Per chi abbia curiosità di conoscere il cinema comico di Jerry Lewis e avere un saggio della sua poetica, della sua maschera, della mimica, del personaggio e del suo linguaggio cinematografico il consiglio è netto e caloroso: The Patsy. In Italia si è giocato sul successo felliniano dell’epoca e la distribuzione ha scelto un indelebile Jerry 8 e ¾ che a dire il vero svia un poco dall’autentica essenza del film: non un’autoanalisi a suon di metafore come per il maestro riminese, The Patsy è semmai un film comico che parla di finzione, di manipolazione della verità e di vita reale come menzogna. La trama è chiarificatrice.Hollywood, anni ’60: la televisione ha ormai offuscato il cinema e i divi impazzano di fronte alle telecamere. La bravura dei personaggi televisivi, però, è davvero innata e autentica? La risposta arriva subito: un noto comico muore in un incidente aereo e la notizia sconvolge sei operosi burattinai, veri autori del talento del defunto, che per non venir spazzati via dallo show biz decidono di assumere il primo signor Nessuno che gli capiti davanti, e trasformarlo in una stella. Mentre congetturano, la porta del loro ufficio si apre ed entra Stanley (Jerry Lewis), la quintessenza dell’anonimato: ecco l’occasione per continuare a lavorare nell’ombra e regalare al pubblico un nuovo “divo”.Finalmente il Jerry Lewis più maturo e ispirato, che costruisce con sapienza e sicurezza un edificio con salde radici e dalla più calibrata raffinatezza; linguaggio filmico impeccabile, cura fotografica scintillante e struttura narrativa equilibrata e inossidabile sono il risultato di un’assoluta padronanza del mezzo: davanti e dietro alla macchina da presa come nella più alta tradizione da Chaplin in poi. Lewis dimostra una grande passione per l’arte del racconto, una personale capacità nel cosa narrare ma soprattutto nel come narrarlo: insomma, una questione di stile.

La parola chiave è finzione. Da cui si aprono svariate parentesi: ipocrisia, sincerità, messa in scena, manipolazione. Si parte con un universo ben noto, Hollywood, con le sue stelle di cartapesta, il cerone sul volto che accorcia gli anni, i finti sorrisi e i baci contraffatti. Ed ecco che un divo – dio pagano del pubblico – altri non è se non un falso, un trucco, il risultato di un progetto studiato a tavolino. Una bella facciata che nasconde un baratro. Poi è il caso di Stanley, anonimo fattorino, estremamente timido e affatto integrato nel mondo – quello reale, senza set e cineprese –, che fatica per inserirsi e non sa essere all’altezza dei suoi pari. E qui scatta un meccanismo più perverso e doloroso, più intimo anche, che colpisce chi non è in grado di stare al passo con l’apparenza, con l’ipocrisia, e non sa nascondere la propria inettitudine. Un’incapacità che nel mondo reale provoca riso e derisione. Jerry Lewis ama esplorare queste realtà, raccontarne i risvolti amari senza mai rinunciare alla maschera della commedia. E si adopera in prima persona, interpretando l’animo umiliato e indifeso, punito dalla società dei prepotenti con le donne più belle, dei vincenti spesso perfidi e arroganti. Jerry Lewis indossa i panni che nessuno vuole portare: quelli dell’idiota, dell’incapace, del perdente. Non è solo un modo per divertire gli altri, non è semplice buffoneria, quella di Lewis è una denuncia per proteggere gli indifesi – non a caso in questi anni fonda il Telethon, dove si esibisce anche per più di 20 ore di seguito –. È anche una messa in scena della propria debolezza, un’esasperazione della frustrazione umana che manda segnali di aiuto, ma sembra non ricevere alcuna risposta. L’uomo Lewis siamo tutti noi, spremuti dall’incapacità a trovare la via e affermarci in una società ingiusta, complessa, corrotta e spaventosamente fasulla.
Uno dei primi traguardi raggiunti dal comico è l’ambientazione del film. Grandi, spaziosi ambienti arredati riccamente con colori vivaci e meravigliosi – sgargianti contrapposizioni cromatiche che confondono verdi accesi con arancioni ancora più fiammeggiati – fanno da arena in cui le fiere si addossano alla vittima Lewis: un esempio è quando, scelto Stanley come uomo su cui lavorare, il grande ufficio si svuota e Lewis arranca avanti e indietro per la stanza, le sue scarpe saltano sulla moquette come fosse rovente, l’inarcatura delle sue spalle disegna un completo disorientamento: è il suo disagio ad essere messo in scena, in tutta la sua solitudine e divertente (ma dolceamara) semplicità. La cinepresa osserva i collaboratori salire le scale, correre verso destra, sedersi alla macchina da scrivere e iniziare a produrre mentre Stanley cerca di corrergli appresso, anche solo per capire cosa debba fare. Ma non deve fare niente, non è il suo “compito”.

