Leone Sergio

Per un pugno di dollari

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Leone Sergio
Primo film della cosiddetta “trilogia del dollaro” (oltre alla pellicola in questione, Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto e il cattivo), Per un pugno di dollari è l’opera che rivelò Sergio Leone all’attenzione del Belpaese, ma non solo; costato 120 milioni di lire, incassò la bellezza di due miliardi (siamo a metà dei Sessanta, cifra assai interessante per il tempo) e venne esportato ovunque, dall’America all’estremo oriente. Leone ebbe anche qualche guaio giudiziario, in quanto la pellicola si ispirò, fin troppo da vicino, ad una delle più note opere del celebrato cineasta nipponico Akira Kurosawa (La sfida dei samurai - Yojimbo, 1961). Kurosawa e Kikushima (lo sceneggiatore) fecero causa per plagio al regista romano, il quale, preso atto della spiacevole situazione, risarcì i padri legittimi con la concessione esclusiva dei diritti di distribuzione della sua “creatura” in Giappone, Corea del sud e Taiwan. Detto ciò, passiamo alla storia.

Siamo nei pressi della frontiera che separa Messico e Texas. Joe (Clint Eastwood), un pistolero schivo e solitario, arriva a San Miguel, paese messicano controllato da due famiglie - i Rojo e i Baxter, tra loro antagoniste - che fanno il bello e il cattivo tempo. San Miguel è una landa desolata in cui ci sono più cadaveri che viventi, donne vedove e uomini al soldo delle due famiglie; unica eccezione sono il proprietario di una locanda e un anziano cassamortaro. Joe capisce subito che può essere il terzo in comodo, facendo il doppio gioco con i capi delle famiglie, cosi immaginando di raccogliere un mucchio di dollari: tanto per farsi notare, si presenta lasciando a terra quattro cadaveri. I Rojo, comunque, sembrano più spietati e determinati; guidati da Ramon (Gian Maria Volonté), un uomo senza scrupoli abilissimo con il fucile, travestiti da nordisti, assaltano una diligenza carica d’oro scortata dall’esercito messicano. Ma Joe li ha seguiti nell’ombra, si è fatto un’idea della situazione, dei contendenti della partita, della posta in gioco. E qui il lampo di genio, far credere, proprio nel momento in cui le due famiglie cercano una tregua, che l’una vuol fregare l’altra; con un abile stratagemma Joe porta più volte le famiglie allo scontro, riscuotendo dollari ora dall’una, ora dall’altra per le informazioni preziose che forniva, restando sempre in perfetto equilibrio. Ma c’è qualcosa che lo distrae dai suoi intenti, rischiando di farlo capitolare. Ramon è innamorato di Marisol, giovane donna che ha strappato alla famiglia: un figlio piccolo ed un marito, costretto a vivere rintanato senza reagire per paura che uccidano il bambino. Joe, ancora una volta ingannando tutti, riesce a liberare la donna e ricongiungerla alla famiglia, donandogli inoltre tutti i dollari che aveva guadagnato con il doppio gioco. Ma stavolta Ramon ha capito, lo imprigiona, lo tortura ma non lo uccide: vuol sapere dove è finita Marisol. Nel frattempo, i Rojo annientano l’intera famiglia antagonista. Allo stremo delle forze, nonostante le numerose ferite, l’abile pistolero riesce ad approfittare di una disattenzione per darsi alla fuga. Si nasconde, si rimette in sesto quel tanto che basta per tornare; tornare per salvare l’amico della locanda, tornare per un’ultima sfida, con Ramon: pistola contro fucile. L'epilogo è vicino.
 
