A Sora Rosa me ne vado via
Ciò er core a pezzi pe’lla vergogna
De questa terra che nun m’aiuta mai
De questa gente che te sputa n’faccia
Che nun ha mai preso na farce in mano
Che se distingue pe na cravatta.
Antonello Venditti, Sora Rosa
Il binomio Roma-Tomas Milian, alias “Monnezza”, alias Maresciallo Nico Giraldi, evoca nei nostri ricordi un tempo lontano più di vent’anni, spingendosi fino a trenta se consideriamo i due film con Lenzi e quello con Stelvio Massi (Il trucido e lo sbirro e La banda del gobbo col primo, La banda del trucido col secondo). Proprio quest’ultimo trittico citato, realizzato tra il ’76 e il ’77, vide protagonista dei famosi poliziotteschi – all’epoca partoriti in numero abnorme – la figura del “Monnezza”, ladruncolo che vive di espedienti, ma furbo e coraggioso, figlio di quel proletariato romano (e non solo romano) tanto amato al tempo dai registi di casa nostra. Della trilogia del “Monnezza” il film più interessante è certamente La banda del gobbo, ultima collaborazione tra Milian e Lenzi, che vide il bravo attore cubano alle prese con un duplice ruolo: quello del “Monnezza” e quello del “Gobbo”, fratelli gemelli uniti dal destino avverso e dalla capacità di sapersi confrontare con ingegno rispetto alle difficoltà della vita. Madre prostituta, padre ignoto e mai citato, i due fratelli si rincontrano a Roma dopo qualche anno, allorché il “Gobbo”, da tempo datosi alla macchia, decide di tornare nella Capitale in seguito ad un esilio forzato in Corsica, in cerca di fortuna.
Il “Gobbo” non è uno qualunque, è scaltro e di intelligenza sopra la media, tanto da esser temuto, nonostante un fisico che certo non lo aiuta. Arrivato a Roma suggerisce un colpo ad un portavalori a tre possibili complici, il “Sogliola”, “l’Albanese” e Perrone, colui che dovrebbe finanziare l’operazione malavitosa. Il “Monnezza”, invece, aiutante in officina, gli si propone più volte come aiuto, ma il “Gobbo” fa di tutto per tenerlo fuori dai rischi. I tre accettano, ma hanno la malaugurata idea di volere uccidere l’ideatore per spartirsi il malloppo, non immaginando quale tremenda vendetta ha in serbo il povero storpio. Aiutato dal fratello e da una prostituta di lui innamorata, li farà secchi tutti e tre e recupererà i soldi della rapina. Portata a compimento la vendetta, ma braccato dalla polizia, si lancerà in altre ardite imprese, volte a “normalizzare” la sua figura agli occhi della Roma bene. Deriso, non risparmierà nemmeno la borghese compagnia di una notte al Night. Sfuggirà anche all’ultimo agguato della polizia, lasciando un pensiero e qualcosa in più sia al fratello che all’amata prostituta. Ma il destino, beffardo e in veste di gatto nero, è di lui in attesa.

