David Lean, noto regista di Lawrence d’Arabia, Dottor Zivago e Il ponte sul fiume Kwai, è uno dei più grandi geni cinematografici e La figlia di Ryan un film semplicemente micidiale. In un kolossal che tale è solo per durata si dipana la travagliata storia d’amore dell’eroina eponima, la figlia del barista Ryan, simbolo della libertà umana repressa dall’ideologia e dalla Storia degli uomini.
L’ambientazione è perfetta: l’Irlanda, prima guerra mondiale. Con le sue scogliere costantemente schiaffeggiate dalle onde del mare, i suoi prati verdissimi e le casette basse nei paesini lungo la costa. Dominata però dal desiderio di liberarsi dalle pastoie degli occupanti – l’esercito inglese – che comandano con un fucile in braccio e una divisa straniera: una storia archetipica dell’Isola e dei suoi colonizzatori. Tema molto forte ed anche pericoloso.
Lean e il suo sceneggiatore più grande, Robert Bolt, mettono in piedi un’opera straordinariamente multiforme: l’amore di una irlandese per un maestro più grande di lei, il loro matrimonio, e poi un nuovo amore, assai più grave, per un giovane ufficiale inglese; quando il paesino si organizza per colpire i soldati qualcuno fa la spia e l’offensiva è abortita ancor prima di cominciare. È Ryan, insospettabile, che ha contattato gli inglesi ma il popolo dà la colpa a sua figlia, rea soltanto di aver amato un uomo che indossa una divisa nemica. E nella furia cieca, figlia del detto “l’unione fa la forza”, la folla si scaglia contro l’innocente per rendersi giustizia.

Vista così sembrerebbe una flebile trama da feuilleton a puntate e in tal modo l’hanno trattata i critici cinematografici per quasi mezzo secolo. Gli oscar conquistati hanno contribuito a far storcere ancora di più il naso, e nomi come Moraldo Morandini si sono espressi con le più discutibili invettive. Al contrario La figlia di Ryan è un capolavoro perché, complice una delle più coinvolgenti fotografie da che esiste l’arte cinematografica, pone numerose domande con la più delicata maestria narrativa. Lean è noto per i suoi film critici verso valori spesso esasperati come patriottismo, virilità eroica e opportunità della guerra, e stavolta dipinge una guerra d’indipendenza sullo sfondo di una vicenda personale che è di per sé metafora dell’impossibilità, da parte dell’uomo, di un’armonia fra i popoli. L’uomo è una bestia e dall’animale si differenzia per la sua inguaribile cattiveria, questo pare dirci, in uno dei possibili messaggi sottotesto, l’autore.
È in fondo una storia che si svolge su diversi piani e la sua durata – più di tre ore – fa sì che il passo sia uniforme, con ovvie alzate di tono laddove la storia lo richiede. Abbiamo così vari personaggi che fanno da contorno alla coppia del film: dopo Rosy e suo marito Charles (Robert Mitchum), fondamentale è il ruolo di intermediario fra i due e la comunità rivestito dal parroco Collins, che fa da tutore a Michael, povero minorato ripetutamente umiliato dai paesani. Il paese è rappresentato come una collettività, coi suoi volti sempre uniti, in festa o nelle proteste, come un organo unico e forte. Ecco cosa colpisce: la cattiveria e l’ignoranza degli abitanti del villaggio che si divertono a deridere e far violenza – fisica, psicologica, verbale – all’incapace Michael e, più avanti, all’adultera Rosy. Qui sta il grande coraggio di Lean e Bolt, nel mostrare il volto più basso anche di chi, ideologicamente, è vittima da difendere. L’istintiva e ancestrale perfidia degli isolani è domata solo dalla figura del parroco Collins, cioè dalla religione: fattore ancor più grave poiché interpretata come punizione divina e non come ricovero spirituale. Una forma primitiva e dogmatica di Dio, un essere cui abbandonarsi supinamente e da tradire alla prima delle occasioni. Il parroco non è uomo da difendere perché saggio o buono, egli è “semplicemente” subalterno di una figura più potente e dalla quale nutrire timore.