JOE, RAMON E MARISOL 
 
Con Per un pugno di dollari inizia l’epoca degli spaghetti western, denominazione – in realtà – nata negli States per classificare i molteplici western italiani prodotti tra i Sessanta e i Settanta, riconoscibili per il limitato budget a disposizione e per le storie minimaliste. Tra i titoli più noti della categoria, ricordiamo, Lo chiamavano Trinità (e relativo sequel) e La collina degli stivali di Enzo BarboniDio perdona… io no! di Giuseppe Coalizzi (questi primi quattro tutti con il famoso duo Bud Spencer-Terence Hill) , Django di Sergio Corbucci (con il duro Franco Nero), I giorni dell’ira di Tonino Valerii  (con il leoniano Lee Van Cleef e Giuliano Gemma) e il semi sconosciuto Tepepa (ma tra i migliori, con Tomas Milian e il grande Orson Welles) dell’ottimo e altrettanto poco noto Giulio Petroni. Un cinema prolifico e di puro intrattenimento, cui le opere di Leone si diversificano per qualità di regia e per dimensione epica. Proprio la dimensione epica comincia ad essere ben riconoscibile dalla prima opera del regista romano, grazie alla dilatazione delle scene che costituiscono gli eventi cardine, all’alone vagamente fiabesco cosi lontano dal western made in Usa, alla scelta di privilegiare i dettagli fino a renderli ossessivi e ridondanti, all'uso dei primissimi piani. E non è tutto, perché il reale suggello a tale scelta visivo-narrativa arriva da una colonna sonora che sospende l’evento filmato e lo cala in una dimensione quasi mistica, ultraterrena. Merito del grande Ennio Morricone, che proprio grazie a Leone trova l’innesco per dar vita alla sua musica più ispirata e matura, capace di sconvolgere e capovolgere gli stilemi del western classico, portando le pellicole del regista romano nell’Olimpo della settima arte. Leone è anche sapiente scopritore di volti, come quello dell’allora totalmente sconosciuto Clint Eastwood, tenebroso quanto basta e con un’espressione sola, quella adatta a connotare il personaggio affidatogli, o di un feroce Gian Maria Volonté, ancora non all’apice della sua brillante carriera. È il volto ciò che conta, e Eastwood è il simbolo del cinema leoniano proprio perché messaggero “naturale” della sua arte, un cinema che modella i personaggi attraverso particolari minimi: un volto rugoso, cotto dal sole; occhi sperduti o di ghiaccio; un ghigno, una cicatrice, una particolare andatura.

I personaggi della pellicola non sono né santi né eroi, ma esseri in ricerca di un personale tornaconto; non esiste pena, non esiste buonismo – a differenza dei western d’oltreoceano – non esistono né vinti, né vincitori. Anche la pietas sembra lontana, salvo quando Joe aiuta la famiglia di Marisol a riunirsi e fuggire, come lontana è qualsiasi forma di messaggio collettivo indirizzato ad un bene comune o ad un alto ideale. Inoltre, questo è un western “interclassista” in cui i personaggi nascono (e muoiono) tutti dallo (nello) stesso nulla ideale (ma sarebbe meglio dire, ideologico), cosi aiutando l’immedesimazione di qualsiasi tipo di spettatore. Sarà cosi per tutta la “trilogia del dollaro”, la quale darà al nostro visibilità e successi inimmaginabili.  Solo con i tre film successivi, C’era una volta il West,
Giù la testa e C’era una volta in America, Leone costruirà opere empatiche di grandissimo respiro che richiamano temi più alti e pregnanti, tra i quali spiccano amicizia e disillusione.
 
CLINT EASTWOOD IN UNA POSA TIPICA 
 
Questa prima opera, in ogni caso, proprio per il suo scardinare i modelli ad essa preesistenti, è di un’importanza fondamentale per il cinema del tempo e per quello che sarebbe venuto. Da allora a oggi, registi di ogni parte del globo (sorprendentemente, tanto cinema asiatico) si sono ispirati e si ispirano a questo film e, più in generale, a tutta l’opera del regista romano che, nel tempo, venne sempre più omaggiato come un immortale dell’arte di celluloide e come indiscusso capostipite di genere. Lo stesso Eastwood, ora regista tra i più celebrati del pianeta, costruì il suo cinema ispirandosi al suo padre artistico, tanto da omaggiarlo direttamente nella pellicola che gli consentì di vincere il suo primo Oscar come miglior film e regia, quel Gli spietati (1992) che attualmente resta come l’ultimo, vero spaghetti western che si ricordi.