Si, certo, tutto quello che volete, è assolutamente un film di genere, godibilissimo nell’action e pieno di cliché poliziotteschi, consueto nell’esaltare i dialoghi turpi e boccacceschi, figlio di un tempo, come detto in apertura, che partoriva “filmacci” a iosa. Premesso che tali “filmacci”, non ho alcun dubbio, sono assolutamente da rivalutare, perlomeno sotto l’aspetto della spontaneità e della valorizzazione dei pochi mezzi a disposizione, La banda del Gobbo, tra i lungometraggi di genere nel genere (poliziottesco intriso di commedia), si concede di superare il recinto proprio a simili opere per abbozzare una vera e propria denuncia sociale che respira echi di quella rivoluzione mancata che ci "cantano" ancora con infinita nostalgia: il Sessantotto. Anzi, più che abbozzare in alcuni frangenti va giù proprio duro, trasformando la sanguinaria figura del “Gobbo” in una sorta di paladino degli umiliati e offesi, anche attraverso le suggestive note di uno tra i più bei testi scritti dal cantautore romano Antonello Venditti: Sora Rosa. Lenzi oramai padroneggia cosi bene il genere che non deborda con questa intrusione apparente, comunque attenuando e quasi abbandonando i toni forcaioli dei film precedenti, costruendo col “Gobbo” una figura buffa e feroce quanto assolutamente malinconica, che oscura quella del “Monnezza”, protagonista delle altre due pellicole della trilogia. Ma in fondo, e Lenzi lo sa bene e gli dà totale carta bianca, è sempre e comunque Tomas Milian: che sia “Gobbo” o “Monnezza”, come lo giri lo giri, è assolutamente padrone della scena. Ma Milian è anche di più, come è possibile capire dai credits, è colui che scrive, da romano acquisito, tutti i dialoghi dei suoi personaggi. Non lo sapevate, è? O comunque lo sapevate in pochi, fatto sta che l’attore cubano era talmente entrato nello spirito di Roma e delle sue affascinanti borgate (non vi sorprendete, voi che Roma la conoscete solo in cartolina, alcune lo sono per davvero, e allora lo erano ancor di più) che, nonostante fosse doppiato dal superlativo Ferruccio Amendola (uno dei più grandi doppiatori italiani di sempre), quel dialetto cosi gioioso, spontaneo e genuino lo aveva realmente interiorizzato, fino a farne la propria seconda lingua: si dice lo parlasse davvero bene, ancorché l’accento fosse palesemente centroamericano.


Si ride, ci si diverte, si parteggia, nonostante tutto, per lo sfigato ingegnoso, ma la malinconia, come una corda, si stringe in un cerchio che è sempre quello dell’esistenza: chi nasce tondo non muore quadrato e, come canta Venditti: “Annamo via, tenemese pe’ mano / c’è solo questo de vero pe’ chi spera / che forse un giorno chi magna troppo adesso / possa sputà le ossa che so’ sante”.
Il cantautore romano presta alla pellicola due perle della sua discografia, oltre alla già citata Sora Rosa, la sempreverde Roma Capoccia, che va a stamparsi nell’immaginario dello spettatore come degna colonna sonora dell’intero cinema poliziottesco romano (perché c’è anche un copioso filone milanese, oltre che napoletano) che ha furoreggiato nelle sale tra i Settanta e i primi Ottanta, lasciando allo sguardo dell’osservatore critico di oggi la sensazione che c’è troppa distanza tra il nostro e quel tempo andato. Fin troppo andato. Tutto scorre, nel mondo globale, con andatura veloce, e l’italico cinema di genere di allora è una delle tante misure di come tutto è davvero fuggevole. Rivalutare il poliziottesco, ingegnoso prodotto di una lunga stagione in chiaroscuro del cinema nostrano, pertanto, è quasi un modo per fermarsi a riflettere. Per riassaporare qualcosa che oggi, a distanza di trent’anni, sembra oltremodo perduto tra commedia boldiana, pieraccioniana e desichiana, inguardabili pellicole minimaliste, provincialismi assortiti e tramonto del cinema autoriale. Forse, chi l’avrebbe mai detto, si stava meglio quando si stava peggio.
Regia: Umberto Lenzi. Soggetto: Umberto Lenzi. Sceneggiatura: Umberto Lenzi, Tomas Milian. Direttore della fotografia: Federico Zanni. Montaggio: Eugenio Alabiso. Interpreti principali: Tomas Milian, Pino Colizzi, Isa Danieli, Sal Borgese, Luciano Catenacci, Guido Leontini, Mario Piave, Solvi Stubing, Carlo Gaddi, Alessandra Cardini, Livio Galassi, Nello Pazzafini, Angelo Civera, Franco Odoardi, Francesco D’Adda, Valentino Macchi, Roberto Caporali, Fortunato Arena, Rosario Borelli, Tony Morgan, Fulvio Mingozzi, Ennio Antonelli, Benito Pacifico, Massimo Bonetti, Jimmy il Fenomeno. Musica originale: Franco Micalizzi. Produzione: Dania – Medusa. Origine: Italia, 1977. Durata: 98 minuti.