Il colore entra prepotentemente nella storia. Niente è lasciato al caso, dal pavimento, ai divani, per non parlare dei vestiti. Ma è soprattutto il rapporto fra Jerry, con la sua disperata inettitudine, e la fastosità degli ambienti, l’accurata composizione del mobilio e degli oggetti di scena. Illuminante è la sequenza in cui Stanley viene condotto da un musicista tedesco (il doppiaggio italiano purtroppo, affidato in questo caso al grandissimo Nando Gazzolo, ne elimina del tutto l’accento), grande esteta dalla casa riccamente addobbata. Lewis è un danno ambulante e lo spettatore ben sa che ogni cimelio (vasi, poltrone e oggetti costosissimi) verrà distrutto dall’incontrollato moto del comico. A dispetto di questa prevedibile soluzione, il regista gioca con la suspence e fa in modo che nulla di quanto urtato e percosso venga distrutto. A sorpresa sarà proprio l’insegnante tedesco a far esplodere l’intero appartamento con un acuto. In questa scena dunque Lewis gioca con il linguaggio del cinema: la soggettiva è l’espediente che immedesima lo spettatore nel padrone di casa teutonico e fa in modo che entrambi percepiscano l’ansia che Lewis distrugga qualcosa… La cinepresa osserva i movimenti di Jerry, lo segue quando fanciullescamente si siede su ogni scomoda poltrona antica o si sbatte contro un vaso di valore, riuscendo però a non farlo precipitare sul pavimento. L’accumulo di mancati disastri si libera nell’apocalisse finale.
La finzione è rappresentata anche metaforicamente con il continuo rimando al mezzo cinematografico o audiovisivo in generale: l’inquadratura si infittisce così di microfoni, telecamere, carrelli e altri oggetti di falsificazione e riproduzione, un occhieggiare metalinguistico non gratuito o autocelebrativo, ma funzionale al discorso in atto. È curioso che da questo punto di vista il film non sia per nulla eccessivo, e in contrasto con la recitazione davvero forsennata di Lewis la sobrietà della sintassi filmica rasenta la perfezione.

Inoltre la storia si segnala per la sua capacità di dipingere senza fronzoli o anacronismi la società mediatica attuale. Gli ingredienti ci sono tutti, dall’ottenere notorietà con gli scandali all’osannare chi non ha il minimo talento, mettendo in risalto i biechi sotterfugi con cui Hollywood sforna geni in serie, tutti in competizione acrimoniosa fra di loro. È però la squadra ad essere complice, colpevole e protagonista; è l’unione di più cervelli che, nel bene, sa far galleggiare quanto di più malizioso e nocivo si nasconda nell’animo umano. Almeno, nel mondo del lavoro. La squadra si presenta però anche come organo unico in grado di portare a termine qualcosa di meraviglioso e, pur mostrando la cattiveria di un’oligarchia, Lewis non rinuncia a salutare i suoi collaboratori come veri artefici del film: i macchinisti, gli addetti alle luci, gli sceneggiatori e tutti gli altri che sono coinvolti sul set. Autore Jerry Lewis? Nel cinema anche questo è menzogna, ci dice senza girarci attorno. Quando la commedia volge al termine e Stanley ha trovato il suo amore, l’uomo inciampa e cade dal cornicione. Lei piange la morte del suo amato ma Jerry spunta alle sue spalle: “questo è un film e io sto benone”, la rassicura smontando il set a mani nude. “Il pubblico in sala lo sapeva che io non ero morto” aggiunge indicando la macchina da presa; così il racconto si interrompe ma la complicità fra l’attore e il pubblico è illesa, perché figlia di un compromesso accettato da entrambi. La storia nella storia si conclude perché che l’arte sia menzogna non dev’essere un segreto.