Curiosità: Nei titoli di testa non furono accreditati né il soggetto né la sceneggiatura. Regista e attori, nella prima copia per le sale, portavano tutti nomi americani (Leone si appellò Bob Robertson, in omaggio a Roberto Roberti, regista del cinema muto). Ciò la dice lunga sul fatto che i western, all’epoca, erano americani o non erano. Con sorpresa di tutti, Leone in primis, gli ottimi incassi consentirono di inventarne un tipo che fosse tutto nostro, italiano - ma da esportazione.
 
Regia: Sergio Leone. Soggetto: Sergio Leone, Duccio Tessari. Sceneggiatura: Sergio Leone, Duccio Tessari, Fernando Di Leo, Victor A. Catena. Direttore della fotografia: Massimo Dallamano, Federico G. Larraya. Scenografia e costumi: Carlo Simi. Montaggio: Roberto Cinquini. Interpreti principali: Clint Eastwood, Gian Maria Volonté, Marianne Koch, Joseph Egger, José Calvo, Benito Stefanelli, Wolfgang Lukschy, Sieghardt Rupp, Margarita Lozano, Mario Brega, Antonio Prieto. Musica originale: Ennio Morricone. Origine: Germania / Italia / Spagna, 1964. Durata: 100 minuti. 


In Lankelot:
ISBN/EAN: 
8032134048391

Commenti

Ecco il primo spaghetti western che si ricordi, nonchè l'opera che portò alla ribalta il grande Sergio Leone.

A questo punto aspettiamo l'intera trilogia!

"Solo con i tre film successivi, C?era una volta il West, Giù la testa e C?era una volta in America, Leone costruirà opere empatiche di grandissimo respiro che richiamano temi più alti e pregnanti, tra i quali spiccano amicizia e disillusione. "

Quindi consideri inferiori "Per qualche dollaro in più" ed "Il buono, il brutto..." ?

Non è questione di superiori o inferiori. Trovo che Leone da C'era una volta il West in poi abbia voluto volare più alto. In ogni caso, i miei preferiti sono "Giù la testa" e "C'era una volta in America", pur amando tutta la sua cinematografia.

Cerco di spiegarlo nel pezzo postato qualche giorno fa, proprio riguardante "Giù la testa": http://www.lankelot.eu/?p=1368

"...per dimensione epica. Proprio la dimensione epica comincia ad essere ben riconoscibile dalla prima opera del regista romano" > e già. C'è modo e modo di fare film d'intrattenimento

"sono né santi né eroi, ma esseri in ricerca di un personale tornaconto; non esiste pena, non esiste buonismo ? a differenza dei western d?oltreoceano ? non esistono né vinti, né vincitori" buona questa, plaudo convinto

"Ciò la dice lunga sul fatto che i western, all?epoca, erano americani o non erano" > non solo i western, eh. In generale, diciamo, che il filoamericanismo era turpe masochismo. Concordi?

Concordo, Paolo, concordo;)

Abbiamo insofferenze comuni :-)

"(Leone si appellò Bob Robertson, in omaggio a Roberto Roberti, regista del cinema muto)". > Hammer! Aiuto!

*

"Proprio la dimensione epica comincia ad essere ben riconoscibile dalla prima opera del regista romano, grazie alla dilatazione delle scene che costituiscono gli eventi cardine, all?alone vagamente fiabesco cosi lontano dal western made in Usa, alla scelta di privilegiare i dettagli fino a renderli ossessivi e ridondanti, all?uso dei primissimi piani. "
Ottima osservazione.
Concordo anche sulle osservazioni sulle musiche di Morricone e su Eastwood (l'uomo con due sole espressioni: col sigaro o senza).

"I personaggi della pellicola non sono né santi né eroi, ma esseri in ricerca di un personale tornaconto; non esiste pena, non esiste buonismo ? a differenza dei western d?oltreoceano ? non esistono né vinti, né vincitori"
ottimo anche qui, direi. Hi visto la trilogia del dollaro, poi gli altri film me li sono persi, dovrò rimediare.

Beh Roberto Roberti era il babbo di Sergio Leone, caro Franchi. :)

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