Interessante è Doryan, l’ufficiale inglese che si innamora di Rosy e la porta al tradimento del marito – e della patria –, che in effetti altri non è se non un soldato: vittima della guerra in corso e da essa irrimediabilmente traumatizzato. Volente o nolente egli però indossa la maschera del nemico, dell’occupante, in una terra straniera. E ciò gli scaglia l’odio degli abitanti del luogo e l’obbligo all’obbedienza alla sua patria: la stessa che lo ha obbligato a gettare la propria vita su un campo di battaglia. L’amore fra gli uomini sembra così estraneo a tali principi – fenomeno chimico e non ideologico – che i fattori esterni a questo sentimento non potranno che corrodere e spezzarlo. Quando Rosy e il soldato capiscono che devono lasciarsi, perché la politica possa continuare a mietere vittime, è già troppo tardi. Non è però un personaggio da perdonare, poiché comunque colpevole.
Ben lontano dai toni passionali e quasi grotteschi di Via col vento, La figlia di Ryan è uno dei massimi risultati fra le opere che si prefiggono l’equilibrio tra il commerciale e il capolavoro: ogni fotogramma induce il cinefilo a strillare di piacere e lo spettatore medio a farsi trascinare dalla storia. Alcuni passaggi sono autentici saggi di cinema, come l’avventura amorosa fra Rosy e il militare nel bosco, dove l’attenzione verso la flora immacolata si fa carico di un alto valore morale e poetico: casta eppure portatrice di peccato, malevolenza e amoralità. Le ragnatele, il muschio e i petali dei numerosi fiori infondono una pace totale che nasconde in sé il rigore matematico e biologico – dunque affatto sentimentale – del ciclo della vita. Così la violenza delle onde che sembrano voler distruggere i paesani nella lunga sequenza di patriottismo che li vede in mare a raccogliere armi per la rivolta; qui la natura sfodera tutta la propria ferocia e la tempesta sembra davvero sinonimo della carica spietata dei guerriglieri. Per non parlare dei campi lunghissimi, prediletti dal regista, spesso privi di esseri umani, in cui la terra (spiaggia, acqua, piante) esterna tutta la sua imponenza e immortalità. Immagini ipnotiche e desiderose di comunicare. Che urlano significati.

La patria, il senso del dovere e il controllo delle emozioni sembrano i doveri da rispettare per portare avanti un processo di imposizione della propria identità. Un’identità obbligata per chi nasce in un determinato luogo e non si sente di farne parte: e qualora esterni questa perplessità viene tacciato come infame, indegno e mostruoso. La patria come un marchio a fuoco, un dogma sotto cui chinare la testa e obbedire, obbedire, obbedire. E guai se si prova a dubitare della sua grandezza. David Lean realizza non solo un film di una bellezza compositiva e strutturale da brivido, ma anche un’opera che scavalca i suoi tempi e parla alle future generazioni; che non dà risposte ma riempie lo spettatore di domande, dubbi, stimoli. Il finale, anche il finale è un dubbio: che non anticiperemo.
Il dubbio è ciò che manca agli abitanti in rivolta; hanno la certezza delle proprie azioni, che in realtà sono sbagliate, e corrono a distruggere degli innocenti. Il parroco fermerà il loro gesto e per loro sarà la mano di Dio: un Dio del quale non dubiteranno mai, rinunciando a porsi delle domande le cui risposte potrebbero avvicinarli in modo più consapevole e maturo al proprio creatore. L’isola, si sa, è una figura poetica che si presta a miriadi di interpretazioni. Può intendere tutte le isole o una comunità più in generale, simbolo di una collettività disgregata o ghettizzata. Chi legge nella trama un film di propaganda inglese si sbaglia. Si possono intravedere delle critiche non agli abitanti irlandesi ma, più in generale, alla catalogazione superficiale degli uomini, alla divisione irresponsabile fra buoni e cattivi, tra patroni e schiavi, fra vittime o carnefici. Un invito non all’odio e alla generalizzazione, ma all’analisi obiettiva dei fenomeni e delle persone.

Un’opera d’arte perfetta, sconvolgente e ignorata da decenni. Uno dei più grandi film della storia del cinema mondiale. Da interiorizzare, studiare e mostrare soprattutto agli uomini liberi.
Regia: David Lean. Soggetto e sceneggiatura: Robert Bolt. Montaggio: Norman Savage. Fotografia: Freddie Young. Interpreti principali: Sara Miles, Robert Mitchum, John Mills, Trevor Howard, Christopher Jones. Musica originale:Maurice Jarre. Produzione: Anthony Havelock-Allan. Origine: Uk, 1970.Durata: 180 minuti.
Luca Martello, ottobre 200
Commenti
e ualà Luc Marteau!
Quanto sei lesto!
Innamorato alla follia di questo film.
Che faccio, riduco un po' le immagini?
ma no:)
belle così. sgranano un po' la pagina, ma chi ha un grande monitor si emoziona più facilmente;)
Evviva!
"Lawrence d?Arabia"... che grandissimo film.
"qui la natura sfodera tutta la propria ferocia e la tempesta sembra davvero sinonimo della carica spietata dei guerriglieri. Per non parlare dei campi lunghissimi, prediletti dal regista, spesso privi di esseri umani, in cui la terra (spiaggia, acqua, piante) esterna tutta la sua imponenza e immortalità. Immagini ipnotiche e desiderose di comunicare. Che urlano significati."
> Un Hammer molto ispirato...
va bene, cercherò il dvd:)
Bellissimo pezzo.
Grazie ;)
Forse è il tema dell'isola che mi carica così tanto, per una volta sviluppato in maniera non prevedibile o didascalica. E poi, cacchio, un film di tre ore che ti sembra duri un'ora... Ce ne fossero :)
Hai visto mai Dottor Zivago?
solo grazie a nanni moretti:)