In Lankelot:
Commenti
A voi anche il Milian con Lenzi, quello der "Gobbo" e der "Monnezza". Per ripercorrere l'italico cinema del tempo che fu.
"Premesso che tali ?filmacci?, non ho alcun dubbio, sono assolutamente da rivalutare, perlomeno sotto l?aspetto della spontaneità e della valorizzazione dei pochi mezzi a disposizione,"
> beh, va bene. Ma personalmente rimango perplesso, non ci riuscivo da bambino e non riesco nemmeno adesso a guardarli, è più forte di me. Possono essere spontanei quanto vogliono, però se dovessimo apprezzare qualcosa per la spontaneità e per i pochi mezzi allora daremmo vita ai festival degli amatori... no?
"per abbozzare una vera e propria denuncia sociale che respira echi di quella rivoluzione mancata che ci "cantano" ancora con infinita nostalgia: il Sessantotto. Anzi, più che abbozzare in alcuni frangenti va giù proprio duro, trasformando la sanguinaria figura del ?Gobbo? in una sorta di paladino degli umiliati e offesi, anche attraverso le suggestive note di uno tra i più bei testi scritti dal cantautore romano Antonello Venditti: Sora Rosa."
> così addomesticavano i critici:)
"Forse, chi l?avrebbe mai detto, si stava meglio quando si stava peggio."
> provincia semo, provincia coatta eravamo:).
Non ho nostalgie, ma capisco la morale cinefaga.
Di passaggio, e letta probabilmente in fretta: "filmacci" da rivalutare tenendo pur conto che non sono altro che filmacci :) Dico, ok il provincialismo e la genuinitià (lontana miliardi di anni luce dal "Decameron" per esempio - concorderai sicuramente) ma non dimenticate (oh voi romani) che l'immedesimazione nel proletariato romanaccio è un fenomeno che a tutti gli altri - a noi sardi, per esempio - non tocca minimamente. Se nella vostra zona il Monnezza è un mito cult, qui lo può essere - in maniera moooolto ridimensionata - a causa soltanto della tv trash di oggi. Quanto al poliziottesco in sé (malgrado Lenzi) si vola basso, suvvia... L'unico approccio che condivido con questi film è il ruolo dello spettatore-delinquente: guardarli e fingere di apprezzare :p
2 - 5. Ma si, ma si, cari Franco e Luca, mai detto che siano capolavori. Il Decameron è altro, siamo più che d'accordo, non è con con Pasolini il parallelo ma con il triste cinema nostrano attuale. Sarò una sorta di nostalgico di un tempo da me mai vissuto, ma trovo che le difficoltà - nel caso dei "filmacci" della lunga stagione grigia - abbia aguzzato l'ingegno di registi- mestieranti affatto disprezzabili: i vari Fulci, Lenzi, Di Leo, Castellari, Salce, Corbucci etc. tutto sommato, visti con un po' di beata ingenuità (che spesso è utile per oscurare la dura quotidianità), ci fanno comunque divertire.
Castellari ci manca, in archivio. Forse anche Di Leo:).
Sbaglio?
No, non sbagli. Vedremo di rimediare anche se, nonostante le lodi tessute, non è proprio il mio genere preferito. Più che altro stavo spaziando nella cinematografia di Tomas Milian, nel tentativo di rivalutarlo agli occhi degli appassionati di film d'autore. O dei detrattori a priori, che pur ci sono.
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Archivio, impaginazione e carattere.