La morte del cinema western è stata decretata molti anni fa.
Fine, si è detto a gran voce di fronte alle sempre minori produzioni annuali, spesso di qualità dozzinale e con delle nobili ma rarissime eccezioni che si possono contare sulle dita di una mano.
Uno dei generi che ha scritto la storia del cinema è morto e sepolto.
Quanta gioia per i numerosi detrattori e quanto dolore per gli amanti costretti a vagare tristemente fra pellicole straviste e solitamente trasmesse su Rete 4 e Italia 7 Gold, fra telefilm entrati nella storia e ormai invecchiati come Bonanza, oppure rivolti ad un pubblico femminile/casalingo come "La signora del West" (creato da Beth Sullivan nel 1993) con protagonista la dottoressa Michaela Quinn, a ricercare negli orari notturni nuovi classici come "Deadwood" (telefilm ambientato nel 1876 nella cittadina più famosa del West, dove trovò la morte Wild Bill Hickock, senza nessuna concessione alla retorica ed arrivato alla terza stagione), oppure attendendendo pellicole come l’ultimo "Appaloosa" di Ed Harris applaudito al Festival del Cinema di Roma che puntualmente non raggiungeranno mai le sale.
Anche se si volesse confutare la tesi della sua morte, non ci si può esimere dall’ammettere che se il western non è morto, allora sopravvive in uno stato narcolettico dal quale sembra impossibilitato a riprendersi.
Le cause di questa rovina sono molteplici e difficili da districare: vanno dalla scomparsa dei grandi registi che lo resero immortale considerandolo non un divertimento a tempo perso all’esaurimento degli argomenti trattati ed ormai anche delle tecniche/contaminazioni narrative (la fantascienza parodistica del pessimo "Wild Wild West" di Barry Sonnenfeld (1999), l’horror del valido e misconosciuto "L’insaziabile" di Antonia Bird (1999) dedicata a una delle figure più note delle leggende indiane, il Windigo, fino ad arrivare a "The Missing" di Ron Howard (2003)(autore tra l’altro dell’enfatico Alamo) con due superlativi attori come Tommy Lee Jones e Cate Blanchett che guarda da un lato a "Sentieri Selvaggi" e dall’altro a "L’esorcista" con la figura del Brujero, il fumetto psichedelico "Blueberry" di Jan Kounen (2004) tratto dal fumetto di Jean Giraude Jean-Michel Charlier, il West visto dalla parte dei neri con "Posse – La leggenda di Jessie Lee" (Mario Van Peebles, 1993), che rimane una delle migliori chicche del genere, pur con tutti i suoi difetti, ed infine anche i remake come "Quel Treno per Yuma" rifatto da James Mangold (2007) con Russell Crowe e Christian Bale dall’originale di Delmer Daves, girato nel 1957 con Glenn Ford e Van Heflin, da un naturale superamento culturale dovuto alle trasformazioni dai primi anni ‘60 in seno agli USA e nel resto del mondo, basti pensare alla guerra del Vietnam, alla contestazione giovanile, al nuovo fermento culturale ed il mediocre "Soldato Blu" di Ralph Nelson (1970) che affrescando selvaggiamente il massacro operato dalla milizia di Chivington ai danni di un accampamento di Cheyenne ed Arapaho sul fiume Sand Creek nel 1863 guarda in maniera non troppo velata alla strage di My Lai perpetrata dai marines in Vietnam ed il retorico "I Cowboys" di Mark Rydel (1972) con l’anziano cow-boy John Wayne che educa un gruppo di bambini, assoldati per trasportare una mandria, ai sacri valori degli Usa secondo l’estetica della violenza, rendono bene la situazione, alle innovazioni/estremizzazioni stilizzanti del western di derivazione europea (Sergio Leone & Co., per esplicita ammissione non molto amati dal sottoscritto) che contagiarono di riflesso la sponda americana prosciugandola ancora di più (il seppur grande "Gli spietati" di Clint Eastwood (1992) non è altro che un film di Sergio Leone finalmente compiuto), dalla sempre più mediocre produzione di narrativa western da cui i registi traevano gran parte delle storie (l’ultimo esempio di grande scrittore western rimane Elmore Leonard i cui racconti western sono stati appena pubblicati da Einaudi) allo sdoganamento critico della fantascienza, che riprende e recupera molti dei soggetti e tecniche del western (le avventure di famiglie disperse nello spazio, gli incontri/scontri con feroci alieni, le apocalissi post-atomiche con l’eroe solitaro impersonato da Mel Gibson nei due capitoli della saga di Mad Max ("Interceptor, il guerriero della strada" di George Miller (1981) e "Mad Max oltre la sfera del tuono" di George Miller e George Ogilvie (1985) o da Kevin Costner ne "L’uomo del giorno dopo" (1997, Kevin Costner) e nel precedente "Waterworld" di Kevin Reynolds (1995), con incursioni anche nella letteratura "alta" con "Ragazza con paesaggio" di Jonathan Lethem (autore ossessionato tra l’altro da Sentieri Selvaggi e Guerre Stellari), non sono altro che una rivisitazione moderna di migliaia di film western come "Ombre Rosse" di John Ford (1939) o "Il cavaliere della valle solitaria" di George Stevens (1953)) per giungere infine alla demolizione completa della mitologia western, del suo sogno, ammantando il tutto di una patina di politically correct o violenza gratuita davvero insopportabile, rappresentato perfettamente dal sopravvalutato "Balla coi Lupi" di Kevin Costner (1990), nella sua accomodante e didascalica filosofia new-age salottiera di rivalutazione del popolo indiano tipica del colono bianco illuminato.
