UN AMICO MENO IMMAGINARIO DEL PREVISTO.
Semplicemente sopravvalutato: eccessivamente sopravvalutato.
“Rain Man” è un film che ha più il sapore del “viaggio di formazione” che della “elegia della diversità”: Barry Levinson è un regista molto ordinato e molto lineare, ma non sa parlare alle anime degli spettatori. Ha un suo equilibrio formale che però ha l’acidulo retrogusto del compitino da sette meno: è lindo e misurato, non conosce precipizi e non conosce impennate. È come il timbro di un burocrate su un documento: sappiamo bene che serve, ma ne faremmo volentieri a meno. In altre parole: guardare questo film ha soltanto un significato, e cioè godersi l’interpretazione di Dustin Hoffman, che pure non è impeccabile. Stop.
La trama.
Charlie Babbitt (Tom Cruise) è un giovane, aggressivo e insolente imprenditore statunitense: nel pieno di una crisi economica che rischia di fargli chiudere la baracca, a un passo dalla rottura con la sua compagna e collaboratrice Susanna (Valeria Golino), viene informato della morte del padre.
Indifferente all’evento, per via di un traumatico distacco avvenuto anni prima, si presenta alla cerimonia funebre vagheggiando l’idea di risolvere le sue noie economiche con la cospicua eredità del caro estinto (è il caso di dirlo).
Superata, indenne, la tortura del formalismo delle esequie, Charlie si presenta, baldanzoso e febbrile, dall’impettito notaio di turno: scopre, con un certo (comprensibile) rammarico, che i tre milioni di dollari sono stati destinati a certo Raymond Babbitt (Dustin Hoffman), mentre a lui spetta uno splendido cespuglio di rose da competizione e la decappottabile che causò la rottura dei suoi legami col padre. Piuttosto contrariato, s’appresta a scoprire, in una casa di cura, che Raymond Babbitt esiste davvero, ed è il fratello che non sapeva di avere. Non solo.
Raymond è un “sapiente autistico”: ha “tutte le funzioni”, sprazzi di genialità, qualche “insufficienza nella percezione sensoriale” e un equilibrio psichico ovviamente fragilissimo. Accaparrarsi la tutela del “quasi adatto” Raymond può significare aggiudicarsi i tre milioni di dollari agognati: così, Charlie si scopre pieno di slanci fraterni e di comprensione per lo sfortunato, ritrovato consanguineo.
Susanna non è entusiasta del cinismo del suo (quasi) ex innamorato: appena può, taglia la corda e torna a monitorare le difficoltà dell’azienda, lasciando i due fratelli soli nella grottesca fuga ideata e attuata dall’astuto Charlie. La storia si sviluppa come atipico “on the road”, i due Babbitt fianco al fianco, tra casinò, alberghetti, crisi d’astinenza del povero teledipendente Raymond e crisi di coscienza del presto sfinito Charlie: che, progressivamente, sente autentico trasporto nei confronti del fratellino e riconosce in lui non più Raymond, ma il Rain Man della sua infanzia, il buffo uomo della pioggia che da piccolo veniva a cantare per lui, e che credeva sua invenzione di bambino troppo solo. Così, sembra perdere importanza la questione dell’eredità, in onore alla bella amicizia appena nata: superando diffidenze, perplessità, intolleranza e nevrastenie di varia natura, Charlie mostra d’avere mantenuto una larvale umanità nonostante qualsiasi apparenza giuri il contrario.
Appunti.
Nessuno si sogna di discutere l’interpretazione di Dustin Hoffman: un ruolo difficilissimo (che pure Andrew Miller, in “The Cube”, ha saputo interpretare con altra spontaneità, altro spessore e altra credibilità), quello del “sapiente autistico”, che s’è conquistato di pieno diritto qualche riga nella storia del cinema. Nonostante qualche forzatura dal sapore grottesco che sinceramente non sembra né particolarmente adeguata, né particolarmente brillante, né particolarmente rispettosa nei confronti degli autistici, non si può negare l’indubbia efficacia della lettura del ruolo. Tom Cruise è invece distante anni luce dalla maturità dimostrata in “Magnolia”, in “Eyes Wide Shut” o in “Vanilla Sky”: qui è semplicemente un attore telegenico, alle prime armi, irrimediabilmente grezzo e grossolano. Sullo stesso, mediocre livello Valeria Golino: non incide e non convince. Taccio sul doppiaggio.
