Vivono tutti in un obbrobrioso casermone alla periferia di Londra, tanti microcosmi di ristrettezze ognuno rinchiuso nella sua angusta cella di cemento. Phil, tassista, la convivente Penny, cassiera, i loro figli Rory e Rachel, entrambi obesi, formano una famiglia stanca, demoralizzata, fiaccata dalla routine e attanagliata dalla minaccia della miseria. Vivono confusi fra l’umanità triste e litigiosa del vicinato, che è fatta della loro stessa disperata materia. Si ripetono i giorni e si ripetono gli incubi della disoccupazione, i cedimenti all’alcolismo, gli scatti di violenza e turpiloquio: senza soluzioni apparenti, senza concessioni all’ironia, senza alcuna prospettiva di liberazione.
Se sapessi in anticipo cosa ha da offrirti la giornata, non avresti neanche voglia di alzarti dal letto – afferma Phil, che sa precisamente cosa gli viene offerto dalle sue giornate, e infatti da una vita ritarda il risveglio fino alle prime ore del pomeriggio.
È un’immobilità di solitudine e rassegnazione. I tempi lunghi del racconto la rappresentano con efficacia. È un mondo in cui gli esseri umani hanno sopito le loro residue attitudini alla comunicazione e all’amore. I pranzi e le cene in famiglia, con il nervoso e scontento Rory che dalla tavola si tuffa direttamente sopra il divano; le notti in taxi a trasportare la giovane marmaglia ubriaca della Londra bene, trascorrono, pietosamente atone, in regolare silenzio. Non ci si parla, se non per scongiurare, balbettanti per la vergogna, il prestito di qualche spicciolo. L’isolamento, comunque, è subito e cercato. Marito e moglie, fratello e sorella pressoché si ignorano; Rachel a letto presto con un libro, Penny sul balconcino a sorseggiare sempre lo stesso tè nel cuore della notte, Rory e Phil a trascinarsi nelle loro catatoniche esistenze di palinsesti e stradari.
Il quadro che ci offre il nuovo lavoro di Mike Leigh è singolarmente desolato. I colori della fotografia sono impregnati di un umido malumore, della livida insoddisfazione dei personaggi ritratti. Conforme al tocco asciutto del regista, la colonna sonora si limita ad una partitura d’archi essenziale e persistente. Teso in tutto il film è un insopportabile sentimento di infelicità; che sembra sprigionarsi, però, di più dalla straordinaria prova degli attori e delle attrici che dallo sguardo di chi li ha diretti. La menzione alla perfetta misura dell’interpretazione di Spall valga ad elogio anche degli altri suoi colleghi, e di tutta l’immortale tradizione recitativa inglese che qui, così splendidamente, è stata perpetuata. Privato di questa rara intensità, chissà cosa ne sarebbe stato del soggetto di Leigh; più netto, di certo, si sarebbe mostrato il suo strutturale difetto di polpa e di idee. La morale del lutto o del dolore che unisce chi viveva diviso, che suona così superata dopo la severa lezione del Moretti della “Stanza del figlio”, in “Tutto o niente” al contrario è riproposta, senza neppure un palpito, dal taglio supino del regista inglese.
Regia: Mike Leigh.
Titolo originale: All or nothing.
Soggetto e sceneggiatura: Mike Leigh.
Direttore della fotografia: Dick Pope.
Montaggio: Lesley Walker.
Interpreti principali: Timothy Spall, Lesley Manville, Alison Garland, James Corden, Ruth Sheen, Marion Bailey, Paul Jesson, Kathrine Hunter, Sally Hawkins.
Musica originale: Andrew Dickson.
Produzione: Thin Man Films, Simon Channing-Williams, Pierre Edelman, Alain Sarde.
Origine: GB/Francia, 2002.
Durata: 128’.
Commenti
"Vivono tutti in un obbrobrioso casermone alla periferia di Londra, tanti microcosmi di ristrettezze ognuno rinchiuso nella sua angusta cella di cemento".
> Berlino Est e "Rijeka" le prime immagini che mi vengono in mente...
Anche Melara, se ti ricordi :)
"Il quadro che ci offre il nuovo lavoro di Mike Leigh è singolarmente desolato. I colori della fotografia sono impregnati di un umido malumore, della livida insoddisfazione dei personaggi ritratti."
> La nuova società inglese è chiaramente in crisi. Le ragioni, complesse e molteplici, le ritroviamo specchiate in analisi come questa. Più effetto che causa (sbaglio?), in generale.
"La morale del lutto o del dolore che unisce chi viveva diviso, che suona così superata dopo la severa lezione del Moretti della ?Stanza del figlio?, in ?Tutto o niente? al contrario è riproposta, senza neppure un palpito, dal taglio supino del regista inglese."
> bene: totalmente trascurabile. Messaggio correttamente ricevuto.
Rozzol! (cfr. comm 2)
Locandina.
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