Ma visto che non è morto, il western trova sponde inaspettate anche in registi dediti abitualmente ad altri generi come il regista taiwanese Ang Lee, il quale, subito dopo aver realizzato quel piccolo gioiello di Tempesta di Ghiaccio (1997), tratto dall’altrettanto valido romanzo di Rick Moody, decide di sfidare se stesso ed il pubblico girando un film western tratto dal libro di Daniel Woodrell, "Woe to live on" (1987), pubblicato in Italia dalla casa editrice "Le Vespe".
Quella di Ang Lee è una sfida vera e propria, sia per il genere scansato dai registi più affermati, sia per l'argomento trattato dal film: la Guerra Civile Americana, in particolare quella combattuta nei Border States (Missouri, Kansas, Arkansas), gli stati posti sulla linea di confine tracciata fra Nord e Sud, vissuta attraverso gli occhi dei guerriglieri sudisti, i Bushwackers, diventati famosi per la loro ferocia e violenza ma anche per una dedizione alla causa del Sud che scaldò di passione molti cuori.
E adesso un passo indietro: la Guerra di Secessione Americana non fu solo, come semplicemente amiamo pensare, un conflitto combattuto sostanzialmente fra gli eserciti regolari di Nord e Sud per l’emancipazione degli schiavi (una guerra di stampo europea ma che viene considerata a tutti gli effetti la prima guerra moderna) ma soprattutto fu il confronto/scontro fra un mondo antico, basato su privilegi ormai obsoleti (lo schiavismo inserito in una società molto simile alla Francia pre-rivoluzione francese), sull’orlo del baratro ed un mondo nuovo, non necessariamente migliore, fondato sul progresso tecnologico in tutti campi, sulla presunta innovazione culturale, sulla modernizzazione industriale del Paese, simboleggiata dalla ferroria che collega tutta la nazione. La vittoria del Nord fu garantita dall’industria in espansione che seppe votarsi quasi interamente alla produzione bellica; dai grandi monopoli finanziari che avevano rivolto da tempo lo sguardo alla definitiva colonizzazione dell’Ovest, ponendo già le basi per il futuro espansionismo americano dettato dalla dottrina Monroe del 1823 (Cuba, le Filippine, fino ad arrivare ai giorni nostri); e dall’impiego senza precedenti degli immigrati europei arruolati col miraggio di un brandello di terra o di denaro (situazione ben illustrata da Martin Scorsese in Gangs onf New Yok con gli immigrati irlandesi che appena sbarcati dalle navi vengono arruolati nell’esercito unionista). La Guerra di Secessione Americana fu anche una Guerra Civile combattuta senza divise ufficiali nel cortile di casa, fra americani e americani, fra poveracci e poveracci, fra contadini e contadini, fra allevatori e allevatori, fra privilegiati e privilegiati. Una Guerra Civile i cui strascichi sarebbero durati per decenni.