L’attore-regista modula una maschera raramente tanto accurata. Per saggiarne a pieno le potenzialità è d’obbligo la visione originale, non c’è confronto fra i violenti cambi di voce di Lewis e i tentativi del doppiatore Romano di stargli dietro. Stavolta il sentimento di estraneità alle situazioni è compresso fino al limite, la smorfia lewisiana è semplicemente un capolavoro: sfogo viscerale, che parte dal diaframma e schizza via, un’esplosione di sentimenti repressi che attraversa le corde vocali con velocità assolutamente fuori controllo. L’accartocciarsi del suo viso è sintomo del dolore addominale che gli provoca l’ansia del momento, come un’ulcera perforante che lo fustighi a intermittenza. Egli è inadatto, squilibrato, fuori luogo in qualsiasi occasione. Il suo passato nasconde delle umiliazioni che ogni tanto vengono a galla e gli donano malinconia, ma la sicurezza di sé è ancora una meta lontana. Il corpo sembra in preda al caos, le reazioni sono iperboliche, degne ereditarie dei clown circensi, di cui il comico si è sempre detto umile allievo. Una mimica non solo inimitabile ma controllatissima. In più, fa morire dal ridere.
Jerry 8 e ¾ è una fiaba satirica sul cinema e sui suoi ingranaggi, su come un comico sappia distaccarsi da quel mondo e non caderne vittima. Con film di questo tipo l’ex spalla Lewis dimostra al suo pubblico che non solo è un comico di classe ma anche un artista totale nel campo della cinematografia. E non ci sono eredi che tengano o paragoni da sfoggiare. Di Jerry ce n’è uno solo e non ha bisogno di dimostrare davvero più niente a nessuno.
Regia: Jerry LewisSoggetto e sceneggiatura: Jerry Lewis, Bill RichmondDirettore della fotografia: W. Wallace KelleyMontaggio: John WoodcockScenografia: Cary Odell, Hal PereiraCostumi: Edith HeadInterpreti principali: Jerry Lewis, Ina Balin, John Carradine, Everett Sloane, Peter Lorre, Buddy Lester, Phil Harris, Hedda Hopper, Ed Sullivan, George Raft, Ed Wynn, Keenan WynnMusica: Paul HaggarProduzione: Ernest D. Glucksman la ParamountTitolo originale: “The Patsy”Origine: Usa, 1964.Durata: 101 minuti.
Commenti
Ecco un film irrinunciabile firmato JL :)
torno domani a leggere..ok? Intanto Yupppiiiiiiiiiiiiiii
2. E sia, te lo concedo :)
Piuttosto non so se cambiare il titolo in Jerry 8 e 3/4 o lasciarlo così...
3. Cambiato...
"In Italia si è giocato sul successo felliniano dell?epoca e la distribuzione ha scelto un indelebile Jerry 8 e ¾ che a dire il vero svia un poco dall?autentica essenza del film: non un?autoanalisi a suon di metafore come per il maestro riminese, The Patsy è semmai un film comico che parla di finzione, di manipolazione della verità e di vita reale come menzogna."
> Che fantasia eh? Strano paese che abitiamo...
"La finzione è rappresentata anche metaforicamente con il continuo rimando al mezzo cinematografico o audiovisivo in generale: l?inquadratura si infittisce così di microfoni, telecamere, carrelli e altri oggetti di falsificazione e riproduzione, un occhieggiare metalinguistico non gratuito o autocelebrativo, ma funzionale al discorso in atto. È curioso che da questo punto di vista il film non sia per nulla eccessivo, e in contrasto con la recitazione davvero forsennata di Lewis la sobrietà della sintassi filmica rasenta la perfezione."
> Passo magistrale.
mastro Martello.
:))
A breve l'altro cult, il più celebrato, Lewis versione R. L. Stevenson :)
"Il colore entra prepotentemente nella storia. Niente è lasciato al caso, dal pavimento, ai divani, per non parlare dei vestiti. Ma è soprattutto il rapporto fra Jerry, con la sua disperata inettitudine, e la fastosità degli ambienti, l?accurata composizione del mobilio e degli oggetti di scena", sì è verooooo!!!!
"E non ci sono eredi che tengano o paragoni da sfoggiare. Di Jerry ce n?è uno solo e non ha bisogno di dimostrare davvero più niente a nessuno", non se ne trovano in effetti. Io lo adoroooooo!!!!
infatti non mi sbilancio in attesa del titolo al punto 8...ghghghgh...
da piccola avevo due appuntamenti fissi in tv ( a ripetizione durante gli anni)...il sabato pomeriggio Jerry Lewis (quasi sempre su reti private), la domenica prima di pranzo Mickey Rooney (durante la settimana cartoni).
I film di Jerry Lewis del ciclo canale5 di Natale '90 sono credo i miei più lontani ricordi. Anziché l'asilo o le elementari, ricordo tutte le registrazioni che avevamo fatto, e la poltroncina rossa di mezzo metro in cui guardavo i film :) Avevo sei anni. Non ho idea di cosa sia successo prima. E va be'!