ingenuità e da barocchismi".

é vero, anche se se è una pellicola che mi convinse più alla prima visione che alla seconda. In ogni caso un buon film, quello che stona sono gli attori.

"La morte del sogno, o dell?ideale (la radio); la morte dell?innocenza, e della giovinezza(Freccia); la morte dell?autorità (il padre di Freccia), motore primo della ribellione"
già so che arrivato alla fine dovrò fare un inchino ed un applauso. Tu non sai quanto son contento di leggerti su questo film

"sintetizzare e rappresentare fedelmente lo spirito di una generazione" e già

Credo che non lo vedrò mai. Io e miei pregiudizi andiamo troppo d'accordo.

"L?epoca delle radio libere ha più di qualche affinità con quella che stiamo vivendo, oggi, in rete: e non è solo una mia sensazione, questa. Non dimentichiamoci di difendere questo spazio"
R-esistenza, comunque Fin dove possibile e anche oltre.

the end ....(applauso e inchino)

su ciao tra l'altro avevo scritto
""Radiofreccia" non è un 'elegia e nemmeno un minimalismo tout court sul giovanilismo imperante che in quegli anni sembrò farsi pensiero dominate e unica via al vivere.
Questo è un film che non rappresenta la proiezione dell'io straripante di Ligabue sul grande schermo.
E' invece un pellicola cult , fatta di sangue e sudore, di odori forti senza moralismi da due soldi, una denuncia non schiettamente di parte, partitocratica o partigiana, ma un convincente e ispirato spaccato, quelli che si chiamano film generazionali, con la vita di tutti messa in onda da un gruppo di amici in una piccola, ricca ma tetra cittadina fatta di poche cose e molte chiacchiere e miliardi di leggende tramandate di bar in bar." ce siamo credo, o no?

Infatti, è una pellicola stupenda, che non mi stanco di vedere e rivedere. Riesce davvero a comunicare lo stupore e la libertà delle prime radio libere. Cosa avete provato la prima volta che avete navigato in internet? Beh per noi allora era lo stesso, era un nuovo intrigante universo che si apriva, era comunicazione dal basso contro l'omologazione del sistema, era uno spazio libero da difendere con le unghie e coi denti...

io Internet l'ho scoperto relativamente tardi. E temo che come le radio libere prima o poi (ammesso che non lo sia già) venga omologato. Detesto l'omologazione. E adoro la libertà di espressione purchè condotta con intelligenza.

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