Emblematico di questa situazione controversa è il caso dei Border States, in particolare lo stato del Missouri, luogo dove si svolge quasi totalmente Cavalcando col diavolo, dove abolizionisti e schiavisti si scontrarono ferocemente in una guerriglia combattuta fra bande irregolari di ogni genere. I guerriglieri di ambedue gli schieramenti diventarono in molti casi dei veri e propri eroi fra la popolazione, molto più dell’esercito vissuto come un’entità lontana e spersonalizzante, perché schierati a difesa del proprio territorio, delle proprie tradizioni, delle proprie donne, del proprio onore. Un presente legato al passato difeso fino alla morte. Ancora oggi i nomi dei guerriglieri sudisti come William Quantrill, Bill Blood Anderson, i fratelli James, che non avrebbero mai accettato la resa del Sud, vengono ricordati e venerati per aver combattuto fino alla morte contro gli invasori yankee. Degli uomini diventati dei miti, accompagnati da una scia di novelli Robin Hood del Sud come i fratelli James che godettero da parte della popolazione di una protezione che permise loro di vivere alla macchia per parecchi anni. Jesse James fu infatti assassinato il 3 aprile 1882 (17 anni dopo la fine della guerra) per mano di un traditore della sua stessa banda, Robert Ford (episodio tra l’altro ricordato da Andrew Dominick in "L’assassino di Jesse James per mano del codardo Robert Ford" (2007)). Ma non bisogna dimenticare che furono degli uomini feroci, non certo dei santi immacolati, capaci di azioni terribili come l’incursione guidata da William Quantrill, che per vendicare le incursioni degli abolizionisti, nel 1863 assaltò la cittadina di Lawrence nel Kansas, ritenuta il ventre sempre gravido di abolizionisti, trucidando più di 150 civili inermi, con esecuzioni sommarie per la strada.
Un secondo passo indietro: la Guerra Civile Americana sembra un argomento tabù per i registi statunitensi (al pari della Rivoluzione Americana), come se fosse un capitolo intoccabile o troppo complesso da affrontare (da non dimenticare un certo astio del pubblico e delle case cinematografiche per opere difficili da inquadrare). Altro elemento interessante è che in molti casi da queste pellicole, gli sconfitti, i sudisti, escono glorificati, incensati, rispettati.
Le pellicole specificatamente dedicate al tema non sono molte e alcune di queste non possono essere iscritte totalmente al genere western o tantomeno a quello bellico. Vale la pena ricordare il film per eccellenza dedicato al Sud, "Via col Vento" di Victor Flemin (1939), un capolavoro-inno in tutti i sensi al povero vecchio Sud distrutto e depredato dai vigliacchi approfittatori del Nord, con gli schiavi che vivono nel mondo dei balocchi e sacrificano gioiosamente la propria vita per i padroni; uno dei capisaldi della storia del cinema per le sue innovazioni tecniche, produttive e narrative come "La nascita di una nazione" di D.W.Griffith (1915) che divise paese e pubblico per il suo ambiguo messaggio a favore del Ku Klux Klan; "The Little Colonel" di David Butler (1935), protagonista Shirley Temple e con uno sguardo consolatorio e bonario verso il buon vecchio Sud rappresentato dalla figura del nonno della bambina; "Soldati a Cavallo" di John Ford (1959) che narra l’incursione in territorio sudista di uno squadrone di cavalleria nordista comandata da John Wayne e caratterizzata da una simpatia non troppo velata verso il Sud, il suo onore e le sue donne speciali; "Sierra Charriba" di Sam Peckinpah (1965, pellicola massacrata dalla produzione) dove ai sudisti prigionieri in un campo viene offerta come sola possibiltà di riscatto quella di collaborare coi soldati nordisti nella cattura del capo apache Sierra Charriba, e la loro adesione fedele alla missione permette al regista di rendere onore al Sud che si sacrifica per il bene di tutti; la riscoperta dell’utilizzo di truppe di colore unioniste mandate al massacro come carne da macello in "Glory" (Edward Zwick, 1989, ispirato ad un fatto realmente accaduto); e l'ultimo kolossal sentimentale hollywoodiano "Cold Mountain" di Antony Minghella (2003) che vorrebbe guardare a "Via col vento" ma che resta invece nel campo dei film harmony. Queste sono solo alcune fra le opere più famose, altre ne esistono, come per esempio l’episodio della battaglia di Shiloh all’interno del film corale "La conquista del West" (1962) girato da John Ford, "La maschera di fango" (André de Toth, 1952), ma tutto sommato è molto poco.
È interessante notare come la stessa situazione si ripeta anche in Italia con una quasi totale assenza, tralascinado qualche raro film in bianco e nero e sceneggiati fasulli, nel nostro panorama cinematografico di pellicole ispirate ad episodi del Risorgimento o ad altri capitoli più controversi della nostra storia (anche se non sono da sottovalutare le differenti disponibilità di budget oltre che la qualità dei registi).
Torniamo a noi.