Sceneggiatura farraginosa e non immune da noiose ridondanze, e facile a cadere in una faciloneria e in un cattivo gusto almeno deprecabili. Non mi sembra un film memorabile: non trovo nessuna poesia in questa pellicola, nessuna intuizione geniale, niente di straordinario. È una discreta opera d’artigianato, pregiata dall’intento di affrontare una questione dolorosa e difficile come l’integrazione del diverso, del “nato due volte”, per dirla con le parole di Pontiggia, nella società e nella “famiglia”. Niente di più. Un certo retrogusto anni Ottanta è poi fatale e intossicante: il kitsch di quel decennio è sinceramente irripetibile, per un’infinità di ragioni. Non solo politiche.
Se voleva essere film “delicato” e “commovente”, non lo è stato: mai.
Regia: Barry Levinson.
Soggetto: Barry Morrow.
Sceneggiatura: Ronald Bass e Barry Morrow.
Direttore della fotografia: John Seale.
Montaggio: Stu Linder.
Interpreti principali: Dustin Hoffman, Tom Cruise, Valeria Golino, Gerald Molen, Jack Murdock.
Musica originale: Hans Zimmer.
Produzione: Mark Johnson.
Origine: Usa, 1988.
Durata: 133 minuti.
Info Internet: Sito ufficiale del film.
Sito ufficiale di Barry Levinson.
Lankelot Franchi, ottobre del 2003.
Commenti
"Semplicemente sopravvalutato: eccessivamente sopravvalutato". Sottoscrivo.
"Non mi sembra un film memorabile: non trovo nessuna poesia in questa pellicola, nessuna intuizione geniale, niente di straordinario. È una discreta opera d?artigianato, pregiata dall?intento di affrontare una questione dolorosa e difficile come l?integrazione del diverso, del ?nato due volte?, per dirla con le parole di Pontiggia, nella società e nella ?famiglia?. Niente di più".
E' vero ciò che scrivi, Gianfranco, il film non ha colpi d'ala, ma a me è piaciuto: sarà per l'interpretazione di Hoffman?
Sarà che sono sentimentale?
Io l'ho trovato divertente e commovente, recitato bene e diretto con attenzione. Non ha ritmo, questo sì, perché Levinson prolunga ogni scena fin quasi all?esasperazione, ma forse proprio per questo riesce a caricare la pellicola di forza drammatica necessaria. Al resto pensa Dustin Hoffman, che dà corpo in modo efficace e di maniera al suo geniale handicappato. Tom Cruise non è certo l?attore che può rubargli spazio. La sceneggiatura è quanto di più prevedibile e hollywoodiano si possa immaginare, con il progressivo cambiamento di tutti i personaggi principali del film, eccetto Raymond.
Cammeo del regista nel ruolo di uno psichiatra.
Grazie di averlo presentato.
Raffaella
I sentimenti mutano la percezione delle cose, figuriamoci delle opere d'arte;). Pienamente comprensibile. Grazie per il contributo e per gli approfondimenti, Raffaella!
Tom Cruise in questo film. Ho qualche riserva. Che interpreti da grande attore un personaggio di una semplicità psicologica fin elementare, stereotipata nelle comprensibili quanto inevitabilmente consequenziali reazioni e progressive mutazioni affettive? O che navigando a velocità di crociera grazie ad un'espressività a quei tempi non particolarmente sviluppata ed una recita superficiale, da uomo comune neanche particolarmente profondo o complicato, abbia svolto correttamente un compito scritto non certo per un Jack Nicholson, ma per un ragazzotto come tanti?
Ma il dubbio non è fondamentale, in fondo trovo che Cruise faccia il suo, apposta o meno, veste bene il vestito che deve vestire secondo la sceneggiatura.
Facendo emergere evidentemente Hoffman, non in quanto attore, ma per il personaggio interpretato.
In fondo il Film è Rain Man, ed è l'autistico la ragione d'essere del film, della storia, del racconto.
In pratica, come pare abbia detto Freud, a volte un sigaro è solo e soltanto un sigaro.
Non è un capolavoro, i ritmi sono discutibili, le pescate negli abissi psicologici si rivelano spesso delle battute di pesca alle sardine: semplici, facili e generose nel bottino recuperabile a piene mani.
Non è come cercare diamanti e non se ne trae la stessa soddisfazione. Ma anche fare una buona spera di articoli comuni e tornare con un carrello della spesa soddisfacente che riempia poi la dispensa psicoemotiva di quei beni di prima necessità, principalmente, di qualche delicatezza in minor parte, lascia una sensazione di benessere.
"In fondo il Film è Rain Man, ed è l?autistico la ragione d?essere del film, della storia, del racconto.
In pratica, come pare abbia detto Freud, a volte un sigaro è solo e soltanto un sigaro".
> Non so se fosse Freud, ma mi sembra inoppugnabile;).
Danke per l'ottimo commento. Estremamente condivisibile l'analisi della recitazione di chi allora aveva una sola velocità di crociera, come attore. Incredibile come e quanto sia migliorato, a partire da queste prove fiacche e leziosette, davvero.
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