Ang Lee sceglie come protagonisti di Cavalcando col diavolo due giovani amici, Jake Roedel (Tobey Maguire), di origini tedesche, che anche se il padre vuole assolutamente tenerlo lontano da un conflitto che non appartiene, si sente a tutti gli effetti un uomo del Sud e non si può concepire come altro se non quello e Jack Bull Chiles (Skeet Ulrich, protagonista anche de "L'insaziabile"), sudista di ottima famiglia, il gentiluomo per eccellenza, e li scaraventa nel conflitto.

L’apertura del film ricorda, seppur in tono decisamente minore, le prime scene de "I cancelli del cielo" di Michael Cimino (1980): un momento di festa per celebrare il matrimonio della sorella di Jack Bull che sarà l’ultimo momento di pace, l’ultimo sprazzo di serenità adolescenziale prima dell’ingresso nell’età adulta e nei fumi della polvere da sparo. La tensione è latente, non c’è nessuna indulgenza nello sguardo, nessuna pace in quella festa che se la si studia con attenzione la si scopre presidiata da uomini col fucile, per paura di possibili incursioni degli abolizionisti. La notte stessa la vita dei ragazzi viene sconvolta: gli abolizionisti uccidono il padre di Jack Bull, bruciandone la casa e i due amici, per sfuggire alla cattura, si danno alla macchia unendosi ai guerriglieri sudisti.
La ferocia della guerra ci viene subito mostrata nella scena successiva in una ferocia assoluta con un scontro a fuoco ingaggiato con una pattuglia nordista dove solo una donna viene risparmiata (in nome di un ipotetico codice morale) e in cui entra in scena il personaggio forse più affascinane del film intero, Pitt Mackeson (Jonathan Rhys-Meyers) il giovanissimo e bellissimo guerrigliero pieno di odio, che scalpa le vittime, che spara a chiunque, che brama sangue e solo sangue e che ingaggerà fino alla fine del film un confronto-scontro con Jake a causa delle sue origini tedesche e il suo volersi tenere lontano dai massacri gratuiti.
Il film si snoda seguendo le vicende di questa banda di guerriglieri, inserendo a poco nella narrazione una serie di personaggi che si ritroveranno per tutta la durata, tra i quali spiccano il feroce capo band Black John (James Caviezel) e la coppia formata dal gentiluomo George Clyde (Simon Barker) e dal suo fedele amico pronto a sacrificarsi per lui, lo schiavo liberato Daniel Holt (Jeffrey Wright). I guerriglieri, braccati ovunque, dopo uno scontro a fuoco particolarmente cruento, decideranno di dividersi e svernare in case sicure per riorganizzarsi a primavere. Jake, Bull Chiles, George Clyde e Daniel Holt si nascondono così in una grotta sicura nei terreni di un sostenitore della causa. E qui entra in scena, il solo e vero personaggio femminile del film, la giovane vedova, Sue Lee Shelley (la meravigliosa Jewel Kilcher), che sconvolgerà gli equilibri del gruppo con la sua pungente carica sensuale e i suoi modi bruschi e razzisti. Il film ha una svolta inattesa, che non rivelo per non rovinare la visione, che metterà alla prova Jake e le sue convinzioni e lo porterà a stringere un legame indissolubile con Sue Lee e Daniel Holt, fino a condurlo ad una scelta di vita. Una scelta obbligata ma che offrirà nuovi spiragli alla sua esistenza, lontana dalla guerra.

Ang Lee decide di calarsi nelle contraddizioni del conflitto, elevandole alla millesima potenza, cercando d'inserire nel film momenti contradditori, velati dal dubbio, aperti, per lasciare allo spettatore la massima libertà di interpretazione e immedesimazione. Certamente "Cavalcando col diavolo" non è un capolavoro: per il tema trattato e i numerosi episodi che si volevano descrivere la durata avrebbe potuto essere molto più considerevole (non amo particolarmente i film molto lunghi ma in questo caso un minutaggio superiore avrebbe reso il film un classico a tutto tono e maggiormente riuscito) e ci sono alcuni tagli nella narrazione (una scelta dovuta anche alla produzione) che rallentano la comprensione degli eventi e dei personaggi e la seconda parte del film, in alcuni passaggi risulta molto didascalica e leziosa, ma rimane comunque un film da vedere per tanti motivi. "Cavalcando col diavolo" un film che gronda pathos e in alcune scene Ang Lee riesce perfettamente a farci calare nell'orrore della guerra, senza però mai scadere nella banalità della semplice denuncia, a condurci per mano nel passaggio dall'età adolescenziale a quella adulta dei personaggi. Il senso del film è riassumibile in quattro situazioni ben distinte: la prima, in occasione della visita compiuta da Jake e Jack Bull presso la famiglia che li ospita mentre sono alla macchia, quando il padrone di casa, vecchio uomo del Sud, declama tutte le ragioni per cui la sconfitta del Sud è ineluttabile, perchè è una guerra che si sta combattendo per un mondo che non esiste più contro un Nord che "appena arriva costruisce le scuole e sovverte le regole", un discorso questo giocato sugli sguardi fra l'uomo, Jack Bull che non crede alla sconfitta e Jake, in realtà affascinato e colpito da alcuni di quei valori del Nord che hanno permesso anche alla sua famiglia tedesca di avere delle possibilità; la seconda, con la splendida scena di massa del massacro di Lawrence, preceduta dal discorso tenuto nel bosco dall'angelico William Quantrill sui motivi di quell'azione, necessaria a tutti i costi, e la successiva calata su Lawrence che appare come la cavalcata di un esercito di purificatori e per un istante lo spettatore non può non sentirsi coinvolto emotivamente da quell'azione che finirà in un bagno di sangue; la terza, sono gli scambi di battute fra Daniel Holt e Jake sul valore della libertà, su cosa significa davvero libertà che è da conquistare con le proprie forze e che nessuno ti può concedere, nemmeno col Proclama di emancipazione di Lincoln; ed infine il confronto-scontro finale fra Pitt e Jake, fra due ragazzi giovanissimi che scelgono vie diverse per crescere.
"Cavalcando col diavolo" è a tutti gli effetti un film da riscoprire che non rimane a mio parere un episodio minore nella filmografia di Ang Lee ma che viste le sue derive attuali, potrebbe quasi assurgere ad essere uno dei migliori film della sua carriera.
Titolo originale: Ride with the devil
Regia: Ang Lee
Soggetto: Daniel Woodrell
Sceneggiatura: James Schamus
Interpreti e personaggi: Tobey Maguire, Skeet Ulriche, Jewel Kilcher, Jeffrey Wright, Simon Baker; Tom Wilkinson, James Caviezel, Jonathan Rhys-Meyers
Fotografia: Frederick Elmes
Montaggio: Tim Squyres
Musiche: Mychael Danna
Scenografia: Mark FRiedberg
Anno: 1999
Durata: 138'
Paese: USA.
Filmografia di Ang Lee: Pushing Hands (Tui shou) (1992) Il banchetto di nozze (Hsi yen) (1993) Mangiare bere uomo donna (Yin shi nan nu) (1994) Ragione e sentimento (Sense and Sensibility) (1995) Tempesta di ghiaccio (The Ice Storm) (1997) Cavalcando col diavolo (Ride with the Devil) (1999) La tigre e il dragone (Wo hu cang long) (2000) Hulk (Hulk) (2003) I segreti di Brokeback Mountain (Brokeback Mountain) (2005) Lussuria - Seduzione e tradimento (Se, jie) (2007) Taking Woodstock (2009)
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Commenti
Neo AND!
mi è costata un po'. ma sono particolarmente affezionato a questo film e al genere. e mi piacerebbe davvero scrivere un qualcosa di grosso.
(stanotte da casa ti integro l'archivio ANG LEE)
grazie caro.
se riesci, mi puoi mandare via mail, il modo per cercare l'archivio e metterlo. talvolta se digito nella ricerca testi, un nome, un libro, non compare.
(manualmente! http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1
ordine alfabetico, per cognome autore. Copincolli. Prova!)
dovrebbe essere fatto.
se a qualcuno interessa questo film, non so dire se sia rintracciabile in dvd, io l'ho in vhs.
Credo sia l'unico Ang Lee che non ho visto. Restò pochissimo in sala, ricordo. Il dvd esiste. Lo scoverò in rete alla luce delle tue corpose riflessioni, mi ero sinceramente dimenticato dell'esistenza di questo film.
aspetto i tuoi commenti allora. avevo sentito che poi ang lee voleva girare un film sull'impiego dei cinesi nella costruzione della ferrovia ma non ne ho saputo più nulla.
(Andrea, è un articolo magnifico. Poderoso.
Chapeau)
"Un secondo passo indietro: la Guerra Civile Americana sembra un argomento tabù per i registi statunitensi (al pari della Rivoluzione Americana), come se fosse un capitolo intoccabile o troppo complesso da affrontare (da non dimenticare un certo astio del pubblico e delle case cinematografiche per opere difficili da inquadrare). Altro elemento interessante è che in molti casi da queste pellicole, gli sconfitti, i sudisti, escono glorificati, incensati, rispettati."
> Amice,
http://www.lankelot.eu/index.php/2008/05/13/dominik-andrew-l-assassinio-...
hai visto questo film?